Sulla soglia. Intervista a Rodolfo Fiorenza

rodolfo_fiorenzaRoma. Appuntamento a Volume!, che Rodolfo Fiorenza definisce un posto “morbido”, proprio per quella sua straordinaria capacità di adattarsi ad ogni interpretazione. “E’ incredibile come ogni volta si perda la memoria di come era prima.”, afferma.

Nato a Roma (ma per scaramanzia preferisce non rivelare quando) – vive nel quartiere di San Lorenzo – non può che essere attratto dall’antico. E’ il respiro del tempo che l’artista va cogliendo nella sua città, così come nei luoghi “scavati”: la Cappadocia, Matera.

Il passaggio dalla luce intensa del primo pomeriggio al semibuio della galleria è già di per sé significativo. L’intimità dell’ambiente entra nell’intervento, invitando lo spettatore alla riflessione e stimolandone i circuiti della memoria. Sulla soglia, questo è il titolo della mostra curata da Doris von Drathen, è un percorso fatto di porte da aprire e poi richiudere, in cui l’immagine fotografica è uno spazio fruibile che non racconta il reale, ma “parla di ombre, caso e memoria”.

Tappa obbligatoria lo zerbino con la scritta “sulla soglia” – davanti ad ogni porta – che proietta all’interno di una scatola nera che contiene la fotografia: grandi stampe in bianco e nero. La scatola è un po’ come la memoria, ritmata da affioramenti casuali, imprevedibili.

 

 

E’ un labirinto, questo spazio della Fondazione Volume!, così come lo hai rivisitato?

 

No, non è un labirinto. E’ un camminare cittadino, per i vicoli, nella penombra, che dà più possibilità di visione interiore. Deve essere lo spettatore ad essere consapevole della propria scelta di aprire la porta. Doris (la curatrice della mostra. n.d.r), nel suo testo, ha trovato due elementi che, secondo me, sono straordinari. Uno è il cardine, il perno che fa girare la porta, e l’altro è la visione delle porte che inquadrano un interno o una figura in cui cita, per questo, addirittura Giotto.

 

Il coinvolgimento dello spettatore, quindi, è fondamentale…

 

La prima mossa che il visitatore deve fare è desiderare – scegliere – di aprire la porta.  Se la porta rimane chiusa non succede niente. Un po’ come la fotografia, che vive solo se c’è qualcuno che la guarda.

 

rodolfo_fiorenza-sulla_soglia2Come nasce l’idea di questo progetto?

 

All’inizio, oltre un anno e mezzo fa, pensavo al  percorso della scoperta che si fa quando si va nella cantina per cercare qualcosa, e saltano fuori oggetti della memoria. Oggetti che, perciò, erano fotografati molto da vicino. Meno male che la mostra è slittata più volte, perché mi ha dato la possibilità – non solo di cambiare l’idea del progetto – ma anche di scrivere un testo, cosa che non faccio mai. Una scrittura che è uscita spontaneamente, dove ho parlato del mio fare fotografia.

 

La prima foto del percorso – che appare aprendo la quarta porta – è l’immagine di due luoghi diversi: una porta di un’antica chiesa rupestre della Cappadocia e uno scorcio di Volume!, con i suoi archi, i muri scrostati. La porta accanto, invece, svela una finestra con grata che lascia intravedere un edificio rurale, mentre proietta una luce prospettica sul pavimento,…

 

Roma e la Cappadocia – dove torno da circa quattro anni – sono i miei due amori. Sono colpito dalla rarefazione dell’immagine che danno i luoghi, questo l’ho trovato soprattutto in Turchia, al di là dei colori che sono straordinari. Quanto alla foto con la grata è una meraviglia del caso. Credo, infatti, che la fotografa nasca da un automatismo. Mi viene in mente un’altra foto che ho scattato in Cappadocia. Era l’ora di pranzo, faceva un caldo micidiale, ma non avevo fame e giravo per Goreme. Mi ero arrampicato nella parte superiore della città, dove ci sono dei coni abbandonati e diroccati. Li guardavo, ma non mi attraevano a tal punto da scattare una foto. Misuravo lo spazio, guardavo il blu del cielo… poi andando avanti ho visto che c’era una nicchia. Ad un certo punto sono apparse due donne nel loro costume tradizionale dai colori sgargianti, pantaloni alla turca e fazzoletto in testa. Allora sono tornato indietro, fermandomi nella nicchia per non essere visto aspettare il loro passaggio. Nell’immagine che ho scattato appaiono queste donne leggermente mosse – avevo usato un tempo lungo – con i due coni, dietro di loro, perfettamente messi a fuoco. Solo allora mi sono sbizzarrito in simbologie, ma prima non mi ero certo fermato a pensare.


