no politics, no war, just simple stories. Intervista all’artista Raffaella Crispino

raffaella_crispino-lebanon_1984Incontriamo Raffaella Crispino all’opening affollato di unosolo_project room, lo spazio milanese di 1/9unosunove (Roma). Diretta dalla brillante Giulia Sargiacomo (ex galleria NotFair) la project si è accasata negli spazi centralissimi della precedente galleria di arti visive, a pochi passi dal Duomo e dall’Accademia cittadina.
Raffaella Crispino è stata scelta da Fabio Ianniello e Giulia Sargiacomo per aprire la project con una personale dal titolo no politics, no war, just simple stories. Sembra un titolo che riecheggia un workshop di Rirkrit Tiravanija a Venezia (No Vitrines, No Museum, Just a Lot of People), ma la Crispino ci spiega che: “è una storia che viene da lontano, questa mostra racconta una relazione con un luogo fisico e uno della memoria”.  Per la precisione, il titolo deriva da uno scambio di battute che l’artista ha avuto con un cittadino, durante la residenza presso il Jerusalem Centre for the Visual Arts (JCVA) di Gerusalemme.

Complessa, lieve ma contudente al tempo stesso e soprattutto tecnicamente graffiante, la mostra rievoca la sua residenza e alcuni brani di vita familiare, compresi filmati ed alcune immagini. Si parla di Palestina e Israele attraverso un’installazione fotografica e il video Lebanon 1984, ottenuto dalla postproduzione di footage del padre dell’artista (ex elicotterista ONU). Il paesaggio e il conflitto sono temi ricorrenti nel lavoro di Crispino. Il paesaggio anche e soprattutto sociale ed interiore. Quello cioè che si fa quasi “computo metrico” di affetti, resilienza (Lebanon 1984 resiste all’orrore e trova un margine altissimo di umanità nel raccontare, nonostante il contesto), attenzione a non dimenticare e non fare dimenticare.


Hai studiato a Napoli, tua città natale, e a Venezia. Ti piace andare lontano e poi tornare? Che senso ha la nascita, e l’ereditarietà che ne deriva, per un artista visivo?

In qualunque luogo mi trovi, ho sempre la sensazione di sentirmi “lontano e tornata”. Credo che questa percezione sia legata al fatto che ho vissuto i primi vent’anni della mia vita in Sicilia dove casa, scuola, amici e tempo libero facevano parte di un ambiente militare. Ero obbligata a identificarmi culturalmente nella “napoletanità” dei miei genitori in mezzo a famiglie provenienti da tutta Italia e dagli Stati Uniti. Un’isola dentro un’isola. Nel tempo ho compreso che l’appartenenza a un luogo è un concetto che non conosco, né quando vivevo a Catania, né quando sono a Napoli, anche se sento un forte legame con entrambe le città. Ho ereditato dei paesaggi forti, e con la Marina Militare, una dimensione di transitorietà, un rigore e una disciplina agitata dalla necessità di essere evasa, il senso d’appartenenza a una famiglia più grande che porta dietro con sé l’alito di uno Stato. In modo severo e ludico, lavoro su grandi temi attraverso le relazioni con le persone che incontro e i luoghi in cui mi sento di passaggio.

raffaella_crispino-installazioneHai continuamente anelato a residenze artistiche e ne hai effettuate molte, dal Giappone, all’Europa al Medio Oriente: come le scegli e come prepari i tuoi periodi di studio e di ricerca all’estero? E’ la dimensione del viaggio e dello straniamento che più si confà alla creazione? Cosa stai cercando?

Oggi chiunque può comprare un biglietto aereo e andare per un tempo in un posto lontano. Non c’è più nulla di straordinario in questo. Le residenze non sono solo delle opportunità per vivere e lavorare in una nuova città, ma, quando se ne ha consapevolezza, sono anche strategicamente parte integrativa della carriera di un’artista. E’ sicuramente d’aiuto quando queste sono dinamiche legate al sistema dell’arte. Personalmente, oltre al profilo della residenza, la mia scelta si basa soprattutto sul luogo in cui si trova perché deve essere di stimolo per la mia ricerca. Io trovo motivazione nella diversità e penso che i contrasti funzionino come degli evidenziatori. Quando si viaggia, le distanze non sono più geografiche ma diventano temporali. Una città dista dalla nostra in base al tempo che impiegheremo per raggiungerla. È dunque il tempo che ci trasporta in questo straniamento. Oltre ad accompagnarmi con buone letture, non prendo mai troppe informazioni sul luogo perché mi piace sentirmi “improvvisamente sradicata”. Non ci devono essere troppe immagini e aspettative nei miei pensieri, poiché il viaggio è lì dove mi trovo, è lì con le persone che incontro. L’atto creativo nasce nel coinvolgimento di un incontro, che prima di essere geografico è soprattutto nell’alienazione temporale dell’individuo che può avvenire in qualunque luogo ci si trovi. Ecco perché, nonostante la forte componente del viaggio che ritorna nel mio lavoro, credo che la mia ricerca sia più legata alla modalità site specific. Cosa stò cercando? Difficile rispondere con chiarezza a questa domanda quando si parla di una necessità incondizionata. Osservare, analizzare, studiare e trasformare sono per me elementi attivi che si rincorrono l’un l’altro in circolo, senza partenza o arrivo, senza nascita né morte.

