Il nastro bianco. Un film di Michael Haneke

michael_haneke-nastro_bianco1L’inesorabile perdita dell’innocenza, ironicamente simboleggiata dal nastro bianco che dovrebbe preservarla, è una delle conseguenze del tema prediletto da Haneke: la violenza. Violenza degli uomini sulle donne, dei padri sui figli, dei ricchi sui poveri, degli adulti sui bambini, dei “giusti” sui “malvagi”, fisica, psicologica, dissimulata da falsa devozione, declinata secondo regole sociali disumane. Il Nastro Bianco appare come un “thriller sociologico”, un film a tesi sulle possibili scaturigini non del nazismo come movimento politico, ma della mentalità pre-nazista come reazione della generazione schiacciata da una società patriarcale e feroce. Haneke mette immediatamente in relazione la cupa severità di una religione vendicativa, in questo caso quella protestante (ma il cattolicesimo è ancor più punitivo), con il disagio sociale: quanto più lo schema è rigido, tanto più probabile sarà la rottura. La violenza non viene rappresentata direttamente, si svolge dietro una porta chiusa, si intuisce da uno sguardo pieno di vergogna, emerge dai dialoghi di agghiacciante crudeltà: straordinario in questo senso lo scambio tra il dottore e la sua amante, umiliata, offesa, distrutta dalla violenza delle parole.

 

michael_haneke-nastro_bianco2L’eccellente bianco e nero di Christian Berger sottolinea perfettamente l’estrema durezza della condizioni di vita dei contadini tedeschi ancora sottomessi ai capricci del barone locale, esistenze misere, speranze inesistenti, un onnipresente senso di colpa utilizzato come strumento di controllo della popolazione, pretesto per abusi ed atrocità: Il Nastro Bianco sembra scaturito da un incontro tra Haneke, Bergman e l’Edgar Reitz di Heimat, ma più pessimista. Un’indagine sulla genesi del male che rivela ciò che preferiremmo ignorare, che il male è dell’uomo, è parte di noi, forse il nostro aspetto più profondo e viscerale. A volte le convenzioni sociali riescono a nasconderlo, ma quando le regole si tramutano in abuso la reazione sarà imprevedibile. Haneke però riesce a fermarsi prima della spiegazione, ben prima della lezioncina morale, lasciando il finale sospeso, irrisolto, ma quantomai sinistro ed inquietante, proprio perché non ci offre nessuna conclusione, nessuna consolazione.

 

©CultFrame 11/2009

 

 

TRAMA

Germania del Nord, 1913-14. In un villaggio protestante alcuni studenti, componenti di un coro diretto da uno degli insegnati, sono testimoni con le loro famiglie di una serie di strani incidenti che ben presto iniziano ad apparire come rituali punitivi.

 

CREDITI

Titolo: Il nastro bianco / Titolo originale: Das Weiße Band / Regìa: Michael Haneke / Sceneggiatura: Michael Haneke, Claude Carrière / Fotografia: Christian Berger / Montaggio: Monika Willi / Scenografia: Christoph Kanter / Interpreti principali: Christian Friedel, Ernst Jacobi, Leonie Benesch, Ulrich Tukur, Ursina Lardi, Fion Mutert, Michael Kranz / Produzione: X Filme Creative Pool, Lucky Red / Distribuzione: Lucky Red / Paese: Germania, Austria, Francia, Italia, 2009 / Durata: 145 minuti

 

LINK

CULTFRAME. Funny Games. Un film di Michael Haneke

CULTFRAME. Storie. Le immagini di del fotoreporter Luc Delahaye nel film di Michael Haneke

Sito italiano del film Il nastro bianco di Michael Haneke

Sito ufficiale del film The White Ribbon (Il nastro bianco) di Michael Haneke

Filmografia di Michael Haneke

Lucky Red

 

1 commenti

  1. Sono d’accordo con Giovanni Romani sul fatto che Haneke eviti in maniera intelligente di concludere il suo film con una morale prevedibile, ma in ogni caso il suo messaggio sembra assai chiaro.
    Con acuta e dolorosa freddezza Haneke ci mostra il retroterra su cui ha attecchito la pianta maligna, sanguinaria e orrida del nazismo. Si tratta di un film doloroso, tragico, che pur non facendo alcun accenno all’antisemitismo nazista ci fa comprendere da dove sia nato uno dei crimini più agghiaccianti e deliranti della storia dell’umanità: la Shoah. Personalmente l’ho trovato un film filosoficamente vicino a Hannah Arendt…ricordate La banalità del male?

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