Rodolfo Fiorenza
 

La terza foto inquadra dall’interno una porta finestra, in cui la luce che filtra attraverso le persiane crea un ritmo simbolico…

 

La persiana ondulata mi fa venire in mente la scrittura. Poi, quel guardare attraverso a cui si riferisce è un rimando al Mediterraneo. L’elemento dominante è la luce, che in fondo è anche quello della fotografia. Questa immagine, come tutte le altre con le porte, appartiene ad una serie che ho scattato tanti anni fa nel Sud dell’Italia. Un lavoro che si chiama “La terra del rimorso”. L’ultima porta si apre, poi, su una donna davanti all’uscio della propria casa. Una donna del sud, tosta e vera, di quelle che attraggono e inquietano contemporaneamente. Ogni volta che guardo questa foto mi chiedo come abbia potuto scattarla.

 

In che senso?

 

E’ una delle mie prime foto. L’ho scattata nel ’76 a Palermo, nel quartiere di Ballarò. Intorno c’erano solo macerie. Quella era l’unica casa rimasta in piedi, o meglio la sua parte centrale, perché le due parti laterali erano crollate. Anche per arrivarci c’era solo un sentiero di terra battuta in mezzo alle macerie, pieno di polvere. Fra tanta disperazione quella donna sembrava che aspettasse me. Aspettava che scattassi quella foto.

 

Quando hai capito che la fotografia sarebbe stata il tuo mezzo espressivo?

 

Ho abbandonato gli studi all’Accademia di Belle Arti. Per un po’ ho dipinto, poi ho iniziato a fotografare. Ancora oggi disegno, perché fondamentalmente mi piace, ma solo andando avanti con l’età ho deciso di fare il fotografo. Una volta mi disturbava essere inserito nella categoria di fotografo. C’erano troppi stereotipi legati alla professione del fotografo. Non mi andava di sentire pressioni.

 

rodolfo_fiorenza-stazione_terminiTi sei sempre sentito libero di fotografare quello che ti andava?

 

Assolutamente sì. I primi tempi che fotografavo, quando andavo in vacanza non portavo mai la macchina fotografica, perché volevo avere il piacere della memoria del mio vissuto. Spesso, infatti, demandiamo all’immagine fotografica il nostro ricordo e siamo più tranquilli, perché sappiamo che è depositato lì sopra. Ma la fotografia distrae dal vivere quello che si ha davanti, luoghi, emozioni. Anche l’ultima volta che sono stato in Cappadocia, pur avendo la macchina fotografica, la portavo con me solo quando decidevo di fotografare. Poteva essere giorno o notte, alba o tramonto: in questo caso non vedevo altro che la fotografia. Per la maggior parte dei giorni, però, preferivo andare in giro in mezzo alla gente, a parlare, per conoscere. In Turchia la popolazione è molto ospitale e curiosa di sapere chi sei, che fai, da dove vieni.

 

Fotografi solo in bianco e nero?

 

Quando sono stato tentato di provare il colore – ma poi sono tornato subito al bianco e nero – è stato con le albe e i tramonti. Momenti in cui i toni sono meno contrastati, quasi monocromi: tutto diventa rosato. Nella fotografia a colori c’è una nota di realismo che dà una connotazione troppo forte. Trovo che il bianco e nero, invece, sia assolutamente astratto. Quando parlo di astratto mi viene in mente il dibattito che c’era, nell’Italia degli anni ’50-’60, tra astratto e figurativo. Ovvero tra linguaggio polisemico e monosemico, dove il monosemico è il figurativo, riconoscibile da chiunque. Mentre con il polisemico siamo di fronte all’astratto, liberamente interpretabile. Proprio come la memoria. Un certo tipo di fotografia, ad esempio, soprattutto se supera una determinata data – raccontando magari costumi che sono spariti nel tempo – appartiene all’immaginario collettivo. Non è più della persona o della famiglia a cui è stata scattata, ma appartiene a tutti, proprio perché sollecita a ciascuno le proprie memorie personali.

