Stage Archive. Mostra di Rosa Barba

Rosa BarbaRosa Barba è un’artista misteriosa. Più si osservano le sue opere, maggiore è la sensazione di mistero, in senso etimologico, che si sprigiona da esse. La “cosa segreta” che esse custodiscono è una vita silenziosa che si dipana dinanzi ai nostri occhi, che l’artista s’incarica di svelare e di mettere in scena. Un senso riposto e una forza imponente pervadono i lavori selezionati per le due esposizioni, rispettivamente al Mart di Rovereto e alla Fondazione Galleria Civica di Trento, una serie di accadimenti e di variazioni minime che aprono una breccia nella dimensione narrativa dell’opera e intervengono in maniera sorprendentemente monumentale nello spazio.

Barba si sta affermando come una delle artiste italiane più interessanti nel panorama internazionale, tanto da essere già ospitata dalla Tate di Londra e aver conquistato il Nam June Paik Award 2010.  E’ un’artista sfuggente e apolide, nata in Sicilia ma cresciuta in Germania e poi nomade per vocazione, maturata artisticamente attraverso progetti e residenze in giro per il mondo. Il Mart, realizzando le due esposizioni, si conferma come una delle realtà espositive pubbliche più raffinate nel panorama nazionale, attestando ancora una volta l’importante lavoro svolto dalla direttrice Gabriella Belli, ora in carica alla Fondazione Musei Civici di Venezia.

Molti sono i temi della poetica di Barba, da un’ampia riflessione sul tempo che conduce direttamente all’interrogativo sulla memoria, alla fascinazione per le possibilità di esistenze alternative che coinvolgono gli oggetti, i luoghi, le cose, dalla destrutturazione del mezzo cinematografico, piegato da una poetica implacabile e trasformato sino a sondare e superarne i limiti specifici, a una complessa analisi estetica sul rapporto tra immagine, scultura e medium cinematografico.

Partendo da Stage Archive, opera site specific collocata nel piano interrato del Mart, si apre un percorso che si origina dai materiali degli archivi del museo, nucleo prezioso nato dalle donazioni di Fortunato Depero e successivamente ampliatosi con l’acquisizione di materiali eterogenei provenienti da altri archivi. Barba realizza una sorta di meccanismo per il montaggio lineare, uno strumento perfettamente funzionante ma inutile, che fa scorrere sulle proprie bobine una pellicola futurista mai impressionata. Non può sfuggire il richiamo alla fascinazione per la macchina che è stata uno Zeitgeist degli anni futuristi, e neppure l’ironia sottile che sprigiona da un marchingegno destinato a non produrre nulla. Il richiamo alle “macchine celibi” duchampiane è inevitabile e ci sorprenderà ritrovare lo spirito del padre del dadaismo anche nel la pubblicazione-opera Printed Cinema 11: Idea in Abstract, una sorta di cinema portatile stampato su carta, curioso esperimento editoriale dove trova collocazione il pieghevole creato ad hoc per la mostra del Mart.

Sempre nel piano seminterrato, una sorta di pozzo che si eleva fino all’ultimo piano del museo, centro ideale dell’architettura dell’edificio, si trova Theory in order to Shed Light, contraltare dell’opera circolare che da il titolo alla mostra, ovvero un panno di feltro rosso porpora sospeso, dove è inciso un testo tratto dalle sceneggiature di Depero. A terra, le lettere ritagliate formano un accumulo che sembra suggerire una serie di possibilità narrative laterali e marginali, una forma in negativo che è ancora carica di significati. Il testo è proiettato sulla superficie del muro retrostante, realizzando un doppio statico che crea un discrepanza in grado di sottolineare la duplicità e lo scambio continuo tra testo e immagine filmica, tra passato e presente. L’assenza – in questo caso di movimento – è una cifra linguistica spesso utilizzata da Barba, che conosce il potere della sottrazione e la utilizza come punteggiatura o una pausa musicale, per far emergere significanti latenti nelle opere. L’assenza di suono, di immagine o di movimento è uno strumento potente che si afferma per negazione e funziona come un amplificatore di altre forze messe in campo. Sulle scale, un intervento minuto sulle indicazioni del percorso completa l’installazione, sottolineando una volontà di scombinare le coordinate dello sguardo e di comprensione dello spettatore, invitato sottilmente a cercare un livello di lettura dell’opera più profondo o semplicemente non precostituito.

rosa_barba-hidden_conferenceSpostandosi alla Galleria Civica di Trento, si viene accolti da White Curtain (2011), ancora un’opera in feltro che, come un sipario, si apre sull’esposizione e che riconduce alla dimensione teatrale evocata nel titolo dell’esposizione, Stage – Archive appunto. Il tema della vita segreta delle cose emerge con evidenza in A Private Tableaux (2010), film in 16 mm dove l’artista filma una rete di segni che ricopre alcune architetture sotterranee. In questo luogo abitualmente celato allo sguardo, Barba scopre un brulicare di segni lasciati da tecnici e ingegneri, una trama fitta di senso che vive di vita propria, come un graffito primordiale o una scrittura arcaica.

