Dreams & Dramas. Intervista alla videoartista Ofri Cnaani

di Maria Serra

ofri_cnaani-dreams_dramas-stelline2Già protagonista di due personali alla Galleria Pack di Milano e di una retrospettiva alla Ugo Ferranti di Roma, l’israeliana Ofri Cnaani conferma il suo legame speciale con l’Italia, segnalandosi come unica presenza internazionale tra i vincitori del concorso Twister.

Promosso dall’omonimo, neonato circuito lombardo dedicato all’arte contemporanea, cui fanno capo dieci tra le realtà più attive sul territorio – inclusa la Fondazione Stelline di Milano, la GAMeC di Bergamo e la GAM di Gallarate (Va) – Twister ha invitato l’artista a sviluppare un intervento artistico sull’intera rete museale. Intitolato Dreams & Dramas, il lavoro si snoda attraverso dieci videoinstallazioni site specific e propone una serie di “gesti-Haiku”, così li definisce l’autrice, che condensano in un singolo atto poetico l’incontro tra il soggetto e lo spazio museale, intessendo un dialogo tra fisicità ed emotività, dimensione pubblica e privata, tangibilità dell’architettura e immaterialità della memoria.

Rileggendo la storia degli edifici in cui hanno sede i diversi musei, la Cnaani rievoca al contempo il vissuto personale di quanti li hanno abitati in passato e di chi li anima oggi, contaminandoli con la propria fisicità e con il proprio paesaggio interiore. Ogni luogo, suggeriscono i suoi video, ha un obbligo fisico e psicologico con il passato che non può essere rimosso. Sul frontone interno del portale d’ingresso del Palazzo delle Stelline di Milano, ex casa di accoglienza ed educazione delle orfane di guerra, la Cnaani ha proiettato l’immagine di una giovane donna intenta a guardare fuori da una finestra appannata: nel pulire il vetro dal vapore con una mano, compie un gesto che il visitatore, in procinto di uscire, coglie come un saluto e un invito a non dimenticare.

Per la facciata della Galleria del Premio Suzzara (MN), ex Casa del Popolo dove è conservata la più importante raccolta del realismo figurativo italiano, ha realizzato una cine-installazione in cui a parlare sono – ancora una volta – i gesti di una mano, tratti da celebri capolavori del neorealismo e coreografati simultaneamente.

L’artista si interroga inoltre sulla possibilità di comunicazione tra luoghi fisicamente contigui ma concettualmente distanti. Il museo inteso come “cubo bianco” o roccaforte dell’arte, con la sua forma chiusa e statica, si apre al confronto con lo spazio aperto e dinamico della strada, come accade alla Villa Panza di Varese, sulle cui finestre esterne è proiettata l’immagine di una giovane, elegante signora che cerca di comunicare all’esterno utilizzando il linguaggio dei segni. Il video  realizzato per il Museo d’Arte Contemporanea di Lissone confonde invece i confini dell’architettura museale con quelli della vicina stazione ferroviaria, mentre la doppia installazione progettata per la GAM di Gallarate crea dialogo spaziale tra la nuova e la vecchia sede, divise da un parco giochi: l’immagine di una ragazza che si dondola su un’altalena scompare dalla facciata di un museo per poi comparire su quella dell’altro, in un perenne bilanciamento di Sogni e Drammi.

 
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Per TWISTER ti è stato chiesto di realizzare un progetto dal quale emergesse l’individualità di ciascun museo e allo stesso tempo la coesione del network museale. Un’occasione inedita per esplorare i terreni della “soggettività” e  dell’“intersoggetività”, che nel tuo lavoro poni spesso in discussione… Come hai affrontato questa nuova sfida?    

 

Mentre portavo avanti la ricerca per questo progetto, ho posto dieci domande identiche ai direttori e allo staff dirigenziale di ciascuno dei dieci musei che appartengono al network. In uno di questi quesiti, giocando con l’assonanza tra la parola tedesca Traum, che significa “sogno”, e la parola italiana Trauma, ho chiesto ai miei interlocutori di raccontarmi un sogno e un trauma, o evento drammatico, che fosse legato allo spazio museale o alla loro esperienza personale all’interno di quella specifica istituzione. In diversi casi le risposte hanno rappresentato il punto di partenza del mio lavoro. Ciò che ricercavo erano quelle aree emozionali in cui i ricordi, sia collettivi sia individuali, dialogano con lo spazio. Il mio lavoro si situa sempre al confine tra pubblico e privato, e lo è dal punto di vista spaziale, letterale e psicologico. In questo progetto l’elemento di unione è rappresentato dal tipo di medium utilizzato, ovvero la videoproiezione architettonica, mentre ogni singola opera è stata specificatamente pensata per ciascun luogo fisico e mentale.

 

Dare maggiore “visibilità” alle diverse realtà museali, attraverso il network, è uno degli obiettivi primari di Twister. Quale è stata la tua personale lettura di questo concetto?     

 

Il mio lavoro si interroga sempre sulle nozioni di “visibilità” e “cecità”. Spesso mi servo di videoproiezioni per creare nuove esperienze fisiche e psicologiche in spazi che presupponiamo di conoscere. Nel caso di Twister, il concetto di “visibilità” è resa tangibile dalle modalità stesse di organizzazione del progetto. Mentre diversi musei che appartengono al network sono piuttosto noti, altri invece sono meno conosciuti. Connettendoli l’uno con l’altro, si utilizzano le dinamiche tra centro e periferia per invitare il pubblico a rivisitare ciascun museo. E questo non soltanto dal punto di vista fisico, ma anche culturale: “rivisitare” significa infatti anche rivedere i propri preconcetti culturali rispetto a un dato luogo.

