World Press Photo? No, grazie

World Press PhotoEcco palesarsi anche quest’anno, grazie a un’invasiva e prevaricante potenza mediatica, la scontata liturgia del World Press Photo.
Una giuria internazionale, esattamente come avviene in altre manifestazioni di tipo artistico, emette sentenze, giudizi e conferisce premi. La differenza tra la stragrande maggioranza degli eventi di questo tipo (in ambito cinematografico, ad esempio) e il World Press Photo è evidente, visto che nel caso di quest’ultima manifestazione (per motivi che risultano da una parte incomprensibili, da un’altra chiarissimi) non si levano mai critiche di spessore.
Mentre è normale leggere sugli organi di informazione e sulle riviste specializzate i pareri discordanti di critici cinematografici e d’arte sulle assegnazioni dei Leoni d’Oro alla Mostra del Cinema o alla Biennale d’Arte di Venezia (per citare due appuntamenti italiani), quando arriva l’ora del World Press Photo è possibile assistere solo a un’esaltazione generale, pari solo a quella iper glamour e plastificata riservata al Premio Oscar.

L’impressione che si ha è che il World Press Photo sia un “luogo intoccabile” che produce, per motivi che poco hanno a che fare con la sostanza della fotografia, degli “intoccabili”.  Intendiamo dire con ciò che ci sembra quanto meno stravagante che questo premio annuale non venga mai sottoposto, da parte degli addetti ai lavori, a un’analisi dettagliata in relazione ai suoi metodi e alle sue finalità e che si configuri esclusivamente come una celebrazione autoreferenziale di una certa parte del mondo della fotografia che evita, come fossero le cause di una pestilenza, i principi fondamentali della messa in discussione culturale e della critica, ovviamente libera e circostanziata. A dire il vero per l’edizione di quest’anno qualcuno ha osato timidamente sollevare alcuni dubbi ma si tratta di iniziative poco convinte e isolate che si concentrano solo su alcune sezioni e che non si spingono in profondità.

Proviamo a inquadrare la questione. Ormai da troppo tempo il World Press Photo è semplicemente una macchina fine a se stessa (per altro assurdamente elefantiaca visto il suo “ingombrante staff”) che (a parte rari casi, ma si tratta di eccezioni) produce star preconfezionate (che spesso fanno già parte di contesti fotografici precisi) e futili mitizzazioni di fotografi ancora in un’evidente fase di apprendistato.
Per farvi capire che non ci limiteremo a forme di stigmatizzazione che potrebbero essere accusate di banale qualunquismo scenderemo nel dettaglio di alcuni riconoscimenti assegnati per il 2011.

Il caso a nostro avviso più eclatante è quello di Olivier Laban-Mattel dell’agenzia France-Presse e della sua immagine nella quale si vede un uomo lanciare il corpo di un bambino morto ad Haiti su un mucchio di cadaveri ridotti in uno stato pietoso.
Ebbene, ci domandiamo come sia passato in mente alla giuria internazionale di dare un premio a un lavoro che contiene uno scatto di questo tipo. La fotografia in questione appare intollerabile, non solo perché non racconta un bel niente (che non sia narrabile con altro tipo di immagini) ma perché si configura come un “prodotto comunicativo” elaborato su una base di tipo estetizzante. Il dolore e la morte vengono inseriti in un contesto linguistico di tipo spettacolare, elemento che prevarica la sostanza umana che dovrebbe emergere in una simile circostanza.
Nel 1959 i critici dei Cahiers du Cinéma attaccarono in maniera durissima il regista italiano Gillo Pontecorvo per il suo film Kapò. Pontecorvo fu accusato di spettacolarizzazione dell’orrore poiché raffigurò il tragico suicidio di una giovane ebrea in un campo di sterminio nazista utilizzando una veloce carrellata in avanzamento, elemento linguistico in genere usato per sottolineare la drammaticità di una situazione con il solo scopo di far innalzare la tensione emotiva del fruitore. Questa presa di posizione dei Cahiers du Cinéma innescò un dibattito di notevole spessore che ha portato per molto tempo studiosi di cinema e intellettuali a discutere anche da posizioni non concordanti.

