The Façades Project. Intervista all’artista Helidon Gjergji

helidon_gjergji-facades_project1CultFrame incontra Helidon Gjergji, artista albanese che vive a New York, al termine di una sua installazione pubblica a Tirana per il Façades Project (Progetto delle Facciate).
Inventato nel 2000 dal sindaco di Tirana (il pittore Edi Rama) e dal 2003 parte della Biennale di Tirana, il Façades Project nel 2009, oltre a quella di Gjergji, ha posto in opera installazioni di colori e forme su edifici pubblici abitati di Tirana di Tomma Abts , Franz Ackermann, Ann Edholm, Per Enoksson , Tala Madani e Adrian Paci.
Helidon Gjergji ha scelto di lavorare sul Building numero 10 di Tirana, un grande edificio di edilizia popolare, densamente abitato. In quest’intervista, oltre alla genesi dell’opera sull’edificio, la sua posizione di artista e una curiosa anticipazione dei suoi prossimi progetti.


Jennifer Higgie, co-direttrice di Frieze, nell’editoriale di novembre 2009, parla di “prendere coraggio” nell’arte e nella vita reale. Si riferiva ad un’altra Biennale, quella di Istanbul e a ciò che può definirsi “politico” nell’arte. Su quest’ultimo punto non era in grado di trovare una definizione stringente del “politico” nell’arte: puoi provare a definire un’opera politica, a partire dalla tua educazione e pratica artistica?

Sebbene non ci sia unanime consenso sul significato del politico nell’arte, di sicuro molti sono d’accordo nel dire che l’arte è politica finanche quando prende dichiarate distanze da affari del genere. Ogni volta che c’è un fine, l’arte diventa coscientemente attiva o, in altre parole, arte politica attiva. Sebbene sia parte dello stesso spettro di arte “guidata da un fine”, la mia pratica risiede quasi all’opposto della frase di Bertold Brecht che la Higgie cita nell’editoriale di cui parli, “l’arte non è uno specchio messo davanti alla realtà ma piuttosto un martello che le dà forma”. Io rifletto piuttosto la realtà editandola, e quindi la ri-formo usando una cornice strategica più che un martello. Penso che la grazia di una cornice sia più efficace della potenza di un martello. Editare manda segnali, brandelli di avvisi e non quello finale, come invece fa un martello. Editare la realtà permette di riformarla in un modo umile, suggerendo strategie e non imponendole, come si fa martellando.

helidon_gjergji-facades_project2Spesso ti ispiri alle architetture del confine, a simboli e alle forme più nascoste della società dei consumi.  Puoi spiegare meglio il tuo focus creativo per il progetto delle Facciate a Tirana e anche meglio cosa è l’edificio su cui hai disegnato la tua facciata? L’hai scelto tu? Ancora sui simboli: come, se lo ha fatto, la corruzione morale e amministrativa dei sistemi comunisti ti ha influenzato come artista all’interno e all’esterno del tuo paese natale, l’Albania, per questo progetto e per altri?

Come uomo che ha vissuto metà della sua vita sotto un regime comunista, e l’altra metà sotto l’economia di mercato, quando ho iniziato a lavorare per il progetto delle Facciate a Tirana, mi sono ispirato al muro di Berlino, una struttura reale piazzata in mezzo ad una frontiera tra due sistemi ideologici – per me un paradosso architetturale ed un emblema insieme. Paradosso perché non ha una, ma due facciate e l’una è l’interno dell’altra. Questa natura Giano-bifronte del muro mi sembra sia stato il modo più brutale per esprimere la più grande influenza sistemica su uno spazio istituzionale, sia durante la guerra fredda, sia oggi per quel che ancora significa. Ogni edificio possiede una facciata esteriore che è l’interno di un’altra realtà. Per questo, con il progetto delle Facciate, ho cercato dei modi per capovolgere questa bipolarità semiotica.
Per il Building numero 10 di Tirana che ho scelto, ho deciso di prendere l’interno dell’edificio e metterlo fuori, il che significa trasformare il privato in pubblico e incapsulare l’irreale così come percepito dai segni che lascia. Ho preso icone del mondo computerizzato e del commercio dagli interiors dell’edificio, dove risiedono nel quotidiano dei suoi abitanti, e li ho dipinti sulla pelle di cemento della facciata pubblica, esteriore, del palazzo. Nello stesso tempo, ho pensato di rispettare le forme architetturali esistenti ed i ritmi dell’edificio, sottolineando non solo le sue modificazioni nel tempo ma anche le pregnanti continuità rintracciabili in tutti gli anni della sua esistenza. Mi sono domandato se le icone dei computer siano le uniche in grado di tradurre la vecchia dicotomia ideologia/realtà in una nuova forma, anche se meno compresa. E penso che l’unico diritto a rispondere a questa domanda sia quello degli abitanti dell’edificio e dei numerosi passanti nella zona.

La Biennale di Tirana diventa, anno dopo anno, sempre meno un evento effimero e l’arte contemporanea internazionale sembra abbastanza diffusa in Albania grazie anche al lavoro fatto in questi anni. E anche grazie al Façades Project a cui tu hai preso parte nel 2009. Qual è stata la tua aspettativa prima di cominciare il progetto e qual è dopo tutte le edizioni della Biennale a cui hai partecipato, soprattutto in termini di reazioni del pubblico locale?

