Serafhaus. Incontro con Luigi Serafini

luigi_serafini-a_la_coque_comme_a_la_coqueRoma. “Per chiudere, mi piacerebbe fare un film.” – afferma Luigi Serafini (Roma 1949, vive tra Roma e Milano) alla fine della chiacchierata – “Perché il cinema è la vera arte del nostro tempo.”. L’idea di movimento è implicita, guardando la curiosa installazione che introduce la sua prima mostra personale – Serafhaus – nello spazio romano di LipanjePuntin. A la coque comme à la coque nasce in un altro contesto, acquisendo una nuova identità in questo percorso che è un po’ la summa della creatività dell’artista.
Di quel primo momento al Pac di Milano, nel 2007, dove occupava l’ampio spazio dell’androne nella rappresentazione decisamente grottesca, in coppia con un’altra “creatura”, per metà uomo e per metà rondine – il tema era quello della migrazione, la condizione di precarietà degli extracomunitari e la rondine, si sa, “è un cielo che non ha confini” – rimane un’ibrida icona di donna-rondine che indossa il frac (con le code alzate) e le scarpe da ginnastica: stringe in una mano un cucchiaio e nell’altra una saliera. La messinscena prevede una tavola imbandita per la colazione, con una fetta di pane tostato sospeso in aria, come pure un grande uovo à la coque. Un altro uovo di dimensioni maggiori, intanto, bolle in pentola (non è finzione), mentre l’uccellino-umanizzato attende dall’alto del suo nido che qualcuno salga la scala a pioli per portargli nutrimento.
Questa non è che una delle possibili letture dell’opera, come sostiene lo stesso Serafini, grande “esperto di fantasia”.

luigi_serafini-storie_naturali-rubus_auriflammeusIl suo universo attinge sempre al reale, che sia natura – come le splendide foglie di quella sorta di erbario con cui, recentemente, ha reso omaggio alle Storie Naturali di Jules Renard, combinando le sue piante di fantasia agli appunti/racconti dello scrittore: “un libro che mi avevano regalato da bambino, ma che ho letto solo in questa occasione, scoprendo un testo meraviglioso con osservazioni su una natura semplice, non esotica.” – quotidiano domestico – forzando i limiti del reale con una sapiente dose d’ironia. “La quotidianità è per me il luogo più esotico e lontano. Ho sempre la sensazione di stare chiuso in una prigione – un’idea platonica – come un canarino in gabbia. Si tratta, poi, di riuscire a dare un senso al mangime, alla mangiatoia, al trespolo…”.
Serafhaus è la sintesi di costanti sperimentazioni – una sorta di “personale atelier volante di Luigi Serafini”, come lo definisce il curatore Umberto Zampini – che include dipinti, pastelli, neon, installazioni, disegni al computer e oggetti di design: la lampada a forma di testa di cervo (Silver Deer, 2004/2005) è un trofeo decisamente “illuminato”; le teiere con manici e beccuccio che interpretano liberamente un motivo tradizionale della ceramica di Deruta; quanto alle brocche di ceramica in smalto opaco, raffigurano figure di fauni ubriachi, il cui corpo è un grappolo d’uva: “il fauno ha perso la testa, si è ubriacato e, più che versare l’acqua, la fa uscire fuori come un rutto.”.
Leitmotiv della mostra è l’uovo, presente – oltre che nella grande installazione – anche in altri lavori. In Il trionfo della Grande Pollarola (2001), dipinto digitale sotto plexiglass che nasce dall’elaborazione di un’opera del passato, ad esempio piovono uova dal cielo e l’uovo – sodo o à la coque – diventa attributo del potere divino e terreno. Pezzi di gusci di uovo, poi, sono sparpagliati sulla superficie di un tavolo bianco, anch’esso disegnato dall’artista. “L’uovo è un oggetto molto semplice, familiare.” – spiega Serafini – “Un uovo c’è sempre nel frigorifero. Si risolvono situazioni drammatiche con l’uovo e la scatoletta di tonno. Le implicazioni, poi, sono tante: dalla struttura geometrica del guscio, ai riferimenti simbolici… chiunque può leggerci qualsiasi cosa.”.

luigi_serafini-trionfo_grande_pollarolaRielaborate, ingrandite e presentate sotto plexiglass, alcune tavole del celebre Codex Seraphinianus (1976/2010), concepito dall’artista, alla fine degli anni Settanta, come una sorta di enciclopedia con parti scritte e disegnate. “Da un giorno all’altro, cominciai a disegnare fogli poco più grandi del formato A4, tavole che presero una forma di scrittura e disegno. Ci lavorai per circa due anni, poi cercai un editore perché volevo farne un libro. L’idea era di mettere ‘in rete’ la mia opera, in tempi in cui internet ancora non esisteva. Credo che il Codex faccia parte di quell’umore generale, in cui si avvertiva la necessità di una comunità basata sulle connessioni, di usare la fantasia come elemento jolly che permettesse un incontro. La difficoltà fu trovare l’editore, inseguendo un’idea di libro con scrittura non leggibile. In realtà, la non leggibilità significava il massimo di comunicabilità, proprio perché era aperto a tutte le letture.”.
E’ stato un libro fortunato, il Codex Seraphinianus, tanto che è in cantiere una nuova edizione. Ed è stato il link per incontrare due personaggi straordinari, con cui l’artista ha avuto modo di collaborare: Ettore Sottsass e Federico Fellini. “Fanno parte anche loro della connessione. Quando ho creato il libro, è come se mi fossi messo sull’elenco telefonico – in rete – dicendo sono esperto in fantasia, esattamente nel senso in cui intendiamo oggi il sito internet, l’home page. Tutti i contatti sono avvenuti attraverso il libro, a dimostrazione di quanto sia una metafora di internet.”.

L’artista, che proviene da una formazione in architettura, nel 1981 prende parte al gruppo Memphis, coinvolto dallo stesso Sottstass. Quanto a Fellini, anche a lui arrivò la tipica telefonata mattutina, a cui seguì il dubbio (comprensibile) che si trattasse di uno scherzo. “Fellini quando aveva una curiosità andava diretto alla fonte. Così mi sono trovato a lavorare nel suo ultimo film, ‘La voce della luna’. Girare un trailer di un film di Fellini era impossibile, così fui chiamato per fare un disegno che desse un’idea del film. Feci una serie di disegni ispirati al libro di Cavazzoni e venne fuori un’immagine notturna in cui Federico aveva la canna da pesca e pescava la luna, probabilmente sulla spiaggia di Rimini o qualcosa del genere. L’idea della cattura della luna, con la canna e il filo, gli piacque così tanto che la introdusse anche nel finale del film.”.

© CultFrame 05/2010


IMMAGINI

1 Luigi Serafini. A la coque comme à la coque, 2007/2010. Installation
2 Luigi Serafini. Storie naturali: Rubus Auriflammeus, 2009. C-print on cotton paper, plexiglass, aluminium. cm150x100
3 Luigi Serafini. Il trionfo della Grande Pollarola, 2001. Digital painting on cotton paper. cm75x125

INFORMAZIONI
Dal 6 maggio al 3 luglio 2010
LipanjePuntin arte contemporanea / Via di Montoro 10, Roma / Telefono: 0668307780 / info@lipuarte.it
Orario: martedì – sabato 14.00 – 20.00 o su appuntamento / chiuso domenica e lunedì / ingresso libero
A cura di Umberto Zampini

LINK
LipanjePuntin arte contemporanea, Roma