Noi riteniamo che l’immagine  di  Olivier Laban-Mattel in questione sia purtroppo degna di far nascere una discussione su fattori che la fotografia non ha mai affrontato in modo preciso. Fino a che punto ci si può spingere nella spettacolarizzazione del dolore (altrui)? Il fotogiornalista deve interrogarsi o no sul valore reale delle proprie immagini? Si può sempre anteporre l’istinto professionale alla pietà umana? È possibile raccontare una tragedia rispettando chi questa tragedia l’ha subita sulla propria carne? I fotografi sono consapevoli di utilizzare elementi linguistici che trasportano la realtà rappresentata in una dimensione nella quale la sofferenza (altrui) diviene solo un dettaglio insignificante? Ancora: i fotogiornalisti conoscono la grammatica e la sintassi dei linguaggi visivi?
A tutte queste domande, ne aggiungiamo un’altra: è mai possibile che il mondo della fotografia non si interroghi seriamente sui problemi sollevati dai quesiti appena elencati?
L’immagine di cui abbiamo appena parlato è solo un esempio emblematico. Il World Press Photo è infatti un pozzo senza fondo riguardo la “fotografia spettacolarizzata”.

Che dire del reportage di Daniel Morel nel quale sono raffigurate persone ferite e sanguinanti che emergono dalle macerie dei palazzi crollati ad Haiti? Cosa dire della testa mozzata posta sul terreno fotografata da Javier Manzano? Che pensare dell’immagine che ha vinto il premio più importante, cioè quella realizzata dalla sudafricana Jodie Bieber, opera basata sul ritratto di una donna afgana a cui è stato mozzato il naso per aver abbandonato la casa del marito e che è costruita su precise coordinate estetizzanti?
Come può essere difendibile la posizione di una giuria che decide di assegnare un premio a un autore (Michael Wolf) che scandagliando le immagini di Street Wiew di Google Maps, tira fuori dal loro anonimato situazioni insignificanti come quella che ritrae una donna accovacciata dietro una macchina mentre (probabilmente) sta urindando? Quale significato possono avere degli scatti (realizzati da Alexandre Vieira) nei quali sono ritratti dei soggetti che si prendono a pistolettate a Rio de Janeiro?
Ci sembra che tali verdetti, oltre a essere discutibili, vengano fuori non da una reale esigenza di valorizzazione della fotografia di denuncia/documentazione e di ricerca ma da un’ossessione nei riguardi di un sensazionalismo estetizzante che nulla ha a che fare con la fondamentale pratica dell’informazione fotografica, da una parte, e da un cinico voyeurismo, dall’altra. Nel caso di Michael Wolf, poi, si è deciso di premiare un lavoro che, a parte il tentativo provocatorio di tipo concettuale messo in atto dall’autore (ammesso pubblicamente e sinceramente dallo stesso Wolf), non sia riconducibile all’idea (già discutibile) che la fotografia possa essere considerata mezzo per costruire una possibile narrazione del mondo.

A chi sostiene che posizioni come quella che abbiamo noi siano dettate da moralismi e volontà di censura rispondiamo che proprio mostrare tutto, e a tutti i costi, e codificare in senso estetizzante la sofferenza rappresenta un’effettiva e subdola censura. Il sensazionalismo/squallore di queste immagini, pompato a livello mediatico in maniera spaventosa, produce assuefazione in chi guarda, appiattisce tutto, genera un calderone magmatico indecifrabile, e crea una concezione unica della fotografia, distraendo il fruitore da immagini forse meno potenti e scioccanti sotto il profilo comunicativo ma più significative sotto il profilo sostanziale.
Noi non ci stupiamo che avvenga ciò, poiché questa è una banale tecnica usata in ambito commerciale e pubblicitario. Ci appare singolare che il mondo della fotografia non si interroghi su questioni così eclatanti e che a nessuno venga in mente di affermare che, esattamente come il Premio Oscar per il cinema, il World Press Photo è niente altro che un meccanismo autopromozionale di sistema che nulla ha a che spartire con la fotografia.

© CultFrame – Punto di Svista 02/2011

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