La pelle che abito. Un film di Pedro Almodóvar

pedro_almodovar-pelle_che_abitoPedro si veste di nuovo e, facendolo, si (ci) cuce addosso un film che aderisce perfettamente a quella che sembra essere una nuova forma del suo cinema. Sembra – appunto – perché lo stile del regista castigliano, pur nella naturale metamorfosi della maturità, resta sempre unico ed inconfondibile.
Se nel doloroso e metacinematografico Gli abbracci spezzati Almodóvar aveva, senza reticenze, messo a nudo anima e sguardo tra arte e vita, con La pelle che abito va oltre e, se possibile, ancora più a fondo: nel dna e nella mutazione. Quest’ultima, intesa come cambiamento estremo e radicale, modifica la creatura umana e, nel contempo, quella cinematografica. Almodóvar taglia, seziona e scompone, frammentando così non soltanto l’andamento narrativo (suddiviso nei flashback) ma la fluidità stessa dell’emozione. Quasi anatomizzando i generi, infatti, estrae elementi dall’horror e dal noir, dal thriller e dal dramma e, naturalmente, dal melò che gli è più caro raggelandoli, uno dopo l’altro, nel loro sviscerarsi.

Antonio Banderas, attor-prodigo tornato a “casa” dopo vent’anni da Légami!, diventa così, nella sua inquietante (p)ossessione, non tanto un novello Dottor Frankenstein quanto un contemporaneo manipolatore e la pelle, simbolicamente strato più superficiale e visibile dell’essere umano, nella sua metamorfosi si modella e si plasma sotto le mani del potere. La chirurgia a cui ricorre Almodóvar è artigianale, quasi primitiva. Si apre e si separa, si cuce e si incolla come a vestire un manichino senza sesso, né anima che può diventare, a piacimento, uomo o donna, oggetto magnifico o repellente. Nella splendida magione di El Cigarral il protagonista coltiva il suo sogno malato imprigionandolo tra le mura che trasudano ricordi e tormenti, filmandolo nel suo farsi finalmente realtà e proiettandolo sugli schermi che amplificano la perferzione del risultato nell’illusione che ciò che si è creato possa dirsi veramente compiuto.

Si respira l’aria di Hitchcock, si avverte il soffio di Buñuel e di Lang ma quel che resta è, sostanzialmente, un autentico Almodóvar che si muove lungo sentieri “altri” ma non per questo meno consoni al suo cinema. Probabilmente l’orrore dell’oggi è la nuova fascinazione del regista spagnolo che adatta la sua grottesca irriverenza ad un mondo che, forse, solletica meno la sua geniale ironia ma ne stimola l’ispirazione in un’opera al nero.
Ne La pelle che abito si danno convegno compulsioni e manie che i tre protagonisti indossano, letteralmente, come una seconda epidermide. La sublime bellezza di Elena Anaya, la funebre follia di Antonio Banderas e la morbosa complicità di Marisa Paredes formano un triangolo in cui ogni lato sostiene l’altro in un raggelante equilibrio.
La perfezione formale, che qui si fa addirittura freddezza nella messa in scena, incornicia uno sguardo disincantato che coincide con quello, talvolta fisso e distante, della creatura creata dal dottore. Tuttavia in quello stesso sguardo, si ritrova il guizzo di un’emozione mai sopita, tipicamente almodovariana, che attraversa sottopelle ogni inquadratura.
Non sarà il film migliore di Almodóvar ma è certamente una delle sue pellicole più dolenti e amare che non dovrebbe farci rimpiangere talune delle sue precedenti, poiché “se esiste nostalgia, è per le cose che non abbiamo mai visto”.

© CultFrame 09/2011


TRAMA
Toledo 2012. Il Dott. Robert Ledgard, celebre chirurgo plastico sta mettendo a punto un nuovo tipo di pelle, resistente anche al fuoco,attraverso un rischioso esperimento transgenetico. Nella sua villa El Cigarral tiene prigioniera una giovane donna, Vera, che fa da cavia per le sue ricerche. L’unica a conoscere la verità sul dottore è la sua fedele domestica che è legata a lui da un sentimento profondo e quasi materno. L’ossessione di Ledgard ha origine dalla morte della moglie, bruciata in un incidente, e da quella della figlia, fragile di mente e suicida in giovanissima età. Il dolore e il desiderio di vendetta porteranno Robert a realizzare un disegno tanto atroce quanto tragico.


CREDITI

Titolo: La pelle che abito / Titolo originale: La piel que habito / Regia: Pedro Almodóvar / Sceneggiatura: Pedro Almodóvar liberamente tratta dal romanzo Mygale di Thierry Jonquet / Fotografia: José Luis Alcaine / Montaggio: José Salcedo / Musica: Alberto Iglesias / Interpreti: Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Eduard Fernández, Fernando Cayo, Bárbara Lennie, Blanca Suárez / / Produzione: El Deseo S.A. / Distribuzione: Warner Bros. / Spagna 2011 / Durata:120 minuti Almodóvar

LINK
CULTFRAME. Gli abbracci spezzati. Un film di Pedro Almodóvar
CULTFRAME. La Mala Educación. Un film di Pedro Almodóvar
Sito ufficiale del film La piel que habito (La pelle che abito) di Pedro Almodóvar
Sito italiano del film La pelle che abito di Pedro Almodóvar
Filmografia di Pedro Almodóvar
Warner Bros.

1 commenti

  1. E’ l’estremizzazione della rappresentazione dello stupro. La predita di due donne importanti nella vita, una dopo un tradimento l’altra dopo uno stupro, determinano la follia dell’uomo che stupra il corpo e l’anima del carnefice di sua figlia che, a sua volta si vendica e lo uccide riprendendosi almeno l’anima.

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