Art Basel 2011

mona_hatoumPerché si va ad una fiera d’arte? La risposta a questa domanda apparentemente retorica credo si possa trovare, ad esempio, in un’opera come “Sea of tranquillity” di Hans Op de Beeck, esposta presso la mastodontica sezione Art Unlimited di Basel 2011. L’artista belga ha realizzato un mediometraggio della durata di 29 minuti, di straordinario impatto visivo, un’opera assolutamente magnetica. Il film, commistione riuscita di riprese live e immagini digitali, è una visione senza dialoghi, un viaggio su una nave futuristica e tra i suoi ospiti, che attraversano lo spazio e il tempo, verso una sorta di luogo metafisico. Dai tempi di “The Creamaster Cycle”, l’imponente ciclo che impose la figura di Matthew Barney all’attenzione del grande pubblico, non si vedeva un’opera d’arte filmica così intensa e dall’estetica connotata, capace si stregare anche lo spettatore meno avvezzo al medium video.

La risposta alla domanda iniziale risiede, quindi, in questo elemento di meraviglia che ogni spettatore ricerca ogni qual volta varca le soglie di una fiera. Nel caso di Basel – non si rischia di sbagliare definendola la fiera d’arte più prestigiosa al mondo – tale aspettativa è particolarmente legittima. Basel è una piattaforma che indica le tendenze in atto del mercato dell’arte e quelle ancora da venire, orienta le quotazioni, tasta il polso e certifica la salute del business, lancia nuovi talenti e attesta il valore dell’operato delle gallerie di tutto il mondo. Per fugare ogni dubbio, basti pensare che la partecipazione da parte degli operatori è talmente ambita che, su una media di mille gallerie che quest’anno hanno fatto richiesta di partecipazione alla fiera, ne sono state accettate solo trecento. Trentacinque paesi rappresentati, più di sessantacinquemila visitatori da tutto il mondo che hanno segnato un record per la fiera e dimostrato un ritrovato interesse per un settore che pare effettivamente in via d’uscita dalla crisi che negli ultimi tre anni l’ha colpito pesantemente.

Tutto a Basel è di alto profilo e se qualcuno storce il naso pensando che la fiera sia meramente  un’attività commerciale, non dimentichi che le stesse gallerie che vendono le opere sovente investono per la realizzazione proprio della parte più sperimentale del lavoro degli artisti, quella più restia ad essere piegata alle logiche del mercato. Opere difficili da acquistare per formato, costi  o carattere, che trovano accoglienza in quel padiglione che è una delle ragioni del successo della fiera.

jennifer_allora-guillermo_calzadillaSebbene meno convincente della proposta dello scorso anno, la sezione 2011, curata da Simon Lamunière, ha alternato nomi consolidati del panorama internazionale come Daniel Buren, Sarah Morris, Mona Atoum o l’immancabile Anish Kapoor a talenti in piena ascesa, come l’artista polacca Goshka Macuga, già nominata al Turner Prize 2008, l’interessante duo Allora & Calzadilla, rappresentanti del Padiglione degli Stati Uniti alla concomitante Biennale di Venezia, che hanno presentato un candido accumulo di schiuma solidificata con polimeri sintetici che rimanda a tematiche ambientaliste, o il giovane algerino Mohamed Bourouissa.
Doveroso citare anche Art Statement, sezione dedicata alla valorizzazione dei giovani, quest’anno in cui trovano spazio ventisei progetti realizzati specificamente, Art Features e Art Conversation, quest’ultima costituita da una serie di attesissimi appuntamenti con i protagonisti del settore dell’arte, pronti a incontrare il pubblico.

Un senso di meraviglia ci ha colti insomma più e più volte, di fronte agli oli di Francis Bacon e alle forme come levigate dal vento di Tony Cragg, nel ritrovare ancora una volta gli scatti di Mapplethorpe la cui bellezza classica sembra non essere minimamente appannata dal trascorrere del tempo o, ancora, nel gioire della riscoperta dell’opera fotografica di Luigi Ghirri, artista ancora non riconosciuto in tutto il suo talento; ci siamo emozionati di fronte a un piccolo carboncino asciutto e vigoroso di Vincent van Gogh e alla scultura di luce di James Turrell, rarefatta e di pura percezione, di fronte al pendolo sospeso tra sacralità e ironia di Sudarshan Shetty, la carta carica di simboli di Kiki Smith, gli elementi di “A Journey that wasn’t” di Pierre Huyghe,  progetto del 2006 dedicato al pinguino albino, o le masse carnali post-umane di Berlinde de Bruyckere.

james_turrellBasel infine è anche la Fondation Beyeler, inscindibilmente legata da un filo ideale che porta gli spettatori dell’una a non perdere mai l’occasione di visitare le splendide esposizioni della Fondazione omonima, voluta da Ernst Beyeler nel 1970. Quest’anno il ritrovato interesse per il minimalismo si è riflesso in una mostra capolavoro alla fondazione, intitolata “Brancusi Serra”, dove il lavoro di uno dei geni dell’arte del Novecento, Constantin Brancusi, è esposto insieme all’opera di Richard Serra, una delle figure più rilevanti dell’arte americana degli anni Settanta e della scultura contemporanea.

A pochi giorni di distanza dalla chiusura dell’evento, tempo necessario a metabolizzare il magma di immagini e informazioni che travolge lo spettatore, ciò che rimane è la sensazione di grande vitalità del contemporaneo, una vitalità in cui naturalmente trovano spazio anche evidenti speculazioni commerciali e sopravvalutazioni, artisti che dopo un breve momento di fulgore si ridurranno a semplici meteore, per scomparire rapidamente dalla scena. Nondimeno, la ricchezza delle proposta e l’innegabile qualità della media delle opere permettono davvero di intuire cio’ che si profila come il focus delle nuove tendenze artistiche, ovvero attenzione alle tematiche sociali e ambientali da un lato, rinnovata ricerca sulla forma e sul gesto creativo dall’altra.

Infine, ciò che rimane come plusvalore al visitatore di Basel, è la conferma della capacità dell’arte di generare emozioni complesse, che vivono di vita propria una volta che sono state innescate. Certo, i più non sfuggiranno alla sensazione di poter ammirare solo temporaneamente le opere per poi essere esclusi dalla dorata possibilità di possederne: ma anche questo, in qualche modo, fa parte del gioco e ci rende rapaci nel tentativo di cogliere la bellezza transitoria – e amplificata dall’impossibilità di un desiderio non esaudibile – di ciò che non può appartenerci. Forse, per nostra fortuna.

© CultFrame 06/2011

IMMAGINI
1 Mona Hatoum, “Impenetrable”, 2009, black finished steel, fishing wire; cm 300x300x300. Galleria Continua, San Gimignano (Siena); White Cube, London. Courtesy of Art Basel
2 Jennifer Allora & Guillermo Calzadilla, “Scale of Justice Carried by Shore Foam”, 2010, Plystyrene, resin, synthetic polymer foam, cm 380 x 520 x 290, Galerie Chantal Crousel, Paris. Courtesy of Art Basel
3 James Turrell, “Joecar Blue”, 1968, light projection, Almine Rech Gallery, Paris. Courtesy of Art Basel

INFORMAZIONI
Dal 15 al 19 giugno 2011
Halls 1 e 2 – Messe Basel / Messeplatz, Basilea, Svizzera / Telefono: +41.58.2002020 / Fax: +41.58.2062686 / info@artbasel.com

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