Private Tableaux si collega a Hidden Conference: About The Discontinuos History of Things we see and don’t see, 2010, due film in 35 mm, uno realizzato nei depositi dei Musei Capitolini, l’altro alla Neue National Galerie di Berlino. Filmando le opere collocate nei magazzini dei musei, Barba suggerisce un dialogo immaginario tra passato e presente, una rete di corrispondenze di cui prendiamo coscienza nel momento in cui lo sguardo dell’artista si poggia, silenzioso, su queste presenze mute. Un tema, questo, che meriterebbe un ampio approfondimento, aprendo un capitolo chiave nell’analisi dei rapporti vigenti tra scultura e cinema. In questa prospettiva, tornano in mente i fotogrammi delle statue del Museo Archeologico di Napoli, riprese da Rossellini in Viaggio in Italia, e sembra inevitabile una riflessione sul tema della museificazione dell’opera, sulla natura comune dell’immagine cinematografica e della sostanza scultorea – anch’essa dispositivo atto a catturare la luce – e sull’esperienza dello spettatore, sia essa filmica o legata all’arte visiva.

Rosa BarbaQuella a cui dà vita Barba è una forma non ancora immaginata di cinema, dove la pellicola scorre in verticale e viene risucchiata dall’impianto di areazione (One Way Out, 2011), vecchi proiettori risorgono a nuova vita proiettando immagini (Invisible Act, 2010) e un testo di fantascienza di H.G. Wells diviene immagine proiettata, congelata in uno sdoppiamento (Time Machine, 2007). C’è una volontà precisa di interrompere il meccanismo catartico della visione cinematografica, togliere potere alla narrazione e creare delle sacche, delle anse dove i significati, come acqua, abbiano la libertà di tracimare. L’azione svolta è sempre sottile eppure decisiva, come il ribaltamento di prospettiva tra oggetto e soggetto: il proiettore si manifesta e diventa attore dell’opera quanto l’immagine proiettata, i piani si moltiplicano, il visivo si trasforma in oggetto scultoreo, un’unica macchina complessa e “celibe”, come vorrebbe Duchamp, fantasmatica perché vede lentamente svanire la presenza dell’autore per rimane sola e autosufficiente, quasi dimentica della mano che l’ha originata.

Rosa fa sua l’esperienza del cinema espanso degli anni ’60-’70, così come la memoria degli esperimenti visivi di Laszlo Moholy-Nagy e del futurismo. In questi luoghi, dove ha sede anche il Centro Internazionale per gli Studi sul Futurismo, orchestra un “ballet mecanique” di enigmatica bellezza, un mondo che collassa su se stesso facendo implodere tempo, spazio, gravità e che si rigenera in una forma nuova, aprendo il racconto ad una variabile infinita di sottotrame e percorsi in costante, inesausto divenire. E’ un mondo fatto di silenzi siderali e rumori industriali, dove le macchine hanno un’anima e l’artista si è fatto infine fantasma di se stesso, lasciando spazio alle cose.

© CultFrame 07/2011

IMMAGINI
1 Rosa Barba, Time Machine, 2007 (2) ©the artist, Giò Marconi, Milan, Carlier Gebauer, Berlin
2 Rosa Barba, The Hidden Conference, 2010 (2) ©the artist, Giò Marconi, Milan, Carlier Gebauer, Berlin
3 Rosa Barba, Invisible Act,  2010 © Bernd Borchert

INFORMAZIONI
Rosa Barba – Stage Archive / A cura di Chiara Parisi e Andrea Viliani
Dal 27 maggio al 28 agosto 2011
Mart di Rovereto / Corso Bettini 43, Rovereto (TN) / Infoline 800-397760
Da martedì a domenica 10.00 – 18.00; venerdì 10.00 – 21.00; chiuso lunedì
Fondazione Galleria Civica di Trento – Centro di Ricerca sulla Contemporaneità / Via Cavour 19, Trento / Telefono: 0461.985511
Da martedì a domenica 10.00 – 18.00; venerdì 10.00 – 21.00; chiuso lunedì

LINK
Mart – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto
Fondazione Galeria Civica di Trento