Praga 20 agosto 1968. Una storia privata. Mostra di Enzo Lattanzio

enzo_lattanzio1La fotografia è una forma espressiva controversa. Roland Barthes per definirla ricorse ad un ossimoro: “un messaggio senza codice”. In anni successivi elaborò i concetti di punctum e di studium che potessero fornirgli più flessibili strumenti interpretativi di questo mezzo, che è commistione inscindibile di rappresentazione ed indicalità, che è icona ed indice al tempo stesso.

Quando la fotografia riemerge dall’archivio che per anni l’ha custodita per raccontare un passato remoto (essa attiene comunque ed imprescindibilmente al passato, anche prossimo, anche di una frazione di secondo) si carica di ulteriori significati. Anche le sue caratteristiche tecniche, la struttura granulare dei sali d’argento sui quali la luce lascia il suo segno, i contrasti accentuati o diminuiti dalle condizioni in cui si è costretti a sviluppare le pellicole o da quelle di luce incompatibili alla loro sensibilità, la limitatezza delle focali e del campo di ripresa, diventano segno, diventano codice. Stratificazioni che il tempo ha depositato, aldilà delle intenzioni del fotografo, che fanno capire quello che il mezzo era in grado di registrare, come era in grado di farlo, quali erano gli ambiti di manovra di cui il fotografo disponesse ma anche, e non da ultimo, di quali fossero i pregiudizi visivi e culturali del fotografo stesso.

Nelle fotografie che osserviamo c’è sempre un elemento che è sfuggito all’occhio del fotografo nell’attimo dello scatto. Qualcosa di marginale, di non previsto, che egli scopre nella fase di analisi dei provini a contatto, un qualcosa che determina una sorta di ricostituzione della sua stessa memoria.

In tutte le fotografie che osserviamo, ma in particolar modo in quelle che qui vengono presentate, ciò che attiene alla connotazione dell’immagine e ciò che al di là di ogni programmazione visiva ci punge, creano una dinamica particolare.

In alcune immagini Vincenzo Lattanzio dimostra di conoscere la lezione di Henri Cartier-Bresson, del momento decisivo, quando l’occhio, il cuore e la mente sono sullo stesso asse, cioè quando la composizione formale è funzionale a generare significato ed emozione, in altre fotografie la sorpresa, l’emozione dell’imprevisto e non ultima la paura hanno generato immagini decentrate, un po’ sbilenche, magari sovresposte dove lo studium è meno strutturato ed ogni osservatore è indotto a vagare con lo sguardo all’interno del rettangolo fotografico ed in questo suo peregrinare individua i suoi puncta: lo sguardo di una ragazza che gli ricorda un passato amore, un taglio di capelli di un manifestante, una montatura di occhiali, un qualsiasi elemento che lo porti con i ricordi in un mondo lontano da quella Praga. Ad un vecchio fotografo verrebbe da dire che le foto di Lattanzio odorano di D76.


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“Martedì 20 agosto fu un tipico giorno estivo, caldo, con un sole velato. Praga era piena di turisti, intere famiglie passeggiavano o sedevano nei parchi. La città, anzi l’intero paese era tranquillo, era inconcepibile pensare che nel giro di poche ore i carri armati sovietici ci avrebbero assalito”.

Così Alexander Dubcek, leader della Primavera di Praga, ricorda quel giorno del 1968.

Tra quei turisti menzionati c’era, ospite di colleghi universitari praghesi, anche Vincenzo Lattanzio, studente in medicina presso l’Università di Bari, che non aveva ancora deciso se nella vita avrebbe intrapreso la carriera di medico o quella di fotografo.

I tragici eventi dell’invasione sovietica furono registrati sui pochi rullini in bianco e nero ancora a disposizione dal giovane.

