Una questione di assenza

© Pietro D’Agostino
© Pietro D’Agostino

Nelle riflessioni che si sono succedute in questo spazio variegato di interventi, si manifesta una dinamica di fondo; cercare di esperire un’essenza. Questa essenza, proprio per le sue proprietà, spunta e si ritrae, appare e scompare, tra le righe scritte. A mio avviso l’essenza che emerge è in effetti un’assenza. Come ha individuato Elio Martusciello ne Il destino del mondo tra luce e suono: “L’assenza è il vuoto, la mancanza che più di ogni altra cosa scuote in profondità il nostro essere”. E come ripristiniamo questa mancanza destabilizzante? Come riempiamo questo abisso? Con i linguaggi. Il linguaggio è prendere possesso, ancora prima di essere uno strumento di comunicazione, e tramite il possesso tentiamo di colmare il vuoto per poi attivare il controllo su quella che definiamo, a torto o a ragione ed a seconda dei punti di vista, la nostra concreta realtà.

Non starò a dilungarmi su quello che i linguaggi hanno significato e significano per l’umanità, non fosse altro per il fatto, tutto concreto, che non potremmo, qui, ora, attuare e proporre argomentazioni e disquisizioni in materia senza il loro uso. E tra l’altro non vi saremmo giunti senza studiare e analizzare i loro diversi aspetti.  Altresì la preponderanza dei linguaggi, ad esempio quella dei media, produce una totalizzante assuefazione ai codici del linguaggio stesso e questo crea un distacco sempre maggiore dalle possibili molteplicità della realtà, la quale può essere vissuta anche come una esperienza primaria, aurorale. Il vuoto, la luce, il suono come irrompono all’interno della possibile esperienza primaria in cui possiamo addentrarci? Irrompono come portatori di informazioni a cui possiamo accedere senza i filtri imposti dai linguaggi.

Per una definizione di vuoto riprendo ed uso questo significativo commento filosofico Taoista:

“facile è accorgersi della presenza del vuoto, difficile è accorgersi che il vuoto costituisce parte integrante e costitutiva dell’essere”

“facile è vedere il vuoto del vaso, difficile è ammettere che tale vuoto costituisce il vaso al pari del pieno”.

Cogliere appieno la inevitabilità del vuoto per la costruzione di ogni cosa è fattore determinante, questa assenza è necessaria quanto quella del pieno e la loro messa in relazione crea il sapere dialettico. Nella nostra concezione il vuoto è assimilabile al nulla, alla vacuità, al contrario nelle filosofie e nelle pratiche orientali esso ha una propria efficacia, agisce all’interno di ciascuna forma materiale e ne costituisce l’essenza. Non solo. L’efficacia del vuoto è dovuta proprio alla sua forma, sembrerebbe un paradosso ma così non è, dalla quale emergono tutte le altre. Il motivo di questa “efficacia” è dovuto al fatto che il vuoto è portatore di tutte le forme, come la luce è portatrice di tutte le immagini per la fotografia, come il suono è portatore di tutti i suoni per la musica. Le informazioni, le risonanze che da queste essenze ci pervengono sono la conoscenza del sistema verso cui ci dirigiamo, e gli elementi costitutivi di un sistema non sono solo scambi di energia e di materia ma anche scambi di informazione, come ci dimostra il concetto di sintropia. Oltremodo la nozione di campo e la ricerca della cosi detta materia oscura, da parte di staff di scienziati di tutto il mondo, ci danno una spiegazione scientifica della presenza del vuoto come costituente di quello che percepiamo e ci dicono che la nostra percezione non ne è che una infinitesima parte.

A questo punto il pensiero esposto in Idee, concetti e direzione dell’atto creativo da Maurizio G. De Bonis: “Esprimersi con la fotografia, quindi, potrebbe voler dire semplicemente: incontrare un’idea/concetto e vivere liberamente questa esperienza soggettiva” visto da questa prospettiva che si sta tentando di esaminare potrebbe assumere un significato ben preciso e cioè, che l’incontro della nostra soggettività avviene con una informazione, una risonanza già presente nella luce e di cui ci perviene l’eco, l’evocazione di un’idea/concetto. E ancora; quando Giulio Marzaioli in Immagini che dialogano con la scrittura scrive: “Non è infatti possibile condurre linee di sguardo con la parola scritta; non è insomma possibile concepire un grado 0 nel dialogo con il lettore (osservatore) se non attraverso la formulazione di un codice culturale, o quantomeno linguistico, di comune riferimento” ci può indurre a pensare che quel grado 0 non sia altro che il vuoto, che con il linguaggio già totalizzante e chiuso della scrittura non ha modo di intessere alcuno scambio di informazioni, oltre a quelle del sistema stesso. Oppure la frase con cui Elio Martusciello si avvicina in maniera inequivocabile alla centralità della questione: “Dunque, il linguaggio non sembra consustanziale alla verità così come avviene per la luce o il suono” essendo essi stessi luce e suono “vuoti”, portatori di tutti i pieni.

A questo punto se, come si è detto e ipotizzato, il vuoto è il contenitore di tutte le forme e delle relative informazioni è lecito supporre che anche l’essere umano ne è parte. Allora questa esperienza ci potrebbe proiettare radicalmente nel vuoto, e se noi siamo parte del vuoto essa sarà un viaggio all’interno di noi stessi come nel tutto. Il vuoto, la luce, il suono, al di là della loro praticabile trasformazione in linguaggi o rappresentazioni, possiamo renderli efficaci anche con delle esperienze primarie dirette ad incontrare e ad essere attraversate da ulteriori possibili condizioni di esistenza, e cioè di rivelazioni allo stato nascente. L’ipotesi contenuta nella riflessione di apertura in questo spazio di discussione potrebbe esserne un esempio verificabile.

© CultFrame – Punto di Svista 07/2011