Entre Siempre y Jamás. Padiglione America Latina – IILA. 54. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia

di Alfons Hug

padiglione_america_latina-2“Entre Siempre y Jamás” (Fra Sempre e Mai) è una citazione di una poesia dello scrittore uruguaiano Mario Benedetti, ed indica la distanza tra la tradizione delle date importanti nella storia e la contemporaneità. In questo modo, abbiamo recuperato un significato complesso dell’Indipendenza articolando attraverso l’arte contemporanea i suoi echi locali e temporali.
Questa mostra presenta artisti provenienti da venti Paesi latinoamericani ed è il contributo del Padiglione America Latina-IILA (Istituto Italo-Latino Americano) alla 54. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia.
“Entre Siempre y Jamás” ha ispirato un progetto che studia i duecento anni dell’indipendenza latinoamericana. Da un lato, questa mostra disegna una cartografia che segue il filo di una drammaturgia geografica e consente a diversi Paesi del continente di sfilare davanti ai nostri occhi. Dall’altro, traccia un arco di tempo che esplora la storia scrutandola anno dopo anno. Il risultato è un “cronotopo”, ovvero l’indissolubile unità di tempo e spazio.

Dal suo esilio a Kingston nel settembre del 1815, Simón Bolívar, allora trentaduenne, scrive la leggendaria Carta de Jamaica (Lettera di Giamaica), indirizzata a un amico inglese. In questa, che è il suo scritto più importante, il leader dell’indipendenza delinea una grandiosa visione dell’America che abbraccia tutta la regione dagli Stati Uniti fino all’Argentina e al Cile.
L’analisi vibrante inizia con una descrizione dei moti d’indipendenza tra il 1810 e il 1815, unitamente alle ragioni che portano gli “spagnoli americani” all’indipendenza. Segue un invito all’Europa a sostenere la causa ispanoamericana. Nella terza parte, Bolívar, che molti considerano il più grande uomo politico sudamericano di tutti i tempi, espone le prospettive future delle varie repubbliche. Conclude questo saggio di elegante scrittura con un appello all’unità dei popoli americani.
Ma Bolívar si rammarica anche per il futuro incerto di questo continente, l’ultimo ad essere stato popolato dall’uomo e che in lingua nativa porta il nome di “Abya Yala” (Tierra Firme):
“A mio parere è impossibile rispondere alle domande di cui Lei mi ha onorato. Lo stesso Barone von Humboldt, con la sua universalità di conoscenze teoriche e pratiche, ci riuscirebbe a malapena, poiché anche se una parte della statistica e della rivoluzione dell’America è conosciuta, oserei dire che la maggior parte è avvolta dalle tenebre e, di conseguenza, è soltanto possibile offrire congetture più o meno approssimative, soprattutto per quanto riguarda il destino futuro e i progetti reali degli americani, perché quante combinazioni fornisce la storia delle nazioni, di altrettante è suscettibile la nostra per le sue posizioni fisiche, per le vicende della guerra e per i calcoli della politica(1)

padiglione_america_latina-1La Carta de Jamaica si presenta, per varie ragioni, come un buon punto di partenza per una mostra incentrata sul Bicentenario dell’Indipendenza Latinoamericana. Da un lato è diretta a tutto il continente, anche al mondo intero, anche se il Brasile, il cui destino prende un corso diverso, non è citato direttamente. Dall’altro lato, le visioni di Bolívar rendono la Lettera valida sia nel presente che nel futuro.
Le visioni geniali di Bolívar e Humboldt sono quelle che la realpolitik attuale, che si consuma in continui tentativi di superamento di crisi, dovrebbe prendere come parametro. Nell’arte, invece, le linee scolpite nella pietra degli antenati contribuiscono a chiarire le posizioni estetiche. Quanto può avvicinarsi l’arte alla vita quotidiana e quanto può allontanarsi dai problemi impellenti del presente? Dove la storia è un ostacolo e dove può essere un filo conduttore?
Laddove la promessa storica diverge dalla realtà attuale, si separano anche le strade della politica e dell’arte. Mentre la prima, nella sua lunga strada attraverso il tempo e lo spazio, ha perso una grande parte dei suoi ideali, che ora deve rievocare con grande sforzo, l’arte può tranquillamente continuare a sognare. Alla politica non farebbe certamente male depurare i suoi messaggi tramite il filtro catalizzatore dell’arte contemporanea.
Una lettura in chiave contemporanea dell’opera di Bolívar dovrà considerare posizioni artistiche aperte alle decisive trasformazioni sociali e culturali alle quali gli Stati americani si vedono sottomessi nell’attualità.
Ovviamente non ci si aspetta che gli artisti forniscano rimedi per la politica contingente, nemmeno un “disegno politico”, ma piuttosto che reinterpretino il progetto utopico di Bolívar, con l’aiuto di risorse estetiche e in forma del tutto soggettiva, lasciandosi guidare da quella irrequietezza interiore che ha incoraggiato questo sognatore e trasformatore del mondo venezuelano; qualcuno che durante tutta la sua vita ha esercitato la sua grande missione come un sacerdozio e che, tra l’entrata trionfale a Caracas e la sua fine ignominiosa in Colombia, ha assaporato tutte le glorie e i tormenti della vita di un rivoluzionario.

