180°. Mostra di Mabel Palacin. Padiglione catalano. Intervista al curatore David G. Torres. 54a Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia

mabel_palacin-180Per la prima volta insieme, la Catalogna e le Isole Baleari presentano un padiglione “nazionale”, che figura tra gli eventi collaterali della 54ma edizione della Biennale di Venezia. Ubicato ai Magazzini del Sale 2, accanto alla Fondazione Vedova alle Zattere, dal 4 giugno al 30 ottobre 2011, Mabel Palacin:180°, questo il titolo del lavoro, è una sofisticata installazione video e fotografica curata da David G. Torres e commissionata dall’Institut Llull, responsabile di questa partecipazione “nazionale”. Mabel Palacin è una delle più note videoartiste spagnole, a lungo ha lavorato con la fotografia e ha esposto già in Italia, dal 1998 ad oggi, tra Torino, Milano e la Sardegna.  Nata nel 1965, vive tra Barcellona, dove è nata e ha studiato, e Milano.

Mentre Mabel Palacin ultima il montaggio della sua installazione (non concede interviste fino al suo “disvelamento”), incontriamo, alla vigilia dell’apertura del Padiglione, in esclusiva, David G. Torres, che ci racconta dell’opera: un film su Venezia, su un luogo anonimo ed indefinito della città protagonista della Biennale. Realizzato con una sofisticata tecnica di ripresa che mescola fotografia e video, Mabel Palacin:180° prende a pretesto anche l’omonima regola di regia (non sovrapporre mai personaggi in una carrellata) per parlare di dittatura delle immagini, di claustrofobia comunicazionale e, neanche tanto celatamente, di come le immagini ed il loro uso spesso discinto e indistinto sregolino la convivenza, il senso di comunità, la stessa coesione nelle città contemporanee. Torres traccia anche un identikit della giovane arte catalana e della fondazione e rivista online che ha contributio a fondare, A*Desk.


Mabel Palacin: 180° è un progetto in bilico tra fotografia e cinema così come un ponte tra Catalogna, le Baleari e Venezia, tanto che il ministro culturale della Catalogna Mr. Mascarel ha parlato di crossbreeding, per lui il lato migliore della globalizzazione. Ci può dire di più del progetto? Che forma avrà nel Magazzino del Sale? Perché Venezia, perché un film a partire da un’immagine ferma?

Esattamente, il progetto è allo stesso tempo un’immagine fissa e un’immagine in movimento. Nasce dall’idea della indifferenziazione tra i sistemi d’acquisizione, di come oggi lo status dell’immagine è cambiato e come i suoi impieghi e sistemi di diffusione, ottenimento e manipolazione siano diventati più democratici.
Lavorare a Venezia è un’opportunità unica. La città, ed in generale le città italiane, permettono di stabilire un dialogo e una riflessione tra contemporaneità e storia o tradizione. Cosí, Venezia è la protagonista della proposta, insieme l’argomento ed il soggetto che permette di costituire una riflessione sulla città e la sua socialità, la sua storia e la sua contemporaneità, il collettivo, la politica, la sfera pubblica e la sfera privata…

Lei è stato nominato commissario curatore di un padiglione per la prima volta a Venezia, e il padiglione è stato formato grazie a un concorso di idee. In conferenza stampa ha dichiarato di preferire, almeno per quest’occasione, una personale più che una collettiva concettuale o di tesi.
Pensa ancora sia il modo migliore per rappresentare la pluralità dell’arte catalana? Perché ha scelto Mabel Palacin e in che modo avete dato vita a questo incredibile progetto? C’erano altri progetti risultati non vincitori al bando dell’Institut Llull (organizzatore del padiglione) che le sono sembrati significativi?

Penso che tutte le opzioni siano valide: collettive, di tesi o personali. In questo caso, penso fosse importante avere in considerazione l’edizione precedente del Padiglione Catalano (presente a Venezia la scorsa Biennale per la prima volta, ma senza le Baleari, ndr), nella quale fu presentata una mostra collettiva e di tesi. Perciò ho pensato che sarebbe stato molto interessante, per questa seconda edizione, presentare un progetto personale che permettesse di ampliare il modello del padiglione e rendere possibile, negli anni a venire, anche diverse proposte.  Allo stesso tempo, personalmente riccordo con intensità certe proposte di padiglioni di edizioni precedenti che scommisero su artisti con proposte nuove o molto interessanti, come Gregor Schneider / Padiglione Tedesco ed ancora, alla Biennale di 1999 con Harald Szeemann commissario, proposte che per me sono diventate un punto di riferimento per l’importanza che dettero agli artisti. In questo senso, la maturità e la intensità di Mabel Palacín ci permetterà di offrire un progetto molto ambizioso in un contesto cosí rilevante come la Biennale di Venezia.
Per quanto riguarda i progetti non vincitori, non li conosco, rimangono segreti, ma sono sicuro che siano stati del pari interessanti, perfino più interessanti del mio progetto, che è risultato vincitore.

mabel_palacin2La Catalogna è considerata, dall’Italia, la regione più vivace della Spagna, soprattutto in termini di videoarte e fotografia. Come commissario del padiglione, e ancor più in qualità di critico e curatore, le piacerebbe raccontare in esclusiva a CultFrame la sua lista di nomi da tenere d’occhio nelle due discipline?
Quali istituzioni e gallerie, inoltre, segue di più nella sua regione (anche se non trattano videoarte e fotografia)?