Lavori indifferentemente con la fotografia, il video ed installazioni in cui ci pare ti piaccia spingerti nel progetto di oggetti funzionali, tutto sommato, e non solo sostegni per le opere. Ci parli della tecnica fotografica usata per la mostra milanese e in particolare del ruolo che la fotografia ha per te rispetto agli altri media?

Le foto che sono in mostra presso la unosolo_project room della 1/9unosunove, sono fatte con una macchina fotografica analogica dotata di una sola lunghezza focale. Le foto che ottengo presentano alcuni punti sfocati, colori acidi e parti bruciate causate dalle infiltrazioni di luce nell’apparecchio fotografico. Al di là di ciò che raccontano, hanno un affascinante gusto pittorico, onirico e sembrano appartenere a un tempo passato. In un certo senso l’imperfezione sembra più vicina alla verità, ecco perché talvolta mi piace stravolgere alcune nozioni fotografiche, poiché seguo più l’evento che il mezzo per riprodurlo. La forza delle foto sta nel non compiacersi e nel non cercare l’approvazione: distruggono tutte le regole perché si fanno forti di qualcos’altro oltre all’immagine in sé, odiano il manierismo e trovano il loro valore in una stratificazione di eventi tra ciò che raccontano e gli occhi di chi li guarda. È una tecnica che uso spesso da due anni a questa parte, ma in generale ho un rapporto quotidiano con la fotografia, uso sia l’analogico che il digitale, per me sono talvolta delle opere in sé o appunti per altre opere, delle idee che raccolgo, un archivio di storie dove ritorno a lavorare. La fotografia ha anche un ruolo incisivo nei video che realizzo e nelle installazioni sono sempre in confronto con disegni, immagini trovate ed oggetti, con i quali costituiscono un’opera unica.

raffaella_crispino-observing_horizonCon l’architetto belga Benoit Burquel, hai partecipato alla Biennale di Paesaggio di Bat-Yam in Israele, dove avete realizzato quest’anno un’installazione permanente che incoraggia ad avere una diversa relazione con il paesaggio, in particolare con l’orizzonte. Non è poco in una zona di conflitti. Puoi raccontarci la genesi dell’opera e soprattutto le reazioni degli abitanti?

Observing Horizon è un’installazione di tre crateri di terra larghi 15 m di diametro e alti 4 m circa, costruiti su un terrain vague (vuoto urbano) di proprietà privata di circa 8000 m2, usato illegalmente per i rifiuti. Grazie alla legge israeliana chiamata “gardening law” che permette alle municipalità di utilizzare queste aree abbandonate per un uso pubblico, col nostro progetto abbiamo riaperto questo spazio alla città. La nostra ricerca si è basata principalmente sulla potenzialità di quello che Gilles Clément chiama “terzo paesaggio”. Contrastando l’approccio usuale d’abbellire tutti gli spazi aperti e verdi, il nostro progetto intende valorizzare la ricchezza delle aree incolte, in una direzione ecologica tanto quanto sociale.  In un’economia di mezzi, i materiali che abbiamo usato per costruire i crateri sono principalmente piante selvatiche e terra di cantiere. Solo le cavità interne sono rivestite di un prato ordinario, delle “oasi” che invitano a una libera appropriazione, in un’atmosfera di condivisione tra estranei, grazie alla concavità che genera protezione e isolamento.
Oltre all’esperienza fisica e acustica dei crateri, l’opera è concepita come un osservatorio sulla pressione immobiliare che ha Tel Aviv sulla città di Bat-Yam. L’astrazione del cerchio estrae da una realtà familiare creando un orizzonte puro. L’orizzonte è infatti un paesaggio primario, una semplice linea che definisce il paesaggio al primo sguardo nella sua identità immaginata: la campagna con le colline come le città con lo skyline. La forma pura dei crateri genera un osservatorio privilegiato verso i cambiamenti urbani. Il nuovo orizzonte artificiale distacca dall’ambiente circostante ed evidenzia lo sviluppo verticale della città. Nella loro semplice forma e la somiglianza a un paesaggio lunare o a un sito archeologico, l’intervento mischia paradossalmente uno spazio da vivere insieme agli altri con un osservatorio sui rapidi cambiamenti urbani, una esperienza fisica di uno spazio concavo con un approccio concettuale verso l’orizzonte. Nonostante occorra almeno un anno per integrarsi nel territorio, con le piante che devono crescere e gli abitanti del luogo che devono appropriarsene quotidianamente, Observing Horizon produce già dei souvenir per gli abitanti: uno scenario per le fotografie di matrimonio, un osservatorio per le stelle, una memoria per i bambini e gli adolescenti.  Ci piace pensare che il nostro progetto è un luogo di appropriazioni libere e spontanee che non abbiamo pianificato.

© CultFrame 10/2010


IMMAGINI

1 Lebanon 1984. Still video. Courtesy dell’artista e 1/9unosunove
2 Vista dell’installazione della mostra no politics, no war, just simple stories presso la unosolo project room di Milano. Courtesy dell’artista e 1/9unosunove
3 Observing Horizon. Vista dell’installazione. Courtesy Raffaella Crispino e Benoit Burquel

INFORMAZIONI
No politics, no war, just simple stories
Dal 22 settembre al 30 ottobre 2010
unosolo_project room / Via Broletto 26, Milano / Telefono: 333.4257786
Orario: martedì – venerdì 15.00 – 19.00 (o su appuntamento) / Ingresso libero

LINK
Il sito di Raffaella Crispino
unsolo_project room, Milano
unosunove arte contemporanea, Roma

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