Ci sono più di 200 biennali internazionali nel mondo e spesso senti qualcuno parlare di inflazione e nostalgia per i cari vecchi tempi quando si contavano sulle dita di una mano e quindi avevano ancora l’aura che deriva dall’esclusività. Accanto alle storiche biennali ci restano solo poche altre nuove con loro tratti distintivi.  La Biennale di Tirana non solo è stata capace di non cadere in questa trappola creando la propria identità, ma ha anche evitato di metter su trappole nuove per i suoi potenziali appassionati. Ha fatto ciò mentre contemporaneamente enfatizzava i due aspetti complementari della sua identità, uno permanentemente effimero e l’altro “effimeramente permanente”. Con il Facades Project, si è unita alla comunità per divenire un portatore di interesse permanente nel tessuto urbano di Tirana. Questa Biennale dopo i giorni di mostra si ritira gentilmente nella memoria comune, mentre il suo alter ego pubblico si spinge nel futuro della città.
Sin dalla sua prima edizione nel 2000, il Façades Project ha acceso, anche molto forte, la passione del popolo, l’ira o l’amore dei politici, l’apprezzamento o il criticismo della comunità internazionale. Tornando alla prima domanda – arte e politica – questo è l’esempio perfetto di come la grazia della cornice può essere molto più efficiente della potenza del martello.
Dopo la caduta del Muro, gli albanesi pensarono di essere finalmente liberi e di poter soddisfare i propri bisogni. Questo significava anche cavalcare gli estremi – dal non essere neanche in grado di mettere un’antenna sul tetto fino ad abusi edilizi mai visti prima nei propri appartamenti siti in edifici pubblici. Il far West dello sviluppo urbano. La deprimente architettura statalista si è trasformata nella deprimente “non architettura” di John Wayne. Qualsiasi ottimista avrebbe pensato alla demolizione come unico problema – altro che martello di Brecht! Ma il Sindaco non era interessato né ad essere ragionevole né ottimista, voleva essere un buon cittadino ed un buon artista e fece ciò che gli artisti fanno al meglio: creò una nuova realtà. Che adesso esiste. Alcuni abitanti pensano che sia un’idea idiota, altri brillante, ma tutti ne parlano e ci pensano. Se ha imposto il progetto delle facciate ai cittadini? No, non l’ha fatto! Invece, sono stati molti abitanti che hanno nel tempo imposto i loro progetti privati sulla città. Attraverso quello che può sembrare un’imposizione di colori, il sindaco (Edi Rama n.d.r) ha semplicemente domandato: la città inizia dove le vostre case finiscono o le vostre case sono parte esse stesse della comunità? E tutti noi artisti partecipanti al progetto abbiamo dovuto tenere in conto questa domanda, sebbene come punto di partenza.

helidon_gjergjiQuali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto portando avanti diversi lavori, ma qui ti parlo di un altro progetto nello spazio pubblico che sto promuovendo – la Biennale del Parcheggio (Parking Lot Bienniale). Circa 30/40 artisti sono stati invitati a installare progetti d’arte nelle loro automobili, che saranno parcheggiate per un giorno in un vero parcheggio per auto nella città che ospiterà la biennale (attualmente da definire n.d.r.). Il parcheggio sarà operativo durante la mostra, così molti altri veicoli potranno entrare ed uscire durante l’evento, creando una desiderata confusione tra casualità e progetti attentamente controllati. L’obiettivo è rendere evidente e chiaro – attualmente è piuttosto oscuro – che molti guidano le proprie auto per la semplice ragione che non possono andare a letto con esse. Una macchina ferma in un parcheggio, con la sua superficie brillante dopo un lavaggio e con l’affascinante antenna dello stereo eretta, è molto più vicina alla ragione di non essere solo un ovvio mezzo di trasporto. Fare interventi artistici con auto in sosta ci consentirà di innalzare la loro aura ed esibire la relazione disfunzionale del pubblico con la cura delle loro auto, mescolando la loro energia sociale metallizzata. Quindi, in questo caso, l’arte creerà un contesto appropriato per le automobili invece che le auto un luogo alternativo per l’arte.

©CultFrame 01/2010

 

BIO
Helidon Gjergji è nato a Tirana nel 1970, vive e lavora a New York. Tra le principali mostre a cui ha partecipato: La Biennale di Venezia 52; Apexart, New York; Il Museo di Kosovo; Villa Arson, Nizza; Lothringer Dreizehn Kunsthalle, Monaco; The Present Future, Artissima 10, Torino, (selezionato da Enma Dexter, Tate Modern, Londra); Tirana Biennale 1, Galleria Nazionale delle Arti, Tirana (selezionato da Francesco Bonami), Museo Madre (N.E.S.T., Disegna la tua città), Napoli, Chelsea Art Museum, New York, Botkyrka Konsthall, Svezia.

IMMAGINI
1, 2 The Façades Project by Helidon Gjergji
3 Helidon Gjergji. Fotografia ©Gent Gjata

LINK
Helidon Gjergji. The Façades Project
Tirana Institute of Contemporary Art / Tirana International Contemporary Art Biennial