Un (vero) incubo fotografico alla Fondazione Forma di Milano

Frame del film Nosferatu di Murnau
Frame del film Nosferatu di Murnau

Questo non è un articolo e neanche una recensione. È una riflessione più o meno ironica sull’uso e sull’abuso che oggi viene fatto della fotografia, intesa come territorio espressivo. Anzi, non è una riflessione (sarebbe troppo rispetto all’argomento che sto per trattare) è il racconto di un incubo. Non però quegli incubi che ti fanno agitare durante il sonno e che fortunatamente si smaterializzano al risveglio. Si tratta di altro. Forse di allucinazioni? Oppure, degli effetti di un bicchiere di troppo che spinge il cervello a produrre pensieri imbarazzanti?
Sta di fatto che guardando la home page di Repubblica.it mi imbatto negli autoritratti di Martina Colombari esposti a Milano, per la precisione alla Fondazione Forma. All’inizio non comprendo bene, stropiccio gli occhi, leggo e rileggo il nome più volte perché penso di essermi sbagliato.
Mi fermo, prendo un bel respiro e leggo di nuovo. Niente da fare, mi appare sempre il nome di Martina Colombari.

Entro nelle pagine a lei dedicate: Martina appena sveglia, Martina con il bel musetto imbronciato (da fanciulla sexy, ovviamente), Martina che si guarda allo specchio, Martina tutta scapigliata. La showgirl si autofotografa con una macchina digitale di una notissima azienda.
Inizio a pormi delle domande, ma queste domande non trovano risposte. Come direbbe un noto uomo politico italiano: ma che c’azzecca Martina Colombari con la fotografia, con FORMA e con la sezione Immagini di Repubblica.it?
Scopro nel sito di FORMA che tale geniale, inarrivabile, trovata è inserita nel programma della manifestazione denominata Fotografica 10, dedicata a una nota casa produttrice di macchine fotografiche (e non solo), la stessa che ha costruito il gingillo digitale che ha in mano Martina Colombari. Leggo le note di presentazione che riporto in modo fedele. Eccole: “Martina accetta la sfida e si lancia nel mondo della fotografia, la sua è un’esplorazione intima, un guardarsi allo specchio alla ricerca di un’estetica capace di confrontarsi con i contenuti e i valori”.
La mia prima reazione è quella di rispolverare il titolo di una rubrica del giornale di satira politica Cuore: “…e chi se ne frega”. Poi analizzo bene quanto scritto in questo breve testo. E dico dentro di me: “qualcuno vuole dirmi che quella di Martina Colombari è una ricerca estetica capace di confrontarsi con i valori e i contenuti?”
Rimango basito e mi ritorna in mente la celebre frase di Totò: “ma mi faccia il piacere, se ne vada”.

Penso poi di essere vittima del mio sipirito moralista, quello spirito che mi impone di pensare sempre alla fotografia come a un territorio artistico, espressivo, perfino, pensate un po’, fisosofico. Mi dico: “che ingenuo che sono, perso così nei miei ideali infantili sulla fotografia”. Decido così di staccare, di cancellare la visione di quelle intereferenze fotografiche su cui ho perso così tanto tempo e che mi hanno provocato l’inizio di un mal di testa.
Faccio una doccia, sperando di dimenticare, di superare lo stato di agitazione di cui sono preda e di ritornare al mio lavoro quotidiano fatto di studio, scrittura, visioni di film e fotografie. Mi siedo a tavolino, ma niente da fare. Quelle immagini della Colombari mi perseguitano, mi danno fastidio come una ciglia entrata nell’occhio, mi provocano una leggera orticaria sulle braccia, anche un po’ di tosse nervosa e addirittura un inizio di asma. Visti gli esiti sul corpo che ha provocato la visione di tali scatti, capisco che sto reprimendo qualcosa che invece deve uscire.

Così, decido di sfogarmi (evito di dire come) e poi mi racconto il mondo della fotografia che vorrei: fatto di professionalità e talento, di idee brillanti e progetti seri, di fotografi veri e operatori culturali illuminati, di giornali liberi e centri fotografici coraggiosi, di fotografie in cui non compare il marchio della multinazionale che produce prodotti digitali e musei che non devono fare pubblicità per sopravvivere, di redazioni che pubblicano solo immagini interessanti e gallerie che valorizzano nuovi autori meritevoli, di studio della storia della fotografia nelle scuole pubbliche e di addetti ai lavori che puntano solo sulla qualità.
Poi mi fermo e mi rendo conto che tutto ciò non esiste, che questo purtroppo è solo il sogno di un ingenuo moralista.

© CultFrame – Punto di Svista 11/2010