 

Nel tuo testo in catalogo racconti di quando – nel 1998 – sei entrato per la prima volta a Volume! per fotografare il lavoro di Nunzio…

 

Nunzio mi aveva parlato di questo luogo particolare, ma non afferravo bene il senso delle sue parole. Avevo bisogno di vederlo. Solo entrandoci mi sono reso conto che non era la solita galleria: non c’era pavimento, né moquette. Quello che vedevo era, soprattutto, il lavoro dell’artista. Non era la prima volta, del resto, che fotografavo un artista con le sue opere, perché da molti anni collaboravo con Carlo Alberto Bucci che scriveva per “L’Unità”. Una volta a settimana nella pagina di cultura usciva una sua intervista agli artisti, accompagnata dalle mie foto. Insieme abbiamo girato l’Italia. E’ stato un momento che mi è piaciuto molto, perché finalmente con la fotografia potevo raccontare il lavoro, tema che mi ha sempre attratto. Il lavoro manifesta una serie di abilità dell’uomo che sono straordinarie: movimenti non pensati, l’uso degli attrezzi. In particolare, poi, quando si tratta di quello di un pittore o uno scultore. Ho avuto la fortuna di avere sempre parecchi amici artisti. Ogni volta che li vedo al lavoro, però, dimentico che sono amici e mi concentro sull’osservazione della loro abilità.

 

L’avvento del digitale ti ha messo in crisi?

 

Veramente, ancor prima di acquistare la macchina digitale, usavo il computer per intervenire sulle mie immagini, di cui facevo scansionare i negativi. Immagini che registravo personalmente: le regolavo, pulivo, sistemavo… Esattamente come si fa in camera oscura, né più né meno. Anche prima – quando c’era l’analogico – non facevo mettere le mani a nessuno sui miei negativi. Stampavo personalmente le fotografie, anche le gigantografie. Questa questione della fotografia – analogica o digitale – è un falso problema, perché a cambiare è solo il supporto. Come quando si esprime una preferenza sull’opera di un artista, che magari è dipinta su tela piuttosto che su tavola. Sicuramente la stampa analogica era più sporca: c’era la grana che è di una bellezza straordinaria.

 

rodolfo_fiorenza-bugnatoE la magia di veder nascere una fotografia? L’immagine che affiora dal liquido nella bacinella…

 

Sono d’accordo, questo è un piacere molto particolare. Però, è anche vero che l’immagine che si rielabora al computer può essere personalizzata. In fondo, quello che fa il fotografo è scattare la foto, dopo aver visto qualcosa che lo ha attratto. Vede e scatta per istinto, anche se sappiamo che non si tratta di solo istinto, perché a monte ci sono pensieri, informazione e conoscenza. Ma nel momento dello scatto tutto il proprio bagaglio non c’è – e se c’è è altrove – cancellato completamente. Solo dopo aver scattato, dopo che lo specchio si chiude, è a quel punto che si sente la botta, il colpo: quella è la foto! Immagine che, una volta, poi si ricercava in camera oscura; oggi il processo avviene attraverso il computer. Se, effettivamente, quella foto c’è – naturalmente c’è ancora se è in grado di raccontare – si procede con la stampa. Rispetto a questo concetto, che differenza c’è tra il digitale e l’analogico? E’ chiaro che la bellezza delle vecchie stampe non c’é più. Mi vengono in mente certe foto che ho scattato, tanto tempo fa, con l’Hasselblad dove la grana sembra un disegno. Però, è altrettanto vero che con il digitale, benché sia scomparsa la grana, c’è una morbidezza del tono che ricorda l’acquarello. Si tratta di riacquistare un piacere altro. Ricordo che qualche anno fa, ho vissuto con disperazione il fatto che la carta fotografica stesse scomparendo. Non parlo di carta politenata, ma di quella baritata ai sali d’argento. L’Agfa era fallita – ed io usavo la carta Agfa! – per cui feci il giro di tutti i negozi di Roma e comprai pacchi e pacchi di carta fotografica. Poi mi chiusi in studio e stampai per quattro/cinque mesi di seguito, una miriade di materiale che mi ero sempre ripromesso di stampare, rimandando di volta in volta. Da allora non ho mai più messo piede in camera oscura. Mi resi conto che era tutto finito. Ormai non ci sono più i bagni, e le carte che si producono hanno grigi con passaggi tonali molto più forti. A questo punto – personalmente – preferisco usare la carta digitale che mi fa, se non altro, immaginare la morbidezza dei passaggi tonali.

