New York Minute. Una mostra a Roma

ryan_mcginleyAspirazione, enunciato, opportunità, sapore, intento. Una manciata di mesi fa – all’indomani della nomina di direttore del Macro – Museo d’Arte Contemporanea Roma – Luca Massimo Barbero parlava di “croccante della modernità”, da focalizzare proprio al Macro Future. Spazio romano già di per sé denso di stimoli, con il suo passato di ex mattatoio nonché, dal 2003, luogo di contaminazione di linguaggi artistici, eccolo aprirsi – quindi – alle tendenze d’oltreoceano.

Anticipata da un incalzante battage, New York Minute è la collettiva curata dalla statunitense Kathy Grayson (classe 1980, artista e gallery director di Deitch Projects a New York), nata grazie al coinvolgimento della Depart Foundation.

 

Gli artisti sono sessanta, tutti giovani (non è una farsa come succede nella realtà nostrana, dove il “giovane” talento ha un’età media che sfiora i 40 anni) attivi nella stimolante metropoli.

La solo apparente giocosità dei colori – mescolati, esaltati, espressi, deragliati – è lì, ad attendere al varco lo spettatore. Entrare nel vivo della materia, che si traduce visivamente in una pioggia di girandole di polistirolo agitate da getti d’aria, è una possibilità. Ara Peterson e Jim Drain, da tempo sintonizzati nella realizzazione del progetto di astrazione concettuale chiamato “Hypnogoogia”, sono consapevoli del potere coinvolgente del loro lavoro. La forza sta, in buona parte, nell’utilizzo di materiali innocui e basilari: polistirolo, pittura e ventilatori.

Eppure l’aria è pesante. Sentori di profonda inquietudine, di ossessività e nevrosi, sembrano corrompere queste giovani menti. Un senso di insofferenza che affiora dalla materia, indifferente all’autonomia dei linguaggi. Il disorientamento si fa strada.

Alcuni artisti attingono creatività citando – direttamente quanto indirettamente – movimenti artistici della seconda metà del secolo scorso: l’espressionismo astratto, il concettualismo, il minimalismo, la pop art, oppure l’atmosfera di certi film d’autore… Tra loro certamente Patrick Griffin con le spille che colleziona sistematicamente, Hanna Liden che fotografa nature morte, Dan Colen definito “una sorta di Elvis crepuscolare”, Keegan McHargue che dipingere con gli acrilici soggetti stravaganti, in un’ibrida coniugazione di astratto e figurativo o anche Aurel Schmidt che, proprio in Like a fish needs a Bicyle, ribalta il concetto espresso da de Kooning in Woman I

 

valerie_hegartyPer Rothko Sunset Valerie Hegarty, ricorrendo a materiali come gel, fil di ferro, tela, schiuma, pittura, carta, tela, nastro, ecc. manipola, deforma, sfilaccia una copia falsa di Rothko, riproponendola in una nuova versione. L’opera si traduce in una sorta di testimone, unico superstite di una civiltà altra, perdutamente remota.

Concettuale è, poi, Ester Partegàs che lavora sulla relazione individuo/paesaggio urbano creando distanza emotiva attraverso una serie di cancellature. Nelle tre opere della serie We the People elimina l’individualità della gente, fotografata in bianco e nero, spruzzando blu, giallo e verde con le bombolette spray. La scansione dell’immagine, e poi la ristampa, tolgono irrevocabilmente ogni traccia della manualità del fare artistico, conferendo un quid di alienazione che, paradossalmente, conquista l’osservatore.

Per tornare ancora alle citazioni (inconsce probabilmente), quei 55 soldatini che Terence Koh dipinge di bianco e attacca alla parete a formare una svastica (dettaglio di The Birth of the Giraffes), non solleticano alla memoria – forse – Horizon di Mona Hatoum?

Non è verso la provocazione che si dirige Lizzi Bougatsos quando, in Funbags, sostituisce ai volti delle figure – rappresentati su un cartello stradale – due peni di gomma dipinti di giallo acido. Ironia? Né più né meno di quella percepibile nei numerosi lavori che si ispirano alla street art o al linguaggio del fumetto.

Sicuramente più inquietanti i suoni sincopati di Retina Riddim, documentario della Gang Gang Dance (band di cui Bougatsos è la cantante), o anche la manipolazione che opera Cory Arcangel sul videogame Super Mario Brothers Nintendo NES.

 

Un poeta del disagio interiore come Mat Brinkman, che traccia figure con l’inchiostro nero sulla carta da riso, è ancora più esplicito di chi – come Dash Snow – ha osato sfidare i limiti della propria esistenza. Mente creativa e ribelle, minata da autolesionismo (il 13 luglio scorso è morto di overdose all’età di 27 anni), Snow è stato anche un interessante fotografo. Un’intera parete è dedicata alle sue grandi polaroid – più intime che trasgressive, per la verità – che raccontano l’ultimo periodo: la relazione con la compagna e i momenti legati alla nascita della figlia Secret Snow. Quanto a Ryan McGinley, eccezionale interprete di una generazione annoiata, porta i suoi soggetti nudi a dialogare con gli elementi della natura. Sono solo tre le immagini fotografiche esposte – Shower, Tall grass e Jonas Snow Barn Disco – ma bastano per ristabilire un equilibrio. L’acqua che cade dall’alto, l’erba alta e gialla, fiocchi di neve, poesia dell’inquietudine.

 

©CultFrame 09/2009

 

 

IMMAGINI

1 Ryan McGinley. Jonas Snow Barn Disco, 2009. C-Print. Collezione Privata

2 Valerie Hegarty. Rothko Sunset, 2007. Foam Core, canvas, paper, paint, glue, wire, tape, sand, gel medium. 42 x 32 x 8 in. Private Collection

 

INFORMAZIONI

Dal 20 settembre al 1 novembre 2009

MACRO FUTURE / Piazza Orazio Giustiniani 4, Roma / Telefono 06671070400

Orario: martedì – domenica 16.00 – 24.00 / chiuso lunedì

Biglietto:  intero € 4,50 /  ridotto € 3,00

A cura di Kathy Grayson

 

LINK

MACRO, Roma

Depart Foundation, New York