Del ’68 di Praga, si sono conosciute le fotografie di Josef Koudelka, quelle di Mario De Biasi, di Rodrigo Pais con il loro taglio giornalistico e di informazione e successivamente in Italia quelle dei validissimi fotografi cechi. Ora Vincenzo Lattanzio ha deciso di rendere pubbliche queste sue immagini, un centinaio, tre rullini da 36 pose formato Leica, rimaste per lo più inedite, in occasione del quarantennale di quel particolare anno e di quella stagione ancor più singolare che fu la primavera di Praga destinata ad interrompersi per trasformarsi improvvisamente in un buio inverno.

enzo_lattanzio2Costretto al rimpatrio pochi giorni dopo l’invasione sovietica, Lattanzio con i rullini nascosti nel vestiario, ha portato in salvo la memoria visiva di una sua storia personale incastonata in un evento di portata epocale.

Il giovane studente di Bari si trovò proiettato in una situazione che lo trascendeva, ne rimase interdetto ed a tratti ragionevolmente spaventato. Insieme ai suoi colleghi di studi praghesi osservò dapprima lo sviluppo degli eventi dalla finestra, poi scese in strada dove i carrarmati bloccavano qualsiasi spostamento e come se la fotocamera fosse una protesi dell’occhio e non uno strumento per inquadrare, egli registrò ciò che la vita lo portò vedere: i muri crivellati di colpi, la gente che sembrava muoversi senza direzione, come individui in gabbia che girando su loro stessi diventavano sempre più numerosi e poi cartelli, messaggi, denuncie, svastiche e falce e martello e bocche di cannone, ma sopratutto lo sguardo dell’esercito invasore puntato contro l’obiettivo che sembrava leggere nel cuore del fotografo facendogli tremare lo sguardo anche ad un cinquecentesimo di secondo.

Raramente, come in queste immagini, l’esaltazione della grana dei sali d’argento, delle pellicole vigorosamente agitate nell’acido per lo sviluppo, trasmette il senso del passato. Quello che potrebbe essere stigmatizzato come uno stratagemma stilistico, è, come già detto, segno, segno fotografico, segno di un’epoca, di un periodo, di quei giorni, perché in nessun altro modo era possibile tradurre in immagine quei volti, quelle insegne, quei tratti di gesso sui muri “rusove go home”, la paura ed al tempo stesso l’indifferenza di chi sembra passeggiare nonostante le bocche di fuoco gli siano puntate contro. Per il giovane fotografo c’è spazio per tutto, per la meraviglia, per la paura ma anche per lo sberleffo, lo scherzo, il gesto irriverente della mano chiusa ma con l’indice ed il mignolo ben tesi, che sembra appartenere più alla tradizione meridionale italiana che a quella ceca dei suoi amici, che stanno al gioco e si lasciano ritrarre mentre irridono l’invasore.

Se da una parte le fotografie di Lattanzio descrivono comunque una Praga dai toni cupissimi, dall’altra il racconto dello stesso autore, i suoi ricordi narrati di quei giorni conferiscono nuova luce a quelle stesse immagini, proiettando i cromatismi di un’altra storia: la storia di un gruppo di studenti e di un giovane italiano a Praga che un po’ per studio ed un po’ per amore di una giovane collega praghese, scrivono un piccolo episodio della storia di una generazione che ha cominciato, malgrado tutto, a cambiare le regole del mondo.

©Roberto Cavallini

Testo estratto dal libro PRAGA 20 AGOSTO 1968. Una storia privata. Fotografie di Enzo Lattanzio (edizioni SEDIT)

Per gentile concessione dell’autore

CultFrame 07/2009

IMMAGINI

Fotografie di Enzo Lattanzio

INFORMAZIONI

Dal 2 al 31 luglio 2009 / Inaugurazione: 2 luglio, ore 17.30

Biblioteca Nazionale Centrale / Via del Castro Pretorio 105, Roma / Telefono: 06.4989249

Orario: lunedì – venerdì 10.00 – 18.00 / sabato 10.00 – 13.00 / chiuso domenica

Curatori: Rossana Buono, Roberto Cavallini

Catalogo: PRAGA 20 AGOSTO 1968. Una storia privata. Fotografie di Enzo Lattanzio / edizioni SEDIT. Bari giugno 2009 / 36,00 euro / ISBN978-88-9008987-9