Visualcontainer. Riflessioni sullo stato della (video)arte. Intervista all’artista Alessandra Arnò

visualcontainer-jacopo_jenna-the_visible_manNel nutrito scenario delle mostre milanesi non capita spesso di poter assistere ad un’esposizione che proponga in via esclusiva, come forma espressiva, il video, tanto più se gli artisti protagonisti dell’evento non sono già nomi consolidati nel sistema dell’arte.
Nondimeno gli spazi di [.BOX] a Milano hanno ospitato “She’s shot pretty nice windmills”, una proiezione di video sperimentali proposti da Visualcontainer e realizzati da sei artiste olandesi: Judith van der Made, Emily Kochen, Olga Mink, Liesbeth Verhoeven, Josien Vogelaar, Sarah Janssen.
La proiezione, fruibile anche on line sul sito dell’associazione, ha costituito un’interessante opportunità per una riflessione sullo stato della videoarte in Italia, attraverso una intervista ad Alessandra Arnò, artista e anima del progetto Visualcontainer.
Curata dalla ISFTH Foundation e realizzata in collaborazione con lo Streaming Festival The Hague, la mostra verte sul concetto della diversità, elaborato da artiste che hanno scelto l’interdisciplinarità come paradigma del proprio lavoro. Il video risulta quindi un mezzo attraverso il quale condurre una sperimentazione su immagini di matrice differente, strumento versatile in grado di piegarsi alle esigenze espressive dell’artista.

Visualcontainer, che ha promosso l’esposizione, è il primo distributore di videoarte in Italia, una realtà che in due anni è riuscita a consolidarsi nel panorama artistico divenendo punto di riferimento per chiunque si interessi al linguaggio video sperimentale. Oltre alla capacità di intercettare fermenti sotterranei e di dare spazio alla ricerca più radicale, l’attività di Visualcontainer è imperniata su una politica di scambio virtuosa con la scena europea e internazionale, che gli ha permesso di acquisire autorevolezza, dando luogo a partnerships con enti e festival oltre confine tra cui Romania, Argentina, Irlanda, Ungheria, Bosnia, Germania.
Abbinando l’organizzazione di eventi e mostre alla cura di un canale web streaming dedicato alla videoricerca e promuovendo direttamente l’attività degli artisti, Visualcontainer appare come un progetto singolare anche dal punto di vista del business dell’arte e si attesta come case history nel mercato italiano.

Visualcontainer nasce come il primo distributore di videoarte in Italia, andando a colmare un vuoto rilevante nel settore del contemporaneo. Al contrario dei media tradizionali, la videoarte ha delle specificità che la rendono per alcuni versi più fruibile, mentre per altri versi soggiace a delle evidenti difficoltà di penetrazione nel gusto del pubblico e di collocazione nelle gallerie private e nei musei. Puoi parlarmi del percorso che avete realizzato in questi anni di attività?

Visualcontainer grazie all’impegno dei fondatori e di pochissime altre persone, in soli due anni di attività si è sviluppata su tre progetti differenti – Visualcontainer Distributore e promotore di videoarte italiana (ottobre 2008) visualcontainerTV webchannel internazionale (febbraio 2009) e [.BOX] videoarte project space di Milano (maggio 2010) – per sopperire alle mancanze che abbiamo riscontrato, sia da parte degli artisti che da parte del pubblico. In questi due anni abbiamo allacciato una decina di partnership internazionali con diverse realtà che si occupano nello specifico di videoarte e arti visive, tra cui spazi istituzionali, università di new media, festival e altre organizzazioni no profit, per promuovere la videoarte italiana all’estero e fare scambi culturali. Ultimamente il nostro lavoro è apprezzato anche in Italia, siamo referenti per la situazione della videoarte internazionale. Come anticipazione per il 2011, abbiamo in lavorazione un progetto insieme a Care/of Docva, finalizzato alla promozione della videoarte italiana all’estero.

visualcontainer_borderlessTu sei fondatrice del progetto Visualcontainer, insieme a Giorgio Fedeli, ma sei al contempo un’artista. Il lavoro di promozione di altri progetti e il tempo necessario all’attività commerciale sono in conflitto con la tua ricerca o pensi che un artista abbia anche il compito di diventare manager della propria attività, a tutti gli effetti?