 

Ci sono degli artisti che consideri punti di riferimento?

 

Sono tanti gli artisti e i fotografi che ho guardato. I miei grandi punti di riferimento sono stati Vermeer e Caravaggio, soprattutto quando – anni dopo – ho letto il saggio di Heinrich Schwarz, Vermeer e la Camera Obscura. Poi, mi vengono sempre in mente le prime foto di Nièpce, quelle della strada davanti al suo studio. Sai quante volte, anch’io, ho fotografato il cortile davanti al mio studio, pensando a questa prima fotografia? Come pure quella sua natura morta, che mi commuove sempre. Poi c’è Atget, che se ne andava in giro da solo con la sua macchina pesantissima, Steichen, Stieglitz. Kertész, Strand… e tanti altri. Tra gli artisti più vicini a noi, sicuramente, Ugo Mulas.

 

Tra tutti gli incontri che hai fatto, ce n’è uno che ti ha dato quel qualcosa in più?

 

Sono tanti gli incontri: Pizzi Cannella, Marco Gastini, Gregorio Botta, Nunzio, Giuseppe Dessì… Quanto a quello più curioso, sicuramente, l’incontro con Nagasawa. Ci conoscevamo già, avendo partecipato insieme ad una mostra a Gubbio, ma ci incontrammo nuovamente qui, a Volume!, nel 2000. Nagasawa quando lavora non parla, misura lo spazio camminando avanti e indietro, un po’ come Kounellis che però fuma pure tantissimo. Mentre preparava la mostra, quindi, era sempre in silenzio. Ed io mi preoccupavo di nascondermi – essere il più discreto possibile – cercando di fotografarlo senza essere visto. Lui camminava a passi lunghi e lenti, oppure si fermava in meditazione, osservando un qualcosa, proprio come un samurai. Ad un certo punto l’ho visto uscire e poi rientrare di corsa. Era felice. Mi prese per mano e mi portò fuori, per mostrarmi dei segni causati da riflessi di luci che venivano proiettati sul muro qui di fronte. Non si capiva da dove arrivassero, sembravano ideogrammi giapponesi. Questa presenza inspiegabile, che viveva come un segnale, aveva reso Nagasawa allegro, stupito ed emozionato come un bambino. Nella sua gioia si leggeva il piacere della scoperta. Avermi dato la possibilità di vederlo così – a nudo – mi ha lasciato un ricordo molto forte.

 

©CultFrame 09/2009

 

 

IMMAGINI

1 Rodolfo Fiorenza. Courtesy the artist

2 Rodolfo Fiorenza. Sulla soglia, 2009 (particolare installazione). foto Rodolfo Fiorenza, 2009. Courtesy Fondazione Volume! – Roma

3 Rodolfo Fiorenza. Sulla soglia, 2009 (particolare installazione). foto Claudio Martinez, 2009. Courtesy Fondazione Volume! – Roma

4 Rodolfo Fiorenza. Stazione Termini, 2000. Stampa lambda. Courtesy The Artist

5 Rodolfo Fiorenza. Bugnato, 1989. Carta ai sali d’argento su rete metallica e alluminio. Installazione, ex chiesa di San Giovanni (Pt). Courtesy The Artist

 

INFORMAZIONI MOSTRA

Dal 17 al 29 settembre 2009

Fondazione Volume! / Via S. Francesco di Sales 86/88 / Telefono 066892431 / info@fondazionevolume.com

Orario:   martedì – venerdì 17.00 – 19.30 / chiuso lunedì, sabato, domenica / ingresso libero

A cura di Doris von Drathen / Catalogo: Volume! edizioni. Testi di Doris von Drathen e Rodolfo Fiorenza

 

LINK

Fondazione Volume!, Roma

 

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