Jane Campion. Maestri del cinema

di Mariella Cruciani

Jane Campion. 30 aprile 1954 (Wellington, Nuova Zelanda)

jane_campion-angelo_mia_tavolaJane Campion, nata nel 1954 in Nuova Zelanda dalla scrittrice Edith Campion e dal regista teatrale Richard Campion, dopo il film per la televisione Le due amiche (1986), debutta sul grande schermo nel 1989 con Sweetie, tragedia domestica su una ragazza ingorda, di cibo e di uomini, girata con stile iperrealista. L’anno successivo sbalordisce pubblico e critica con Un angelo alla mia tavola (1990), basato sull’autobiografia della scrittrice neozelandese Janet Frame. Si tratta di una miniserie televisiva poi riunita in un’unica opera: Janet, ragazza introversa e solitaria, si salva, dopo anni di manicomio, dalla lobotomia grazie ad un premio letterario ottenuto con una sua pubblicazione. Successivamente, attraverso viaggi ed esperienze, acquista fiducia in se stessa e nelle sue capacità, imparando ad affrontare anche gli aspetti più dolorosi della vita. Jane Campion tratta questa vicenda realmente accaduta con pudore e poesia, dando vita ad un ritratto di donna non omologata che cattura e convince. L’esplorazione dell’universo femminile continua, e tocca il suo punto più alto, con Lezioni di piano (1993), melodramma ottocentesco suggestivo, raffinato e di grande profondità psicologica.

jane_campion-lezioni_pianoAda (Holly Hunter), la protagonista, arriva dall’Europa in Nuova Zelanda con la figlia Flora (Anna Paquin) e il suo pianoforte, per sposare un colono che neanche conosce, al quale il padre l’ha destinata. E’ immediatamente chiaro che la donna, muta dall’età di sei anni, è tutt’uno con il suo pianoforte e non nutre alcun tipo di interesse per il mondo esterno. Durante l’incontro con il marito, la sua unica preoccupazione è quella di avere al più presto con sé il piano e, dopo la fotografia nuziale, si toglie il vestito con rabbia. Ada e il suo piano costituiscono un sistema narcisistico, un mondo impenetrabile nel quale ha accesso soltanto la piccola Flora. A rompere l’isolamento malato di Ada è George (Harvey Keitel), un maori, il quale, dopo aver recuperato il pianoforte che il marito di lei non vuole, propone alla donna uno strano patto per riavere il prezioso strumento: un tasto per ogni visita. Ha inizio, così, un rapporto speciale: l’uomo, con grande sensibilità e intelligenza, riesce, pian piano, ad aprire uno spiraglio nell’universo solitario di Ada e a provocare in lei una dolorosa, ma vitale, evoluzione. Il cambiamento è prefigurato dalla sequenza che mostra le prove della recita (Barbablù) in cui si vede, attraverso un gioco di ombre, una scure che si abbatte su una mano. Ed è proprio questo che accade ad Ada quando il marito, scoperta la  relazione, decide di barattare il tasto che lei sta inviando al maori come messaggio d’amore con un suo dito in carne e ossa e glielo mozza senza pietà. Il taglio del dito suggerisce a quali fantasie la donna deve rinunciare per essere felice così com’è con il suo compagno così com’è: deve, cioè, abbandonare il desiderio di un pene proprio ed accettare la femminilità. E’ il suo ultimo e personalissimo sacrificio, la sua chiave per la felicità. Non a caso, dopo la dolorosa amputazione, Ada parte con George e comincia una nuova vita: a questo punto, il pianoforte non serve più e può essere buttato in mare. Le corde che legano lo strumento si impigliano, però, ai piedi di lei e la trascinano violentemente in acqua: per qualche istante, sembra che la sconfitta del narcisismo e lo scioglimento dell’unità duale Ada/piano siano stati solo un’illusione, ma non è così (“Che sorpresa! La mia volontà ha scelto la vita!”). Ada, riportata a galla, rinasce ad una nuova esistenza: “Ora insegno pianoforte… George mi ha modellato un dito di metallo. Mi considerano la stramba del villaggio e la cosa mi piace… Sto imparando a parlare…”. Il “talento oscuro” attribuito ad Ada dal padre, i suoi “suoni lugubri” di cui parlano con spavento le donne maori, si trasformano in suoni articolati e comprensibili, in apertura al mondo (Ada insegna), nel momento in cui la donna ha la fortuna di incontrare un uomo  lontano da ruoli stereotipati. Grazie a George, Ada abbandona la fredda tomba del profondo mare ed accetta il rischio di vivere, riscaldata dalla presenza e dall’amore di lui.