Prima di tutto mi piacerebbe chiarire che non sono particolarmente interessato solo al video o alla fotografia, quello che mi interessa è la produzione culturale contemporanea. In questo senso, oltre Mabel Palacín, c’è un gruppo d’artisti che seguo con molto interese e complicità come Ignasi Aballí (lui ha partecipato nella selezione ufficiale della Bienale di Venezia due anni fa), Antonio Ortega o Rafel G. Bianchi, artisti che sento molto vicini a me, e, naturalmente, Dora García, che quest’anno rappresenterà la Spagna alla Biennale di Venezia. Per quanto riguarda artisti più giovani, mi hanno colpito Gabriel Pericás, Antonio Gagliano, Tamara Kuselman o weareQQ. Cosí pure sono molto interessato ai progetti del messicano Mario García Torres. A partire dalla sua opera e di altri artisti come Francis Alÿs, o di scrittori come Vila-Matas, ho appena pubblicato un saggio intitolato “No más mentiras “ (“Non più bugie”) in cui sottolineo come, in certe discipline artistiche contemporanee, il racconto riappare attraverso la sua apparente negazione.

“A Desk is a dangerous place from which to watch the world”, è una frase di John Le Carrè: noi siamo curiosi invece di scoprire di più su A*Desk, think tank, magazine e gruppo di produzione artistica indipendente che ha fondato. Come si muove? Lavora in Catalogna o anche al di fuori della regione? Che rapporto ha A*Desk, e che rapporto c’è più in generale, tra arte e politica, tra arte e linguaggio tradizionale, a Barcellona e dintorni?

Mi sento molto soddisfatto del progetto A*DESK.  Cinque anni fa, insieme a Montse Badía e Martí Manen, ho iniziato questo progetto con lo scopo di recuperare la critica d’arte in un momento in cui pensavamo fosse scomparsa. Infatti, la critica è sempre stata in crisi. D’allora, pubblichiamo una rivista on-line di critica d’arte ed abbiamo già pubblicato più di 70 numeri. In quest’anni ci siamo indirizzati e affermati nei paesi di lingua spagnola, abbiamo collaborato con più di 100 personalità del mondo dell’arte, abbiamo organizzato workshops, una TV online, divesi eventi e, adesso, un corso d’otto mesi che l’anno prossimo avrá la sua seconda edizione. Dall’inizio, siamo stati sempre aperti alla sperimentazione con i formati di comunicazione e pedagodici senza perdere di vista che la nostra missione è promuovere e far avanzare il pensiero critico.

Adesso, vogliamo espanderci al contesto anglosassone, ma sensa perdere l’identità del progetto, fatto e pensato “a” Barcellona. Questa idea è molto importante, significa che abbiamo un modo specifico di guardare ed osservare il mondo, di pensare, e dei propri referenti (storici e contemporanei, locali e globali) che si ripercuotono sul nostro modo di far critica. Però, allo stesso tempo, l’idea di A*DESK “a Barcellona” significa che il nostro sguardo è uno sguardo aperto al mondo, che rifiuta creare un’internazionalità diffusa e che cerca di stabilire un rapporto con altri luoghi, lavorare con diversi contesti specifici: con i catalani e gli spagnoli, ma anche con Buenos Aires, Messico o Lima e Bruxelles, Parigi o Stoccolma; luoghi con cui abbiamo un rapporto molto speciale perchè sono posti dove abbiamo organizzato meeting ed eventi culturali o dove abbiamo dei collaboratori…

CultFrame 05/2011


IMMAGINI
1, 2 Mabel Palacín. 180º, 2011. Photography, courtesy

INFORMAZIONI
Mabel Palacin: 180° / Padiglione della Catalogna e delle Isole Baleari / Curatore: David G. Torres per l’Institut Ramon Llull
Dal 4 giugno al 30 ottobre 2011
Magazzino Del Sale 2 (accanto alla Fondazione Vedova) / Dorsoduro 265, Venezia

LINK
CULTFRAME. ILLUMInazioni – ILLUMInations. 54a Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia
Biennale Arte Venezia
Institut Ramon Lull