Tra cinema e fotografia. Incontro con Giuseppe Tornatore

di Mariella Cruciani

giuseppe_tornatoreAnteprima d’eccezione della settima edizione del Tuscia Film Fest (25 giugno-24 luglio 2010), si è svolto a Viterbo, in collaborazione con la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università della Tuscia, un incontro con Giuseppe Tornatore. Il regista premio Oscar si è confrontato con gli studenti dell’ateneo viterbese in una conferenza moderata dal professor Giovanni Fiorentino, docente di sociologia della comunicazione ed esperto di cinema e fotografia, sul tema “Giuseppe Tornatore, una vita tra le immagini: cinema e fotografia”.

È stata la fotografia, che hai cominciato a praticare fin da ragazzino, a spingerti verso il cinema?

Il fotografo Mimmo Pintacuda, che è stato il mio maestro, diceva che ero piccolo ma che avevo occhio. Forse si riferiva alla mia innata attrazione per l’equilibrio compositivo delle immagini. A nove, dieci anni ho capito che in un’immagine c’è sempre un centro di attrazione: davanti ad un’immagine l’occhio va sempre in un punto. Questo mi attraeva!

E la fascinazione per il cinema?

In Baarìa (2009) c’è una sequenza in cui il protagonista porta il figlio al cinema per la prima volta. Nella realtà, io avrò avuto cinque anni: entrando al cinema, rimasi folgorato dalla grande finestra che neanche sapevo fosse lo schermo. Mi colpì la grandezza dei personaggi nei primi piani. Mi chiedevo : “Questi da dove sono entrati?” Le porte erano piccole, in proporzione… Da quel momento in poi, non ho desiderato altro che tornare lì e capire di più. Volevo svelare a me stesso come fosse possibile quel miracolo, poi, una volta scoperto come accadeva, venne il desiderio di farlo a me!

Come è avvenuto il passaggio dalla fotografia al cinema?

Io non volevo fare il fotografo ma non sapevo come fare il cinema. In giro per il mio paese, qualche macchina fotografica c’era: era più facile fare fotografie e avere un primo rapporto creativo con l’immagine, in attesa di fare cinema.  Le prime foto erano con personaggi presi di spalle, perché temevo le reazioni dei soggetti e poi perché volevo rubare momenti, senza che la gente si accorgesse. Andare in giro, guardarmi attorno, osservare la gente è stato una grande palestra, per me! La fotografia è stata un’esperienza di attesa, per fare, poi, altro. Ancora adesso sono grato a Pintacuda e agli altri fotografi che hanno sopportato la mia curiosità, la mia invadenza.

Quindi non ti sei mai considerato un fotografo?

Il mio rapporto con la fotografia è stato di natura strumentale: io pensavo ad altro! Facevo fotografie ma in funzione di un sogno che non era la fotografia ma il cinema. La macchina fotografica, rispetto al cinema, è la libertà assoluta ma io pensavo, comunque, al cinema. Per dodici anni, da Il camorrista (1986)  a La leggenda del pianista sull’Oceano (1998), ho abbandonato la fotografia, poi mi fu chiesto di andare in Siberia a fare foto. La cosa mi incuriosì, andai e da allora ho continuato ad usare la macchina fotografica. Prima, da dieci a ventisei anni, usavo la macchina fotografica, come un paio di scarpe: non uscivo mai senza, ma sognavo di fare altro. Poi quello che sognavo di fare con la macchina fotografica, l’ho fatto, finalmente, con la macchina da presa.

La tua prima produzione è documentaria: non è finzione ma non è più fotografia. Cos’è?

All’inizio, con la cinepresa, io riprendo quello che mi succede intorno, senza un programma. Se c’è uno sciopero o una squadra di muratori che rifà il manto stradale, riprendo questo. Insomma, uso la macchina da presa come una macchina fotografica. Un giorno, però, riprendo un anziano che non riesce ad attraversare la strada, poi, per caso, sei mesi dopo lo trovo seduto al bar che beve qualcosa, e da un’altra parte ancora: così, mi ritrovo tre momenti dello stesso personaggio. Mi comincio a chiedere chi è, dove abita, che fa: nasce, dunque, un’idea di racconto. Nel 1976 cominciai a pensare ad idee, sempre di tipo documentaristico. Al mio paese era stata molto diffusa l’arte di costruzione dei carretti ma, negli anni settanta, non si costruivano già più: pensai, allora, di riprendere il rifacimento di pezzi di carretti diversi, come fossero uno solo. Così potevo fare il mio documentario: ci ho messo cinque anni ma erano lavori per me, lavori che non vedeva nessuno.