I tuoi occhi che vegliano al di là dei mari,
al di là dei popoli oppressi e feriti,
al di là delle nere città incendiate. (2)

Quello che per gli esploratori del XIX secolo era solo curiosità di scoprire una terra incognita, nei lavori degli artisti contemporanei si trasforma in una cartografia delle correnti politiche e culturali che attraversano il continente.
“Come sarebbe bello se l’Istmo di Panama fosse per noi ciò che quello di Corinto è per i greci! Speriamo che un giorno avremo l’opportunità di installare lì un augusto congresso di rappresentanti delle repubbliche, regni e imperi, per deliberare e discutere sugli alti interessi della pace e della guerra con le nazioni delle altre tre parti del mondo(3)

Nell’emisfero occidentale è sempre valsa la frase di Octavio Paz: “Noi, i latinoamericani, siamo condannati a cercare nel nostro Paese il Paese straniero e all’estero il nostro Paese”.
Gli artisti che partecipano alla nostra mostra hanno esplorato l’America Latina in lungo e in largo. Hanno visitato città piccole e tranquille nell’entroterra dei Paesi e megalopoli traboccanti e affollate, luoghi fortemente legati al passato e metropoli moderne che hanno estirpato fino alle ultime vestigia della storia. Gli artisti hanno patito in deserti inospitali di calcestruzzo e hanno goduto dell’eleganza e della serenità dei patii interni, al riparo dal sole e con i loro archi in perfetta armonia, come soltanto li poteva concepire l’architettura coloniale spagnola. A La Paz, si sono chiesti se l’autodeterminazione dei popoli indigeni potrebbe dare un nuovo corso alla storia, mentre a Buenos Aires se i movimenti sociali potrebbero essere una risposta alla globalizzazione.
In alcune città il tempo passa molto in fretta, in altre molto lentamente. In alcune, l’arte contemporanea ha difficoltà a mettere radici, in altre viene accolta a braccia aperte.

Tutte le grandi opere del passato, comprese e soprattutto quelle di origine sacrale, racchiudono in sé la possibilità di essere interpretate nel presente. Gli artisti contemporanei hanno imparato a estrarre lo splendore della poesia dalle vestigia più insignificanti e a decifrare i codici segreti del passato in modo che le atmosfere di allora possano sfiorarci.
È quasi come se i maestri del Barocco e gli artisti del presente fossero arrivati ad un accordo segreto, una leggera forza messianica la cui eco attraversa i secoli.
Per tutto questo, la visita di una città barocca è per gli artisti come una scuola di nuova visione e permette loro di recuperare le sottili sfumature e “temperature” estetiche che pensavamo aver perso per sempre. Ma il Barocco fornisce anche risposte a domande cruciali dell’arte contemporanea, come il trattamento dello spazio e il contesto, l’effimero e il problema della visibilità e invisibilità.
Altre città, invece, cercano rifugio in una modernizzazione spietata sacrificando la loro sostanza storica a favore di autostrade e centri commerciali. In mezzo a una nuvola di smog, attraversata soltanto dal rumore infernale dei cantieri edili, si nascondono timidamente alcune poche gallerie che hanno tutto da perdere contro il frastuono onnipresente.
In questo senso, ricorrere al Barocco può essere utile in molti casi; allora si trattò di una Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) di architettura, arte, religione e performance, capace di ridefinire intere città e sviluppare grandiosi scenari urbani.
Ora che la crisi economica e finanziaria globale ha messo in luce le debolezze del progetto moderno, metropolitano, si osserva che molti degli artisti che fanno parte della nostra esposizione si allontanano da modelli urbani convenzionali, sia rielaborando la storia, sia recuperando tradizioni indigene o facendosi largo verso paesaggi reconditi.
Nel loro ambiguo gioco di interazioni, le opere di questa mostra ricordano il “creolo” o “neo-creolo”, una sorta di lingua franca mai parlata che Xul Solar aveva immaginato per sostituire le lingue coloniali e come fonte di pensiero utopico reale.

Ci sono luoghi che durano solo un attimo – sono quei momenti unici che solo l’arte può catturare – e per certi tempi, dice Mario Benedetti, non vi è posto. Forse questo paradosso può essere applicato al presente, che comprime all’estremo il tempo, ma senza offrirgli una casa ideale da nessuna parte. Sembra che solo l’arte sia in grado di collocare il tempo attuale e di offrirgli rifugio.

Note nel testo
1) Simón Bolívar, La Carta de Jamaica, 1815
2) Pablo Neruda, Un canto para Bolívar, 1941
3) Simón Bolívar, La Carta de Jamaica, 1815

© Testo di Alfons Hug, curatore del Padiglione America Latina – IILA. 54. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (Per gentile concessione del curatore e  di IILA)

CultFrame 06/2011


IMMAGINI

1 Padiglione America Latina-IILA . In primo piano: Olaf Holzapfel (Germania) con Teresa, Mirta, Dionisia, Noelia y Luisa Gutiérrez della comunità indigena Wichi (Argentina). “Temporäres Haus”, 2009-2010. Foto: Rodolfo Fiorenza. Courtesy foto IILA

2 Padiglione America Latina-IILA. In primo piano: Julieta Aranda (Messico). “You had no ninth of may”, 2009- Foto: Rodolfo Fiorenza. Courtesy foto IILA

INFORMAZIONI
Entre Siempre y Jamás (Fra Sempre e Mai). Padiglione America Latina – IILA (Istituto Italo-Latino Americano). 54. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia / Curatore: Alfons Hug; Co-curatori: Paz Guevara e Patricia Rivadeneira
Dal 4 giugno al 27 novembre 2011
Isolotto, Arsenale / Info: 041.5218828 / promozione@labiennale.org
Orario: tutti i giorni 10.00 – 18.00 / chiuso lunedì (escluso lunedì 21 novembre 2011)
Biglietto: intero 20 euro / ridotto 16 euro

LINK
IILA – Istituto Italo Latino Americano
Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia

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