 

ofri_cnaani-dreams_dramas-gam3Anche in questo, come in molti altri tuoi lavori, la presenza del corpo femminile, con la sua gestualità, risulta centrale. Alcune delle figure di giovani donne proiettate sugli edifici paiono ricercare un contatto con l’osservatore, come se volessero offrire, attraverso il loro corpo, un accesso virtuale all’interno. Appaiono tuttavia come imprigionate nell’architettura del museo, così come nella finzione che si trovano a rappresentare, e la percezione finale è che per accedere ai luoghi dell’arte occorra compiere un viaggio difficile…

 

Mi ha sempre interessato il corpo femminile, inteso come luogo e in relazione all’architettura. È il corpo che conosco e capisco. Uso il corpo femminile per sfidare nozioni preconcette di dominazione, inversione dei ruoli di genere e consapevolezza spaziale.

Ciò che mi interessa è esplorare il potenziale teatrale dello spazio urbano e investigare la relazione esistente tra l’architettura e la dimensione narrativa, da una prospettiva corporea. Mi interessa meno, invece, la drammatizzazione del conflitto interno, così come è concepita dal teatro tradizionale. Spero però che questo non crei un ambiente inospitale…

 

Quale è stato l’aspetto più interessante di questa esperienza artistica nello spazio pubblico italiano e, in particolare, lombardo?

 

Sono sempre molto attratta dalla storia dei luoghi e non riesco a pensare a una regione con una sovrapposizione culturale e storica altrettanto ricca: dalla dimora in cui risiedette Leonardo quando dipinse l’Ultima Cena (ndr. il giardino del Palazzo delle Stelline) si passa all’edificio che fu costruito per ospitare i discorsi pubblici di Mussolini (ndr. il Palazzo dell’Arengario), attraversando alcune “sacche” di comunismo (ndr. la Galleria del Premio Suzzara). L’aver lavorato in una fabbrica riconvertita (ndr. il Museo Civico Floriano Bodini), un convento (ndr. La GAMeC di Bergamo), un orfanotrofio (ndr. Il Palazzo delle Stelline), ecc. – ora diventati tutti musei d’arte contemporanea – è stato fonte di grande ispirazione e ha rappresentato un’incredibile sfida.

 

Avevi già fatto lavori simili in Israele e negli Stati Uniti, dove attualmente risiedi?

 

Un lavoro che comprende 10 installazioni in 10 luoghi diversi… no, prima d’ora non avevo mai avuto l’opportunità di sviluppare un progetto così articolato. Mi è capitato di lavorare in luoghi remoti e inusuali – in una prigione deserta e in un sito in costruzione, ad esempio – e al momento sto ultimando una multi-proiezione site specific in una villa di Gerusalemme che in passato funzionava come luogo espositivo. In questo momento sto anche completando una videoinstallazione su larga scala chiamata The Sota Project, che sarà presentata a New York e Tel Aviv e presto anche in Europa.

 

ofri_cnaani-dreams_dramas-panzaPuoi darci qualche anticipazione su questo nuovo progetto?

 

Sota è una proiezione audiovisiva in surround-sound che ricrea l’atmosfera di una moderna opera. Evoca una vecchia storia del Talmud sull’adulterio e sulla redenzione, trasposta in un contesto contemporaneo. È una storia sulla gelosia, sulla fiducia e sul potere di amare che le donne hanno. L’installazione è basata su una storia controversa tratta da quella che chiamo “mitologia ebraica” e funziona come una narrazione spaziale. Come un “murale in movimento”, le quattro mura dello spazio espositivo saranno coperte da video proiezioni che permetteranno alla narrazione di svilupparsi parallelamente nel tempo e nello spazio.

 

L’impiego di tecnologie così avanzate richiede indubbiamente un investimento importante. A questo proposito, ritornando a Twister, quanto hanno pesato sulle tue scelte artistiche le limitazioni poste dal budget? L’impressione è che il potenziale impatto sul pubblico sia stato penalizzato dal fatto che, in diurna, le  proiezioni siano meno fruibili che in notturna…

 

Il budget ha sempre contato nel nostro campo. Ciò che mi ha colpito è che un network di musei abbia scelto di realizzare un’opera pubblica che non impiega la tradizionale tecnologia 3D ma il medium effimero delle proiezioni. Questo implica delle sfide ma anche delle opportunità, sia per me come artista, perché mi stimola a provare a lavorare entro dei limiti, sia per gli spettatori, che devono sforzarsi a sperimentare l’arte quando è al suo meglio. La mia speranza è che andando avanti, a mano a mano che il video maturerà dal punto di vista tecnologico e sarà generalmente accettato, il budget cesserà di essere una questione importante.

 

©CultFrame 10/2009

 

 

IMMAGINI

1, 2 Ofri Cnaani.  Dreams & Dramas. Fondazione Stelline. Foto di Antonio Maniscalco

3, 4, 5 Ofri Cnaani.  Dreams & Dramas. Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate, foto Antonio Maniscalco

Ofri Cnaani.  Dreams & Dramas. Villa e Collezione Panza, foto di Antonio Maniscalco

 

LINK

Il sito di Ofri Cnaani

Twister Arte Contemporanea

 

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