Nicholas Ray. Una retrospettiva al 27° Torino Film Festival

nicholas_ray-il_diritto_di_uccidereSono abbastanza un film inedito ed uno televisivo per giustificare una retrospettiva dedicata ad uno dei maestri del cinema come Nicholas Ray, scomparso 30 anni fa, sui cui sembra sia stato detto tutto? La nostra risposta è sì; perché di Nicholas Ray oggi si parla poco e perché il suo nome è rimasto legato solo a film come Gioventù bruciata e al mito di James Dean. Troppo poco secondo il nostro avviso, per un regista che ha saputo coniugare classicismo e modernità, nelle migliori delle sue pellicole, e un senso di estremismo anche cinematografico in quelle girate con la “mano sinistra”.

La retrospettiva che ci propone la 27ma edizione del Torino Film Festival, la prima diretta da Gianni Amelio, è completa: tutti i film di Ray come regista, compreso quello che ha girato per la tv nel 1946 dal dramma di Lucille Fletcher Sorry wrong number. Se Gioventù bruciata (Rebel without a Cause, 1955) è il film per eccellenza sul rapporto (edipico) tra figli e genitori, in cui i ruoli si scambiano con una velocità vertiginosa, in realtà, Ray, già in film precedenti, come La donna dei bandito (They Live by Night, 1947) e I bassifondi di San Francisco (Knock on Any Door, 1949), in un’epoca in cui ben pochi si occupavano di disagio giovanile, metteva in scena adolescenti costretti a confrontarsi con una realtà di violenza che spesso finiva per risucchiarli.

nichola_ray-bigger_than_lifeDietro lo specchio (Bigger than Life, 1956) è un melodramma non privo di una vena di ironia che svela i vizi e le debolezze che si nascondono dietro le famiglie e le facciate perfette della borghesia di provincia dell’America degli anni ’50. Ma l’occhio di Nicholas Ray era appuntato soprattutto sul cinema: ne fanno fede pellicole come Il diritto di uccidere (In a Lonely Place, 1949) desolato film sul mondo di Hollywood. In tale chiave metalinguistica rientra anche un’opera misconosciuta come Il temerario (The Lusty Men, 1952) sconsolata critica al mondo del rodeo, un’analisi impietosa del mito del cowboy. Nel 1953 firma il suo primo capolavoro: Johnny Guitar sorta di western melodrammatico, barocco ed eccessivo in cui i protagonisti, non più giovanissimi, oltre alla rocciosa Joan Crawford va segnalata anche la sua antagonista, Emma, interpretata da una allucinata Mercedes McCabridge (più tardi sarà la voce originale del demonio ne L’esorcista), più vicini ad una interpretazione horror piuttosto che ad un film ambientato nelle praterie. Il simbolismo coloristico audacissimo di questa pellicola dà il via a film straordinari come All’ombra del patibolo (Run for Cover, 1955) in cui viene proposto in chiave western il rapporto tra padri e figli, La vera storia di Jess il bandito (The True Story of Jesse James, 1956), altro “rebel without a cause” nella filmografia del nostro e la straordinaria plasticità della rivisitazione del gangster movie attraverso il musical dello straordinario Il dominatore di Chicago (Party Girl, 1958) con Robert Taylor e la grande Cyd Charisse.

nicholas_ray-gioventu_bruciataIn seguito, cedendo al suo spiccato senso dello spettacolo, Ray realizzò superproduzioni magniloquenti senza però rinunciare ai suoi principi politici e sociali. Così Ombre bianche (Savage Innocents, 1960) è una riflessione sulla libertà dell’individuo, Il Re dei Re (The King of Kings, 1961) una versione anche laica della vita di Gesù con un iconografico Jeffrey Hunter e 55 giorni a Pechino (55 Days at Peking, 1963) è un colossal barocco di bressoniano astrattismo con uno stile asciutto, in equilibrio tra realismo e simbolismo, con un’attenzione forte per l’architettura dell’inquadratura.

Gli ultimi due progetti di Nicholas Ray riguardano un oscuro lungometraggio corale ed erotico come The Janitor in cui firma un episodio (tra gli altri registi Dusan Makavejev e Jens Jorgen Thorsen) e We Can’t Go Home Again, del 1973, girato con gli allievi del corso di cinema dello Harper College in cui risente delle esperienze del New American Cinema e dell’Underground.

Nel 1980 Wim Wenders gira Nick’s Movie – Lampi sull’acqua con Nicholas Ray sul letto dell’ospedale. E consegna il vecchio regista all’eternità. Eternità che Hollywood gli aveva sempre negato.

©CultFrame 11/2009

IMMAGINI

1 Frame dal film Il diritto di uccidere di Nicholas Ray

2 Frame dal film Gioventù bruciata di Nicholas Ray

3 Frame dal film Dietro lo specchio di Nicholas Ray

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Filmografia di Nicholas Ray

Torino Film Festival

2 commenti

  1. Ottima sintesi! Ancora una nota su “In a Lonely Place”: davvero un capolavoro, da più punti di vista, anche meglio di quel “The Big Knife” (1955) di Aldrich rivisto tre Torino Film Festival fa.

  2. Un’ultima nota generale e un’altra particolare: tra le caratteristiche ricorrenti che balzano agli occhi rivedendo consecutivamente i film di Ray possiamo rintracciare, anche nelle opere più diverse, l’emergenza trattenuta di uno sguardo autenticamente documentario, tra “presa diretta” di intere sequenze e ricostruzione didascalica di ambienti, caratteri, ruoli sociali: sono da ascrivere a questo sguardo veri “topoi” del cinema di Ray come la presenza regolare di uomini di colore che svolgono lavori più umili dei protagonisti o la costruzione e ricostruzione continua di situazioni di intimità domestica (in cucina) tra l’uomo e la donna, ma anche le più smaccate panoramiche sul mondo dell’aviazione in “Flying Leathernecks” (1951) e su quello del rodeo e le sue regole in “The Lusty Men” (1952). Nulla di tanto stravagante per il cinema americano di quegli anni, ma che classe, soprattutto nella prima serie di situazioni!
    Nota di merito particolare per l’affresco sulla mala e sui locali di Chicago negli anni ’30 presente in un altro film oggi poco (ri)conosciuto: con “Party Girl” (1958) Ray melodrammatizza il gangster movie come aveva fatto col western in “Johnny Guitar”(1953) e ricostruisce con un’esattezza inquietante il ‘sistema’ su cui si reggeva il malaffare mafioso di quegli anni. Fa uno strano effetto vedere come ogni bella ragazza passata a tiro del boss e dei suoi sgherri venga invitata alle feste che si tengono nel palazzo del boss, pagata 100$ per il disturbo (consegnati in una scatolina imbrillantata che però le ragazze devono restituire) e possa poi guadagnarne molti di più se rimane tutta la notte accanto agli uomini di casa… al centro del film c’è poi il paragone tra la ragazza che si mantiene in questo modo e l’avvocato del boss, entrambi, per così dire, al suo completo servizio. Senza fare i nomi degli italici gangster di oggidì, a Torino abbiamo anche rivisto “Io la conoscevo bene” (1965) di Pietrangeli, e purtroppo bisogna ammettere che certi ‘sistemi’ hanno messo radici solide nel nostro paese… saluti da Torino!

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