END. Intervista al filmaker e artista visivo Carlos Casas

carlos_casas-end2Catalano ma di casa in Italia, grazie ad un’assidua collaborazione con Fabrica, dove è entrato come artist-in-residence nel 1998, Carlos Casas ha scelto l’HangarBicocca di Milano per presentare in anteprima mondiale il suo ultimo lavoro.
END, questo il titolo dell’opera, è un’installazione video complessa ed ambiziosa nella quale l’artista-filmaker ha voluto far confluire, su un dispositivo bifacciale a tre schermi, un decennio di ricerca ed esperienza nelle terre estreme del mondo. Sul fronte sono proiettati i tre film documentari girati, rispettivamente, nel lago di Aral in centro Asia (Aral. Fishing in an invisible sea, 2004), in Patagonia (Solitude at the END of the world, 2005) e in Siberia (Hunters since the beginning of time, 2007), tutti rimontati in versione inedita. Sul retro si alternano, invece, i video più brevi (fieldworks) realizzati in quegli stessi luoghi durante i sopralluoghi o le pause di ripresa dei film.
È un viaggio nel viaggio, dove il pubblico è invitato a immergersi in paesaggi visivi e sonori che sfuggono le facili decodificazioni. Natura e uomo si fondono ora in un’incessante quanto apparentemente vana lotta alla sopravvivenza, ora in uno stato di rassegnata desolazione in cui il movimento pare destinato a spegnersi del tutto.
L’installazione, ai confini tra arte, cinema e musica, nasce nell’ambito del progetto “Terre Vulnerabili”, con cui l’Hangar, riaperto di recente al pubblico dopo lunghi lavori di ristrutturazione, conferma la sua vocazione alla multidisciplinarietà.

CultFrame ha intervistato Carlos Casas in occasione dell’apertura dello spazio espositivo dell’Hangar.

Raccontaci come è nato il progetto per l’HangarBicocca. Avevi in mente da tempo di condensare i film documentari e i fieldworks in un’unica installazione o l’idea è nata qui, ispirata dal luogo…

La trilogia è iniziata nel 2001 e si è conclusa nel 2007, dopo il mio viaggio in Siberia, e in effetti era necessario che trascorresse un po’ di tempo perché il lavoro si sedimentasse. Avevo già fatto diversi eventi, ma non avevo ancora avuto l’opportunità di realizzare un’installazione che potesse chiudere il progetto. L’aspetto più importante del mio lavoro è l’esperienza ed è quindi poi fondamentale trovare modalità sempre diverse per presentarla.
Credo che questa sia l’occasione in cui potersi sentire soddisfatti al punto da chiudere il ciclo, sapendo che il materiale è stato usato degnamente: è arrivato nei luoghi in cui doveva arrivare e ha parlato alle persone a cui doveva parlare. Fino a quando questo non succede, di solito continuo a portarmi dietro le esperienze vissute, un po’ come dei fantasmi, e devo trovare il modo di farle “uscire” e trasmetterle nel modo più efficace possibile. Non è detto che in futuro non capiteranno altre occasioni e  dovrò rispolverare la mia vecchia esperienza in queste terre, però per il momento sono felice di farlo qui, in un luogo meraviglioso come l’Hangar, con il pubblico giusto e la giusta attenzione.

Hai parlato di “esperienza”. Quanta di questa esperienza lasci poi entrare effettivamente nei tuoi lavori e come?

Quando porto avanti un progetto di questo tipo mi piace dedicare molto tempo alla ricerca, fino a quando non mi sento “comodo”, con l’energia e la capacità mentale per affrontare l’esperienza, ed è solo allora che intraprendo il viaggio. Durante la preparazione spesso mi occupo contemporaneamente anche della ricerca dei fondi, anche se per la trilogia ho avuto la fortuna di avere sempre il sostegno di Fabrica. Una volta completata questa fase, organizzo il viaggio.
Già dall’inizio ho un’idea precisa delle persone che vorrei incontrare e come prima cosa cerco chi possa aiutarmi a individuarle. A volte occorrono anche 2-3 settimane solo per raccogliere informazioni e trovare i soggetti giusti. Quando poi li ho trovati, trascorro con loro un periodo più o meno lungo e a poco a poco cerco di capire con che occhi voglio vedere le cose. È come se inforcassi un paio di occhiali e cercassi di individuare la diottria giusta. Solo dopo aver vissuto e fatto pienamente “mia” l’esperienza, inizio a sentire che la camera vuole iniziare a girare. È allora che vado alla ricerca di quei piccoli momenti magici che alla fine andranno a comporre il film.

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L’intera trilogia è dedicata alle singole persone che hai conosciuto in quei luoghi, a testimonianza della loro esistenza. Che cosa significa per un artista “testimoniare”?  È questo, per te, il fine dell’esperienza?

È proprio qui, in realtà, che il concetto classico di “documentario” si perde nella mia opera. Quanto può durare un documento? Ha senso conservare un documento senza l’esperienza di chi l’ha prodotto? Avrà energia sufficiente per attraversare la storia? Io sento il bisogno di convertire la mia esperienza in qualcosa di più di un documento. Mi piace pensare che questi film e queste installazioni abbiano un motore nascosto che li porterà un po’ più avanti nel tempo. Quando il documento viene dotato della sensibilità personale di chi l’ha prodotto, a quel punto l’antropologia diventa poesia. Il fatto che i miei film non siano legati a un tempo presente o a questioni scientifiche mi tranquillizza.

