Fotogiornalismo italiano, ovvero etica ed estetica queste sconosciute

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Pier Paolo Pasolini aveva certamente il coraggio delle proprie idee. Tra queste voglio ricordare alcune di quelle considerate più estreme e provocatorie: abolire le scuole di ogni ordine e grado, chiudere tutte le televisioni. Era un modo iperbolico per indicare con chiarezza che di fronte alla malattia di un’intera società non si poteva che azzerare tutto e ricominciare da zero.
Ebbene, facendo un triplo salto mortale (con tutto l’azzardo di un atteggiamento del genere e avendo ben presente la differente situazione) si potrebbe trasportare la rivoluzionaria idea di Pasolini nell’ambito della fotografia contemporanea.
Mi sono più volte addentrato nelle storture di una realtà fotografica italiana (ma forse non solo) fortemente malata a livello culturale e intellettuale, ma determinati eventi dei nostri giorni mi impongono un ulteriore impegno di approfondimento.

Ho letto con attenzione l’acuto intervento di Sandro Iovine apparso sul blog Fotografia: parliamone!. Il collega affronta la questione della “chiusura” dell’agenzia Grazia Neri, ma parte da questo accadimento per addentrarsi nell’annosa questione relativa al fotogiornalismo di casa nostra attraverso un’analisi densa di spunti e di annotazioni che considero molto interessanti.
Dal mio punto di vista (cioè dal punto di vista di chi fa critica dell’arte fotografica ma anche del sistema fotografia) non posso che dire che della chiusura (ennesima) di un’agenzia fotografica me ne farò una ragione, tenendo conto che si dovrebbero doverosamente prendere in esame, dove si dovessero presentare e con tutto il rispetto che merita questo aspetto, anche le conseguenze occupazionali che tali faccende comportano (ma questa è un’altra storia, appunto).
Le agenzie chiudono, dunque. Questo è sotto lo sguardo di tutti. Ma ci si è mai chiesto il vero perché? Ci si è mai posto il problema di analizzare a fondo “il sistema fotografia” in Italia?
A mio avviso è proprio questo il punto. La chiusura di un’agenzia è solo un piccolo sintomo di una deriva che ormai appare irrefrenabile, di una “malattia intellettuale e culturale” che ha dissestato l’intero movimento fotografico nazionale. Tale movimento è stato certo preso di mira da moltissimi “virus”, eppure il più letale non è da ricercare solo nell’ambito del cinismo del mercato della fotografia (per altro al limite della mostruosità culturale), è invece principalmente annidato nelle responsabilità soggettive di tutti coloro, fotografi compresi (ma direi degli addetti ai lavori in generale), che prima hanno alimentato il mercato/sistema accettando di questo mercato/sistema ogni assurda pretesa e poi ha preso a piangere sul latte versato, facendo peraltro esercizio di ipocrisia.

Se le malattie della fotografia italiana sono innumerevoli, in questo articolo proverò a evidenziare quella che secondo me più di ogni altra ha eroso le fondamenta di un “palazzo” che avrebbe potuto reggere senza crollare su se stesso (come sta accadendo). Sandro Iovine parla nel suo testo della “malattia che affligge il fotogiornalismo” e dei  molti sintomi di questa malattia. Di segnali di degrado, come già affermato, se ne possono evidenziare numerosi; ne esiste uno che può essere considerato il primo e più ingombrante di tutti: l’assenza totale nel fotogiornalismo degli ultimi anni di quelli che io ritengo due fattori fondamentali, ovvero l’etica e l’estetica.
Per comprendere, senza essere equivocato, cosa intendo per etica ed estetica è necessario evidenziare la derivazione etimologica di queste parole. Etica: scienza della morale che insegna a governare i nostri costumi. Estetica: capace di sentire per mezzo dei sensi, sensazione, sentimento; oppure dottrina della conoscenza sensibile.
Ebbene, se prendiamo in esame il fotogiornalismo italiano ci si può accorgere come etica ed estetica siano elementi molto spesso assenti.
Il fotogiornalismo dovrebbe essere “sinonimo” di documentazione/informazione. Dal mio punto di vista sostengo che sia impossibile fare documentazione/informazione (e ciò vale anche per il giornalismo in sé) senza etica ed estetica.

Non è la prima volta che sollevo il problema dello scollamento tra pratica foto-giornalistica e senso etico di questa attività, senso etico che è stato soppiantato da un nefasto senso di affermazione individuale dei fotogiornalisti che non si avvicinano più agli eventi del mondo per un alto principio culturale legato alla “missione dell’informazione” quanto piuttosto per scopi commerciali (quando va bene) o addirittura per parossistiche forme di esibizionismo professionale che non hanno alcun legame con la sostanza degli argomenti della realtà rappresentata. E se pensiamo che tali argomenti sono quasi sempre legati alla sofferenza dell’uomo, alla violenza, alla guerra, alla sopraffazione, l’atteggiamento che sta alla base del fotogiornalismo moderno risulta ancora più inquietante.
Ed ancora: l’estetica. Tolta di mezzo la “questione altra” relativa al concetto di “bello”, non strettamente legata all’etimologia della parola, dobbiamo domandarci se nel foto-giornalismo contemporaneo sia presente il “sentire per mezzo dei sensi”, o “la conoscenza sensibile”. A me sembra di no, poiché “la conoscenza sensibile” presuppone una posizione del fotografo nel mondo che non credo sia oggi riscontrabile. I fotogiornalisti non sembrano porsi il problema gigantesco della conoscenza, del (loro) sentimento rispetto a ciò che fotografano, sembrano piuttosto impegnati a costruire il loro personaggio, in una specie di processo basato solo sull’affermazione professionale/individuale, sul guadagno, e sull’amplificazione della loro immagine.

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini

Non c’è da stupirsi che le cose vadano così, poiché se si cerca di avere uno sguardo di insieme questa impostazione è quella che sta alla base della società attuale, che è presente in ogni attività umana e che risulta, in maniera incontrovertibile, dominante. Nel mondo di oggi non c’è più posto per l’etica e per l’estetica. E tale impostazione, di conseguenza, è quella che più di ogni altra attira le nuove generazioni di fotogiornalisti.
Ora, senza giungere a certe (pur illuminanti) sanamente sovversive concezioni pasoliniane (anche perché non pretendo certo di avere la medesima statura di intellettuale del grande poeta/cineasta) e senza chiedere l’abolizione del fotogiornalismo (o addirittura della fotografia) più modestamente e sommessamente lancio un’ennesima proposta (dopo quella relativa alle idee, nell’articolo Le fotografie? Meno imporanti delle idee. Una riflessione su un testo di Albert Watson): proviamo a ripartire anche dall’etica e dall’estetica.

© CultFrame – Punto di Svista 10/2009

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