Sicuramente Visualcontainer occupa gran parte del mio tempo a discapito della mia attività di artista, ma sono assolutamente felice di investire le mie forze in questo progetto, perché spero di riuscire a colmare in parte le necessità degli artisti italiani e degli appassionati di videoarte. Personalmente, come artista, ho sentito molto la mancanza di una struttura di supporto che lavori come una sorta di agente e che promuova costantemente le opere in italia e all’estero. Da qui la voglia di cambiare la situazione attuale e creare una struttura concreta per la promozione sia culturale che, in parte, commerciale delle opere, come Visualcontainer. La mancanza di videoarte italiana nei festival e la possibilità, per studenti e artisti, di tenersi aggiornati su quello che succede nel resto nel mondo, hanno contribuito alla creazione degli altri progetti come VisualcontainerTV e [.BOX].

Nella prefazione ad un noto testo di Raymond Bellour, Andrea Lissoni sostiene – a mio avviso correttamente – che la videoarte in Italia sia stata “liquidata”, elusa, perché sostanzialmente schiacciata da una parte dalle discipline del cinema, fortemente strutturate anche dal punto di vista teorico, e dall’altra dalle arti visive. Una conferma di questa analisi la possiamo riscontrare nell’assenza di archivi importanti, eccezion fatta per la Collezione di Rivoli e pochi altri casi virtuosi. A tuo avviso, in che stato versa la scena videoartistica italiana attuale?

La videoarte italiana è solo nelle buone mani di pochissimi spazi no profit, come noi Care/of – che cito ulteriormente perché da venti anni archivia video – e pochi festival. Ultimamente il Macro e il Maxxi hanno sostenuto eventi e archivi di opere video, seguendo il trend internazionale che da tempo punta sulle opere digitali e la videoarte. Certo, il video è stato “liquidato” nel nostro paese ormai da quasi un decennio solo per questioni di mercato. Quindi molti videoartisti italiani hanno ridotto la produzione di opere. Musei e spazi istituzionali non hanno supportato progetti in modo adeguato e, di conseguenza, il pubblico è rimasto a digiuno di opere e senza strumenti per poter apprezzarle e fruirle. E’ una situazione viziata.
La  ricerca video, a prescindere dal mercato, e in parte grazie alle nuove generazioni di artisti emergenti, sta attraversando un momento assolutamente fervido e ricco di contaminazioni con altri media. Spero che in futuro questi slanci vengano supportati non solo dalle piccole realtà indipendenti ma anche a livello istituzionale.

La videoarte non è ancora stata veramente storicizzata. Ciò mi sembra abbia necessariamente a che fare con le problematiche connesse all’invecchiamento dei supporti di registrazione e riproduzione, che è una vera e propria maledizione della contmporaneità. Pensi che questa condizione di “presentness”,  di precarietà connaturata al mezzo, segni in qualche misura la sensibilità degli artisti che scelgono di privilegiare questo strumento?

La videoarte nel 2013 compie 50 anni. E’ certo un’arte giovane ma non così tanto, dato che viene profondamente contaminata dalle innovazioni tecnologiche che viaggiano ormai alla velocità della luce… Da qui tutti i problemi sia di fruizione che di conservazione delle opere.
Da questo nasce anche l’estetica della perenne corsa verso il futuro. Personalmente vedo la videoarte come una proiezione verso il futuro che, con la sua inconsistenza materiale, vuole ovviare alla precarietà “pesante ed ingombrante” del presente.
E’ un’arte che viaggia in tasca o via web, facilmente trasportabile, a differenza di altre arti più stanziali. In questo momento storico viaggiare “leggeri” per poter varcare i confini territoriali e culturali, è una priorità per molti artisti italiani, a prescindere dalla personale ricerca individuale.

Si parla in maniera generica di video ma attualmente ci si trova, nella quasi totalità dei casi, di fronte a immagini digitali e non più analogiche, dato che i nastri magnetici e le pellicole sono stati quasi del tutto rimpiazzati dalle nuove tecnologie. Il cambiamento dei media ha fatto sì che anche l’estetica si modificasse sostanzialmente. Qual è stato l’effetto più rilevante in questa transizione da uno stato all’altro?

Il passaggio al digitale ha favorito maggiore libertà sia a livello estetico che di fruizione e diffusione delle opere. Libertà di contaminarsi con altri media con più facilità grazie allo sviluppo di software accessibili a tutti. Sono più frequenti animazioni digitali, performance audio/video, mapping etcc.. Contaminazioni che riflettono sia sulla sperimentazione del mezzo che sul potere di fascinazione visiva e spettacolarità.
Le opere ora sono file video che viaggiano ad alta velocità da un capo del mondo all’altro e visibili da una moltitudine di persone contemporaneamente.