Ti interessa forzare i limiti della forma documentario per arrivare alla creazione di un nuovo linguaggio, oppure lo consideri semplicemente un medium, come potrebbe essere quello fotografico?

Inevitabilmente devo servirmi di un codice ma non mi interessano né il documentario né il film di finzione intesi in senso classico, anche se mi piace il fatto che il linguaggio cinematografico possa essere compreso da tutti. Un certo tipo di apertura la trovo però solo in un contesto artistico. Tra questi 3 mondi – il documentario, il cinema e l’arte – c’è una sorta di “buco nero” ed è lì che voglio lavorare, perché il pubblico non ha un codice definito. C’è chi si accosta a questo materiale con l’idea di trovarsi di fronte ad un documentario e lo legge come un documentario, chi invece viene in un centro d’arte come l’Hangar con una predisposizione diversa e coglie altri aspetti. Per questo motivo cerco di cambiare spesso i contesti in cui presentare il mio lavoro. L’esperienza, e qui mi riallaccio a quanto già detto, si adatta ai contesti più diversi senza problemi.

carlos_casas-end1Come si relazionano i film con i fieldwork, dove il sonoro ha una presenza molto più forte?

Questo è un po’ il clou dell’installazione. Volevo ci fosse una bifaccialità, dove il fieldwork potesse dare una sorta di benvenuto prima di arrivare al trischermo, dove tutto è un po’ più definito e dotato di una linea narrativa. C’è stato un momento in cui ho dubitato potesse esserci un collegamento e per questo abbiamo voluto lavorare il suono in modo molto preciso, con punti in cui lo si sente ed altri in cui, invece, è totalmente assente.
I fieldworks per me sono come degli appunti, che annoto quando arrivo in un luogo e ne ricerco l’essenza. Per questo uso le radiofrequenze, che mi permettono di creare una relazione quasi “atmosferica” con il territorio. Mi rivelano cosa c’è dietro, come comunica la gente intorno.

Danno un’idea della presenza umana anche dove questa è apparentemente assente…

Esattamente. L’ho scoperto la prima volta in Patagonia, dove avevo portato con me una radio. A poco a poco che mi addentravo in quei territori mi rendevo conto che c’era una ricchezza di comunicazione notevole. Da lì in avanti ho sempre usato le radiofrequenze per capire esattamente cosa succedeva in quel luogo. Mi permettono di guardare oltre l’immagine, aprendo una sorta di quarta dimensione. Tutto il materiale che registro lo uso anche quando suono le colonne sonore in diretta. Seleziono le parti più interessanti e le mescolo alle interviste, ai suoni del luoghi, alla musica tradizionale, alle registrazioni di ciò che la gente ascolta ogni giorno.

Durante le performance sonore, segui una partitura precisa? Quanto lasci, invece, all’improvvisazione?

Molto dipende dal pubblico e da quanto può accettare. C’è chi ha la capacità di lasciarsi trascinare da una grande massa sonora e chi invece ha bisogno di una componente più delicata. Io non sono un musicista ma in ogni caso capisco la gente, sento le vibrazioni del luogo e intuisco fino a che punto posso forzare la macchina. Capire il pubblico è fondamentale per poter trasmettere quel po’ di essenza che si è vissuta. Sostengo da sempre che ci siano tanti film quante persone. Usando lo stesso materiale potrei fare un film diverso per ogni persona che conosco, toccandola nel profondo. Sarebbe interessante, anche se praticamente impossibile.

Quale sarà la tua prossima meta, geografica e artistica?

Al momento sto lavorando ad un film su un cimitero di elefanti in Nepal, che mi terrà impegnato per i prossimi due anni. A fine novembre presenterò la seconda parte della ricerca, sempre qui a Milano, presso lo spazio Marsèlleria. A settembre presenterò invece al Musée Royaux des Beaux-Arts di Bruxelles un altro progetto, il film Avalanche, che documenta la storia di un piccolo paese del Pamir, in Asia.

© CultFrame 07/2010


IMMAGINI

1 END. L’installazione realizzata da Carlos Casas allestita presso l’HangarBicocca
2 Carlos Casas. Patagonia. Solitude at the END of the world, 2005
3 Carlos Casas. Siberia. Hunters since the beginning of time, 2007
4 Carlos Casas. Aral. Fishing in an invisible sea, 2004
5 END. L’installazione realizzata da Carlos Casas allestita presso l’HangarBicocca
Courtesy Fondazione HangarBicocca. © Agostino Oslo

INFORMAZIONI
Dal 25 giugno all’1 agosto 2010
Fondazione HangarBicocca / via Chiese 2, Milano / Infoline: 0266111573
Orario: martedì – domenica 11.00 – 19.00 /  giovedì 14.30-22.00 / chiuso lunedì
Biglietto: intero  € 8 / ridotto € 6
A cura di Andrea Lissoni

LINK
Il sito di Carlos Casas
HangarBicocca, Milano

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