Il trionfo di Winter’s Bone: verdetti e bilancio del 28° Torino Film Festival

debra_granik-winters_boneLa giuria del Concorso Internazionale Lungometraggi Torino 28, la sezione principale del Festival riservata da sempre alle opere prime, seconde e terze, era composta da Marco Bellocchio (Presidente, Italia), Barbora Bobulova (Italia), Michel Ciment (Francia), Helmut Grasser (Austria) e Joe R. Lansdale (Stati Uniti). Il premio per il Miglior Film e quello per la Miglior Attrice (Jennifer Lawrence) sono andati a Winter’s Bone (2010) di Debra Granik, già trionfatore del Sundance, e premiato a Torino anche dalla Scuola Holden, per la sceneggiatura, e dai lettori de “La Stampa”.
L’altra Miglior Attrice premiata quest’anno è Erica Rivas madre problematica in Por tu culpa (2010) dell’argentina Anahí Berneri, mentre il Miglior Attore è Omid Djalili che in The Infidel (2010) del britannico Josh Appignanesi scopre prima di essere figlio adottivo dei suoi genitori musulmani, e poi di avere anche origini ebraiche.
Il Premio speciale della Giuria è stato assegnato ex aequo al canadese Les signes vitaux di Sophie Deraspe (2009) e a Las marimbas del infierno (2010) di Julio Hernández Cordón, che racconta in modo semidocumentario la storia di un musicista guatemalteco costretto a reinventare il proprio mestiere, e che si è anche conquistato il Premio Cipputi che ogni anno viene assegnato da una giuria presieduta dallo stesso Altan a una pellicola che avesse al centro il mondo del lavoro.

Il Premio del pubblico, conferito per il primo anno dagli spettatori del festival, è invece andato ad Henry (2010) di Alessandro Piva, l’unica pellicola italiana del Concorso. Nella sezione italiana.doc, la cui giuria era composta da Carlos Casas (Spagna/Italia), Gianfranco Rosi (Italia) e Ana Isabel Strindberg (Portogallo) è risultato Miglior Documentario Italiano Bakroman (2010) di Gianluca e Massimiliano De Serio, un viaggio tra i ragazzi di strada (questo significa il titolo) di Ouagadougou, mentre un Premio speciale della Giuria è stato assegnato ex aequo a Il popolo che manca (2010) di Andrea Fenoglio e Diego Mometti e a Les champs brûlants (2010) di Stefano Canapa e Catherine Libert. Il Premio Cult per il miglior documentario internazionale, giurati Carlo Antonelli (Italia), Joshua Siegel (USA) ed Eva Truffaut (Francia), ha infine premiato Let each one go where he may (2009) del regista statunitense Ben Russel che racconta il viaggio di due fratelli surinamesi attraverso il loro paese.

Tutto considerato, questa edizione si è caratterizzata per la ricorrenza di alcuni temi trasversalmente presenti nelle diverse sezioni.
Al di là di due lavori di stampo documentario come Una scuola italiana di Angelo Loy e Giulio Cederna e Scuolamedia di Marco Santarelli sullo stato dell’istruzione nel nostro Paese, si sono viste a Torino molte pellicole di finzione ambientate in scuole superiori e in campus universitari d’ambito anglosassone. In questi lavori, la scuola fa da sfondo a narrazioni di registro e genere molto diversi: dal dramma sociale di Inside America di Barbara Eder ambientato in Texas alla frontiera con il Messico, al b-movie post-sessuale e post-atomico Kaboom di Gregg Araki, dal dramma techno-allucinato Wasted on the Young dell’australiano Ben C. Lucas al romantico The myth of the American sleepover di David Robert Mitchell.

Dopo i successi de La classe (2008) di Laurent Cantet e di Die Welle (L’onda) (2008), quest’ultimo premiato due anni fa proprio al festival di Torino, la scuola è rappresentata non solo e non tanto in quanto tema a sé ma piuttosto come ambientazione che permette di raccontare il passaggio all’età adulta attraverso le amicizie, gli amori, la ricerca di un proprio posto all’interno delle dinamiche sociali. Le vite dei giovani diventano lo specchio deformante di problemi che investono la società intera e l’obiettivo attraverso cui focalizzare le ricadute più individuali di macro-fenomeni come le differenze di classe e le ostilità razziali, e più in generale le crisi economiche e il disagio sociale raccontati anche da Neds (Non Educated Delinquents) di Peter Mullan (ambientato dentro e fuori una scuola privata scozzese) ma anche nelle opere di Vitalij Kanevskij quali Sta fermo, muori e resuscita! (1989) e Una vita indipendente (1991), il cui protagonista viene espulso da scuola in entrambi i film, mentre Nous les enfants du XX siècle (1993) mostra ragazzi rinchiusi in istituti di correzione russi.
La scuola permette inoltre di rappresentare anche dinamiche e tipologie sociali che le sono peculiari e che per lo più rispondono alle logiche della coolness, del prestigio che deriva dall’essere di volta in volta i più belli, i più forti, i più muscolosi, influenti, ricchi. E non i più studiosi, come mostrano bene Neds e in Mr. Nice di Bernard Rose. I soldi e il prestigio familiare possono in alcuni casi porre al di sopra degli altri e al di là di ogni regola di condotta, di moralità, dando luogo a insopportabili ricadute in un selvaggio stato di natura in cui anche la violenza estrema viene condonata o ignorata da un mondo adulto completamente corrotto o comunque assente.
Ciò che di più inquietante emerge attraverso le diverse pellicole è infatti l’assenza di figure autorevoli capaci di porre dei correttivi. Onnipresenti sono invece alcool e droghe leggere o pesanti: fumo, coca, krack, ketamina condizionano spesso i comportamenti attivi o passivi dei protagonisti. Ne risulta un quadro piuttosto desolante in cui i giovani hanno per lo più smesso la ricerca di alternative reali e vivono elaborando spazi di semirealtà virtuale, in cui la politica non è più una dimensione pertinente ma è sostituita dalla violenza con cui ci si esprime nell’agone dei forum, dall’accetazione delle dinamiche manipolatorie di visibilità imposte dai social network.
Quando c’è, lo studio non è che una dimensione astratta, un viatico per un successo incerto, un rifugio solipsistico. Difficile trovare forme di ribellione costruttive contro le gerarchie e l’oppressione e perciò risulta particolamente calzante quanto sconvolgente la proiezione di un classico del genere come If… (1968) di Lindsay Anderson presentato da Daniele Luchetti nell’ambito della sezione “Figli e amanti”.