Avete scelto di aprire uno spazio a Milano chiamato (.BOX), destinato ad ospitare eventi e proiezioni, che sono poi visionabili sul canale web di Visualcontainer.tv. Mi incuriosisce sapere come reagisce il pubbblico di fronte a questo tipo di proposta e quali opportunità vi offre avere un luogo “fisico” dove concretizzare la vostra proposta artistica.

[.BOX] è l’ultimo progetto che abbiamo realizzato, inaugurato a maggio 2010.
E’ una piccola sala di proiezione video, dove ospitiamo videoarte italiana e progetti provenienti da curator internazionali. [.BOX] e VisualcontainerTV sono due realtà indipendenti con differente programmazione, che su esplicita richiesta dei direttori dei festival, hanno ospitato in contemporanea una speciale selezione video in occasione dell’inaugurazione dei rispettivi festival a Marsiglia e Den Haag, come inaugurazione “globale”.
Questo denota la necessità di realtà internazionali di esporre videoarte in Italia, e dall’altra parte si riscontra la necessità del pubblico di vedere opere provenienti da altri paesi. [.BOX] con i suoi 20 mq, è l’unico spazio a Milano con un calendario ricco di eventi ogni mese, dove poter fruire in maniera ottimale opere video di autori italiani ed internazionali. Oltre a studenti, curatori ed addetti ai lavori, è frequentato  anche da molti neofiti che vogliono avvicinarsi al video, che cerchiamo di informare con documentazione dettagliata sui video proposti. Stranamente è uno spazio dove le persone vengono unicamente per fruire le opere e non per presenziare all’inaugurazione.
[.BOX] è  il luogo fisico dove poter discutere e vedere l’archivio video su richiesta, un luogo sicuramente utile a farci conoscere anche in Italia, visto che la maggior parte dei nostri progetti vengono presentati all’estero.

© CultFrame 12/2010

IMMAGINI

1 Un momento di “FlashForward”, still frame da The visible man di Jacopo Jenna, 2008. [.BOX] Videoart Project Space, Milano, Luglio 2010. Courtesy Visualcontainer2010

2 “Borderless”, Conferenza alla Galleria Vizuale di Oradea, in collaborazione con l’Università di Fine Art Oradea (Dir. Gabriela Gavrilas) e Museo Tarii Crisulilor, Oradea (Romania), Maggio 2010. Courtesy Visualcontainer2010

INFORMAZIONI
[.BOX], via Confalonieri 11 (citofono 32, cortile interno), Milano
Orario: martedì, mercoledì e giovedì 18.30 – 20.30
Visualcontainer, via Volturno 41, Milano / ale@visualcontainer.org

LINK
Visualcontainer, Milano
VisualcontainerTV

3 commenti

  1. Aggiungerei che il problema centrale, per la videoarte (soprattutto) italiana, è la mancanza di un circuito di supporto ‘reale’, che ovviamente non può essere basato soltanto su un singolo ‘distributore’ – che è ottimo ci sia! – ma ha bisogno di trovare sponde nelle gallerie, negli spazi istituzionali come i musei… in questo senso, il lavoro svolto da Visualcontainer, così come quello del DOCVA/Care-of, o come quello che svolgiamo noi con il festival Magmart (forse l’ultimo festival internazionale di videoarte basato in Italia), giunto alla VI edizione, riuscirà ad essere veramente proficuo nella misura in cui saprà innescare i meccanismi ‘virtuosi’ capaci di (quantomeno) avviare un processo di consolidamento di questo circuito. Se non si riesce a fare della videoarte, un’arte capace di avere ‘mercato’ – e non solo se parliamo di Bill Viola… – ogni sforzo rimarrà sempre al di sotto della soglia minima necessaria per garantirne una (vera) crescita.

  2. Credo che i fattori che rendono difficile l’affermazione della video arte nel mercato siano molteplici, come si diceva sopra. Sicuramente va reso merito alle poche realtà esistenti in Italia che spingono affinchè l’attenzione attorno a questa disciplina rimanga viva. Personalmente ritengo che il video sia un nodo cruciale della produzione visiva contemporanea e, malgrado sia spesso un linguaggio meno compiuto dal punto di vista formale, sia imprescindibile per una reale comprensione dell’evoluzione del linguaggio artistico.

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