Biographical Landscape. Fotografie di Stephen Shore 1969-1979

stephen_shore-california_177Cosa vuol dire guardare la realtà attraverso il filtro tecnologico della macchina fotografica? Quale azione compie il fotografo quando si relaziona al mondo circostante? Le risposte a queste domande sono contenute nel lavoro di Stephen Shore, autore che in maniera inequivocabile chiarisce la funzione del fotografo nel panorama creativo contemporaneo.
La scelta di Shore è quella di posizionarsi di fronte al presunto reale cercando di cogliere quanto di ineffabile e straniante esiste nella realtà umana, in particolar modo nord-americana. Che diriga il dispositivo fotografico verso un grande incrocio stradale o all’interno di una stanza di un’abitazione (o di un albergo), la sua impostazione non cambia. L’aspetto fondamentale della sua ricerca fotografica è semplicemente quello della registrazione formalmente asettica del mondo. Non certo di un mondo “alternativo” e/o “particolare”. La sua attenzione è, infatti, chiamata in causa dall’ovvio e dal normale, dal contesto architettonico/ambientale, umano e sociale senza che la sua azione esprima in maniera spudoratamente “ideologica” una critica nei riguardi del mondo (critica pur presente). Shore registra i luoghi e gli spazi, seziona (come un chirurgo/entomologo) l’organizzazione della società (ma anche i suoi risvolti intimi) per costruire un catalogo del “vivere straniante e straniato”.
La sensazione che si prova davanti a una sua opera è quella di smarrimento di punti di riferimento. Il lavoro che svolge sui segni sembra non portare in alcuna direzione, anzi evidenzia una sorta di non senso che diviene rovescio della medaglia dell’assenza. Macchine parcheggiate, strade deserte, incroci anonimi, insegne, locali vuoti. Il panorama che viene fuori dalla sua opera di catalogazione è desolato e desolante, e l’evanescente presenza umana, evidenziata dalla collocazione nello spazio di segni, allude al tema centrale della sua opera: l’assenza.

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In tal senso, la mostra allestita presso il Museo di Roma in Trastevere, intitolata Biographical Landscape, appare un contributo intellettuale e culturale emblematico che intende riproporre le tematiche sopra elencate in una prospettiva di tipo concettuale che fa di Shore uno dei maggiori fotografi dell’era contemporanea.
L’esposizione è incentrata su centosessantaquattro immagini, tra opere di grande formato e minuscole “cartoline” che vanno a comporre un mosaico di rara complessità e di limpido rigore espressivo.
Nei suoi scatti non c’è alcuna tendenza estetizzante (esiste però un’estetica della percezione, cioè il sentimento del vedere), né una sterile tensione compositiva; e neanche una poetica urlata e strategicamente organizzata per lanciare messaggi. Shore si muove nella realtà come una sorta di artista-macchina, di raccoglitore gelido di segni dell’alienazione.
La mostra romana (che rappresenta l’ennesima tappa di un lungo itinerario internazionale) è tripartita in sezioni. Nella prima si avverte il forte legame con la Pop Art e l’influenza che la frequentazione della Factory di Andy Warhol ha avuto sul suo percorso espressivo. La seconda è quella nella quale sono messe insieme fotografie effettuate nel triennio ‘74-‘76, quello in cui il connubio tra stile e poetica diviene fortissimo, e allo stesso tempo leggibile a livello critico. La terza, legata alla produzione successiva al 1976, rappresenta una sorta di radicalizzazione espressiva che permette al suo sguardo di depurarsi ulteriormente e di raggiungere un’ulteriore apertura verso una visione che amplifica lo stordimento provocato dalla normalità.

stephen_shore-room_316Stephen Shore, fattore non sempre evidenziato, può essere considerato senza dubbio uno dei più intelligenti costruttori dello sguardo americano, insieme ad altri autentici compagni di strada come il fotografo William Eggleston, il cineasta Gus Van Sant e il pittore/fotografo/regista David Lynch. Ma non è da escludere anche una sua influenza concreta nell’opera visuale di Wim Wenders.
Ancora oggi, le opere di Shore rappresentano un’autentica lezione di compostezza dello sguardo. I suoi paesaggi, le vedute naturalistiche, gli scorci, sembrano analizzabili con totale leggerezza. In verità, ogni suo scatto nasconde un mistero insondabile, uno scarto, una deriva che ha a che fare proprio con la presunta ovvietà della sue inquadrature che invece risultano quasi non classificabili.
L’assenza e lo squallore della vita quotidiana si fondono nei suoi lavori dedicati agli spazi interni. In questo caso, la sua poetica sembra assumere una connotazione più precisamente identificabile (i televisori, le stanze quasi plastificate, i segni del consumismo). Così, quando il suo sguardo/macchina si sposta sui dettagli del vivere consumistico/capitalistico (un frigorifero pieno, una stazione di servizio, una piscina) si ha l’impressione di una progressiva e spietata messa a fuoco della condizione umana, tutta chiusa nella tragedia impossibile di cancellare il nulla attraverso una proliferazione di simboli e segni che non riescono in nessun caso a riempire l’abisso del non senso.

©CultFrame 02/2010


IMMAGINI

1 Stephen Shore. California 177, Desert Center, December 8, 1976
2 Stephen Shore. Fifth Street and Broadway, Eureka, California, September 2, 1974
3 Stephen Shore. Room 316, Howard Johnson’s, Battle Creek, Michigan, July 6, 1973

INFORMAZIONI
Dal 26 febbraio al 25 aprile 2010
Museo di Roma in Trastevere, Piazza S. Egidio 1B / info: 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 21.00)
Orario: martedì – domenica 10.00 – 20.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietto: intero 5.50 euro / ridotto 4 euro
A cura di Stephan Schmidt-Wulffen

LINK
Museo di Roma in Trastevere

4 commenti

  1. cosa vuol dire guardare la realtà attraverso il filtro tecnologico della macchina fotografica?
    quale azione compie il fotografo quando si relaziona al mondo circostante?
    queste domande sono strategicamente importanti.
    leggendo e rileggendo l’articolo mi chiedo;
    potremmo ampliare le nostre capacità di imparare a vedere disimparando a riconoscere?
    cosa accade allora, diventa tutto casuale?
    e se invece sostituiamo casualità con possibilità, cosa succede? cosa cambia?
    qualche spunto per un possibile dialogo.

    pietro

  2. Disimparare a riconoscere, certo… e poi riconoscere cosa? E chi? Forse oltre alla parola possibilità, su cui concordo pienamente, si potrebbe aggiungere la frase: fotografia come conseguenza…

  3. fotografia come conseguenza del possibile….

    un “tracciabile” sempre aperto alle domande….

    ( sul tracciabile un articolo pan-ikon su cultframe del 10/2002 )

  4. fotografia come conseguenza…
    Le parole di Maurizio mi fanno pensare alle mie azioni, alle mie fotografie.
    Ancora una volta leggo di cose che sento mie, ma che mi vengono chiarite da altre persone.

    Samuele

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