L’altro tema nettamente prevalente nelle opere presentate a questo 28° Torino Film Festival, assieme a quello della morte sancito dalla pellicola di chiusura, Hereafter, è stato quello della violenza nelle relazioni private. Tra amori declinati in senso sado-masochistico, abusi contro le donne e rancori che esplodono in eccessi di rabbia (vedi la scenata in Jack goes Boating che segna l’esordio di Philip Seymour Hoffman dietro la macchina da presa). Sintesi al tempo stesso metaforica e terribilmente concreta di tali rapporti, violenti, uomo/donna è senz’altro Caterpillar di Koji Wakamatsu.
Ma anche in altre pellicole si racconta una grande sofferenza che si esprime in sentimenti di pericolosa ambivalenza: l’amore diventa odio e viceversa, come in Contre toi di Lola Doillon. Inoltre, l’attrazione e l’attaccamento si sviluppano anche in ambienti apparentemente ostili e non sempre tra creature umane. In un festival che ha dedicato all’horror un’intera sezione intitolata “Rapporto confidenziale”, e che a questo genere ha prestato in generale un occhio di riguardo, si sono visti gli uomini bestia di Outcast di Colm Mccarthy, e molti vampiri assetati di sangue e sesso.

Per esempio in Vampires di Vincent Lannoo o in Suck di Rob Stefaniuk che ha chiamato a raccolta un cast di artisti maledetti tra cui Iggy Pop, Alice Cooper e Malcom McDowell. E un’amorosa creatura aliena si aggirava anche in L.A. Zombie di Bruce La Bruce. Il regista losangelino ha fatto appello alla prorompente fisicità del porno divo François Sagat per raccontare di uno zombie in grado di resuscitare i morti con le sue prestazioni sessuali. Sagat compariva come protagonista anche in Homme au bain di Christophe Honoré, storia di un tormentato amore omosessuale in cui il regista si è divertito a calare l’attore in situazioni talvolta umilianti che ne smorzassero le apparenze da super-macho.

Un festival dai toni forti e non sempre realistici che ci ha dato però occasione di riflettere su temi criciali della nostra contemporaneità.

© CultFrame 12/2010

IMMAGINE
Frame del film Winter’s Bone di Debra Granik

LINK
CULTFRAME. Henry. Un film di Alessandro Piva. 28. Torino Film Festival. Torino 28
CULTFRAME. Vampires. Un film di Vincent Lannoo. 28. Torino Film Festival. Torino 28
CULTFRAME. Hereafter. Un film di Clint Eastwood. 28. Torino Film Festival. Festa mobile
CULTFRAME. Carterpillar. Un film di Koji Wakamatsu. 28. Torino Film Festival. Festa mobile
CULTFRAME. I due presidenti (The Special Relationship). Un film di Richard Loncraine. 28. Torino Film Festival. Festa mobile
CULTFRAME. Contre toi. Un film di Lola Doillon. 28. Torino Film Festival. Festa mobile
CULTFRAME. Vanishing on 7th Street. Un film di Brad Anderson. 28. Torino Film Festival. Rapporto confidenziale
CULTFRAME. Damned by Dawn. Un film di Brett Anstey. 28. Torino Film Festival. Rapporto confidenziale
CULTFRAME. John Carpenter’s the Ward. Un film di John Carpenter. 28. Torino Film Festival. Rapporto confidenziale
CULTFRAME. L.A. Zombie. Un film di Bruce La Bruce. 28. Torino Film Festival. Onde
CULTFRAME. Vitalij Kanevskij. 28. Torino Film Festival. Retrospettiva
CULTFRAME. John Huston. 28. Torino Film Festival. Retrospettiva
Filmografia di Debra Granik
Torino Film Festival