jane_campion-in_the_cutDopo Lezioni di piano, Jane Campion realizza un ulteriore Ritratto di signora (1996), come indica il titolo stesso del film, trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Henry James, con Nicole Kidman e  John Malkovich, al quale fa seguito, nel 1999, Holy Smoke, ancora con Harvey Keitel nella parte del seduttore. E’, però, con In the cut (2003) che la regista neozelandese torna a far discutere: il film in questione non è un semplice thriller erotico bensì un’opera complessa e disturbante, vicina per contenuti e atmosfere, a pellicole estreme come Romance di Breillat, La pianista di Haneke, Parla con lei di Almodovar o, persino, L’impero dei sensi di Oshima. In tutti questi casi, la passione non è qualcosa di cui l’Io dispone ma qualcosa che dispone dell’Io: è lo scontrarsi con la violenza del desiderio cioè con il potere di morte contenuto nella potenza stessa della vita. E’ ciò che sperimenta Frannie Avery (Meg Ryan), insegnante universitaria di New York, quando, in seguito ad un delitto avvenuto vicino casa, conosce il poliziotto Malloy (Mark Ruffalo). La seduzione è un’arma a doppio taglio – recita la locandina italiana del film -, un modo semplice per esprimere il concetto già cantato da Jeanne Moreau in Querelle di Fassbinder: ognuno uccide ciò che ama. La potenziale pericolosità insita in ogni rapporto amoroso è espressa, nel film, nella sequenza in bianco e nero del ricordo-incubo della protagonista. Frannie rivive in sogno l’incontro sulla neve di suo padre e sua madre: l’uomo corteggia la donna e le chiede di sposarlo poi la fa letteralmente a pezzi, passandole sopra con i pattini. Il terrore nasce, dunque, dal sentirsi in balìa dell’altro o, meglio, dalla potenza del proprio desiderio: Frannie sembra riprendere e far sue le parole di Ada in Lezioni di piano (“Ho paura della mia volontà, di quello che potrei fare, è un impulso, strano e forte”). C’è, tuttavia, un’evoluzione: nel film del 1993, Ada e il suo pianoforte sono, inizialmente, mostrati come un sistema narcisistico, qui, invece, la protagonista non fugge e corre, da subito, tutti i rischi connessi all’incontro con l’altro da sé.