Come avviene la svolta?

Quando nascono le sedi Rai regionali comincio a lavorare per loro: le idee mi vengono proposte da loro, la produzione mi impone le cose da fare. Dura, saltuariamente, tre o quattro anni, sogno anche di essere assunto ma la cosa, fortunatamente, non avviene. Poi, me ne vado dalla Sicilia…

Sciascia ha detto “La Sicilia è cinema”: Perché, secondo te?

Perché i personaggi di questa regione sono ben delineati, i buoni e i cattivi sono riconoscibili, come in un film western. Anche la posta in gioco, il benessere, il progresso, è forte! Per questo, si continua a fare film su quel mondo lì. Quando ho fatto Lo schermo a tre punte (1995), pensavo che l’argomento fosse esaurito: anche il tema della mafia sembrava sfruttato. Non era, invece, così: qualche anno dopo, I cento passi (2001) di Giordana racconta il tema della mafia come nessuno aveva fatto prima, con un personaggio che nasce da una famiglia mafiosa.

Nel cinema, i momenti fondamentali sono la scrittura, le riprese, il montaggio. A quale di queste fasi attribuisci più importanza?

Il cinema è una successione di riscritture: quando un film comincia la sua avventura commerciale, lì c’è un’altra serie di riscritture. Come si scrive un film? Ci sono delle regole ma, di volta in volta, è la storia che scegli che ti impone una metodologia particolare: se non hai un buon copione, non puoi fare un bel film. Poi le riprese sono una riscrittura e il montaggio una scrittura ulteriore, però, prima di tutto questo c’è l’incubazione della storia, un’idea che ti viene da mille cose diverse. Da quando hai la sensazione che quella cosa possa essere l’anima di un film a quando cominci a scriverla, succedono tante cose… L’incubazione può durare un istante o quaranta anni: l’incubazione è far macerare quell’idea, immaginare mille sviluppi dinamici o diversi approdi. L’incubazione può contenere in sé persino l’annullamento dell’idea stessa: questo vuol dire che di quella cosa, in realtà, non ti fregava niente. O, viceversa, può accadere che, venti anni dopo, un’idea torni nella sua dimensione compiuta. L’incubazione, per me, è fondamentale quanto la scrittura!

Un’altra fase importante è la ricerca dei luoghi e degli attori…

Se scegli ambienti, narrativamente parlando, sbagliati e sbagli anche il cast, hai già dato una “zappata” alla tua storia. Poi, si pensa che, dopo il montaggio, tutto sia finito ma la voce è fondamentale, è una parte importantissima del nucleo emozionale. Il suono può aiutare a rivelare componenti che non era giusto rivelare con il montaggio. Un’inquadratura, con un supporto sonoro o con un altro, sembra più lunga o più corta, dà una diversa percezione del tempo. Si dice che la musica accorci la percezione del tempo: in verità, anche il suono di un certo tipo può fare questo. Un tempo morto può essere spezzato da un suono appropriato.

A proposito di Baarìa, hai detto: “ Venticinque anni fa, non avrei saputo farlo, perché non avevo le capacità”. Cosa intendevi ?

Il cinema non si finisce mai di impararlo, di conoscerlo: è bellissimo anche perché è sfuggente, indefinito. Le esperienze che fai ti danno una maggiore preparazione ma, anche, ti fanno capire quanto ancora c’è da imparare: il concetto di routine, in questo mestiere, non esiste. Venti, ventuno anni fa, sono stato alla serata degli Oscar, quando Nuovo Cinema Paradiso (1988) ha vinto, davano l’Oscar a Akira Kurosawa e lì lo conobbi. La sera, quando lo chiamarono sul palco, lui disse: “Mi chiamo Akira Kurosawa, ho 80 anni, ho fatto tanti film ma non ho ancora capito l’essenza del cinema”. Quella confessione era autentica, vera.  Più fai questo mestiere, più capisci che non puoi padroneggiare tutto. In questo senso, penso che venticinque anni fa non avrei potuto fare Baarìa, forse, più in là, l’avrei fatto meglio, adesso ho potuto farlo così!

© CultFrame 06/2010


IMMAGINE

Giuseppe Tornatore

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CULTFRAME. Baarìa di Giuseppe Tornatore. Film di apertura della 66a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
CULTFRAME. Baarìa. Un film di Giuseppe Tornatore

Filmografia di Giuseppe Tornatore

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