jane_campion-bright_starNegli anni successivi, Jane Campion è giurata al Festival di Venezia (2007) e lavora soprattutto a film collettivi come A ciascuno il suo cinema (2007) e Cinema 16 – World Short Films (2008). Il ritorno al lungometraggio avviene nel 2009 con Bright Star, racconto della storia d’amore tra il giovanissimo poeta inglese John Keats (Ben Whishaw) e la vicina di casa Fanny Browne (Abbey Cornsih). La vicenda è ambientata tra il 1818 e il 1821 e tutta la prima parte del film è dedicata alla descrizione degli ambienti, delle atmosfere, delle abitudini dei vari personaggi: la casa, le stanze, i colori, le voci, i gesti ripetuti sono al centro della narrazione. Lo sfondo dell’epoca vittoriana è totalmente assente e l’attenzione è puntata esclusivamente sui due protagonisti che si inseguono, si perdono, si ritrovano, in un alternarsi di sentimenti espressi con sguardi, silenzi e, naturalmente, con le parole delle poesie di Keats. L’intenzione della regista è, come ha dichiarato lei stessa, esaltare l’amore delicato e romantico, quasi a voler compensare gli eccessi di Lezioni di piano e di In the cut. In questi film, come abbiamo visto, il desiderio non era a disposizione dell’Io, bensì qualcosa che disponeva dell’Io, incrinandolo e aprendolo alla crisi. Qui, al contrario, insieme alla corporeità e alla carnalità, sparisce del tutto ogni riflessione profonda sulla sessualità come memoria, tentativo, sconfitta di recuperare la pienezza originaria perduta. A differenza delle perturbanti, e riuscite, pellicole precedenti, la regista neozelandese realizza, con Bright Star, un’opera apollinea e algida, in cui tutto è perfetto ma nulla è vero. Le inquadrature studiatissime, i dettagli sempre curati, i movimenti di macchina giusti, l’eleganza e la delicatezza formale non bastano per coinvolgere lo spettatore che rimpiange la violenza, la crudeltà, la trasgressione, mai fini a se stesse, dei film precedenti. In conclusione, Jane Campion realizza i suoi lavori migliori quando asseconda l’originalità e l’irrequietezza delle eroine dei suoi film, viceversa perde mordente e forza quando privilegia l’ambito razionale e i toni romantici. In entrambi i casi, i suoi film sono, comunque, fortemente riconoscibili, complessi, mai banali, impreziositi da riferimenti colti alla letteratura, alla musica, al cinema. Tutto ciò fa della regista neozelandese, a dispetto dei salti di registro tipici della sua filmografia, una delle autrici  di cinema  giustamente più note e apprezzate a livello internazionale.

BIOGRAFIA

jane_campionJane Campion nasce  a Wellington, in Nuova Zelanda, il 30 aprile 1954. Si laurea in antropologia nel 1975 e quattro anni dopo si diploma in pittura al College of the Arts di Sidney. All’inizio degli anni ’80, frequenta l’Australian School of Film and Television. Il suo primo esperimento cinematografico è il cortometraggio in Super 8 Tissues. Nel 1982 realizza il corto An exercise in discipline – Peel, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes. Seguono altri tre cortometraggi. I lavori per il piccolo schermo riguardano, invece, la serie tv Dancing Daze (1986) e il film Le due amiche (1986). Debutta sul grande schermo nel 1989 con Sweetie, vincitore di molti premi internazionali. L’anno dopo gira Un angelo alla mia tavola che conquista il Leone d’Argento a Venezia. Il grande successo arriva nel 1993 con Lezioni di piano, seguito, nel 1996, da Ritratto di signora e, nel 1999, da Holy Smoke. Dopo qualche anno di assenza, Jane Campion torna al lavoro con il thriller erotico In the cut (2003): del film si discute molto per i nudi integrali e le scene di sesso esplicito. Negli anni successivi, la regista neozelandese lavora soprattutto a film collettivi finché, nel 2009, realizza Bright Star, che narra la storia d’amore di John Keats e Fanny Brawne, interrotta dalla prematura scomparsa del poeta.

© CultFrame 03/2011

FILMOGRAFIA

1982 – An exercise in discipline- Peel (corto)
1983 – Passionless Moments (corto)
1984 - After Hours (corto)
1984 - A girl’s own story (corto)
1986 – Le due amiche (film tv)
1989 - Sweetie
1990 - Un angelo alla mia tavola
1993 - Lezioni di piano
1996 – Ritratto di signora
1999 – Holy Smoke
2003 - In the Cut
2009 – Brigt Star

IMMAGINI
1 Frame dal film Un angelo alla mia tavola
2 Frame dal film Lezioni di Piano
3 Frame dal film In the Cut
4 Frame dal film Bright Star
5 Jane Campion

Tags: , , , , ,

Lascia un commento

wenders incontra salgado



Il sale della terra: il docufilm di Wenders pecca di celebrazione (di Maurizio G. De Bonis - Punto di Svista)

[...] si tratta di un’agiografia priva di analisi e di approfondimento che, dunque, pone lo spettatore di fronte a un soggetto praticamente intoccabile. Così, ne Il sale della terra le sublimi e atroci immagini delle miniere d’oro in Brasile (Serra Pelada) finiscono incredibilmente per avere lo stesso valore degli inutili e banali scatti de [...]

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di CultFrame - Arti visive

Archivi