Intervista a Lorenzo Fusi, curatore della biennale di Liverpool 2010

di Diana Marrone

richard_wilson-turning_the_-place_overEngaging art, people and place – questo è lo statement della Biennale di Liverpool, nata nel 1998 e subito affermatasi come il più importante festival di arti visive del Regno Unito.

Nota per essere l’unica biennale europea ad avere un focus sull’arte negli spazi pubblici, considerando la tradizionale attenzione inglese per le comunità e la grande importanza che ha avuto l’industria culturale nel rilancio di Liverpool, questo appuntamento è assai seguito. Alcune recenti commissioni in spazi pubblici, come un intervento di Gormley sulla spiaggia di Crosby o un’incredibile opera eseguita su una facciata di un palazzo di Moorfield da Richard Wilson (Turning the Place Over, che ha compiuto due anni la scorsa settimana sebbene era previsto fosse smantellata l’anno scorso), hanno già fatto storia, oltre aver ricevuto, in alcuni casi, importanti riconoscimenti e premi al di fuori dell’agone dell’arte visiva. O addirittura essere stati acquistati dalle comunità che li hanno ospitati come il caso di Another Place di Gormley (150 statue, esatto calco del corpo dell’artista, disseminate su un grande tratto di spiaggia afflitto da continue maree che ne cambiano più volte al giorno la morfologia).


Diretta da Lewis Biggs, già direttore della Tate Liverpool, per la prima volta dal 2010 la Biennale di Liverpool ha nominato un curatore internazionale ed esterno allo staff dei fondatori del festival. Ad essere stato appuntato per questo prestigioso ruolo è un italiano, il toscano Lorenzo Fusi, che è stato recentemente curatore di Palazzo delle Papesse di Siena.


Per CultFrame, alcune prime anticipazioni sulla sua nomina e sul lavoro a venire.


lorenzo_fusi


Ti emoziona la sfida che la biennale ingaggia con lo spazio pubblico? Come la vivi in rapporto all’estetica dell’arte che hai finora seguito e stimolato e alla concezione di public art che ti appartiene?


Operare nello spazio pubblico è una grande responsabilità: un compito difficile per quanto emozionante. Un atto che implica una notevole consapevolezza del proprio agire e una profonda conoscenza del contesto in cui ci si muove, così come forti e ragionate devono essere le circostanze che motivano gli interventi. Quando si lavora all’interno di una galleria, l’architettura e la caratterizzazione dell’ambiente esercitano un primo atto di mediazione fra l’opera e l’osservatore. Nello spazio pubblico non ci sono filtri di natura culturale o intellettuale: l’incontro è più “violento” e immediato. Quando sbagli, l’errore di valutazione diventa ancora più evidente; ma se cogli nel segno, quel successo ti regala una maggiore soddisfazione e ti appaga in maniera più gratificante.

La dimensione pubblica della Biennale di Liverpool ha imposto un serio ripensamento della mia pratica curatoriale e del mio ruolo nella società, ma non penso abbia cambiato radicalmente la mia relazione con l’arte.


Hai scelto di venire a Liverpool tra diverse proposte di lavoro: come ti sembra la città ed il suo milieu artistico rispetto all’Italia ed al tuo precedente incarico?


La popolazione di Liverpool sta gradatamente diminuendo: dal quasi milione degli anni Trenta del secolo scorso alle attuali 400.000 persone. Nonostante il trend demografico negativo, nel corso degli ultimi venti anni sono state create molte gallerie pubbliche, istituzioni e attività legate all’arte contemporanea e alla sperimentazione. Proporzionalmente, c’è più arte contemporanea a Liverpool che in qualsiasi altra città italiana delle stesse dimensioni.

Immagino che questo significhi che qui l’arte contemporanea è considerata uno strumento culturale fondamentale per dare voce e rendere più consapevole la popolazione, oltre a una componente imprescindibile nell’attivazione di processi di rigenerazione della città.

Liverpool è tosta: una cittadina con un alto livello di partecipazione politica, pragmatica e socialmente impegnata. Ti costringe a guardarti dentro. Capisci subito se stai dicendo stronzate, si riflette negli occhi della gente.

Onestamente non mi pare che questo sia il posto adatto per inscenare “la gran commedia” del curatore internazionale.

Mi piace Liverpool proprio perché è diretta e onesta, quasi brutale all’inizio.

Ci sono molti artisti in città e diversi spazi auto-gestiti. Sebbene non sia un rutilante centro del mondo dell’arte, è – comunque – assai vivace. L’infrastruttura è molto solida, per quanto prevalga una certa austerità, lontano dall’art-glam, che indubbiamente aiuta a rimanere concentrati.

In Italia il mio lavoro era legato a un luogo fisico, una galleria pubblica, che è uno spazio espositivo deputato. Qui no: in teoria ho ‘a disposizione’ l’intera città. Si tratta di una sfida e un compito assai differenti.


Come ti sembra il pubblico devoto alle arti visive in Inghilterra rispetto a quello italiano?


Il pubblico inglese, incluso quello smaliziato della capitale, fino a poco tempo fa era molto critico nei confronti dell’arte radicale e d’avanguardia e spesso se ne faceva beffe. Il successo internazionale di quello che è stato definito il Brit-Pack (o Young British Artists, n.d.t.) ha parzialmente cambiato tale attitudine. Questo non significa necessariamente che l’arte contemporanea è meglio accetta qui che in Italia, ma la soglia di attenzione è in generale decisamente più alta.

Probabilmente ciò che fai non piacerà al pubblico, ti criticheranno e ti faranno moralmente a pezzi. Ma quando la popolazione britannica abbraccia e sposa un progetto, lo fa con un entusiasmo, cura e dedizione impensabili in Italia. Qui non ho mai l’impressione di essere circondato da un muro di gomma, da quel senso di vuoto che spesso ho percepito intorno a me a casa.


Hai già avuto modo di riflettere su qualche nome o qualche avanguardia artistica? Se non puoi anticiparci niente, mi piacerebbe che tu commentassi la tua deriva per “engaging art people and place“!


E’ ancora presto per parlare della Biennale 2010, ma spero di riuscire a coinvolgere la città e i suoi abitanti presentando progetti artistici in grado di comunicare con le persone in maniera complessa: vorrei entrare in contatto con tutto il loro essere e non solo con una parte di esso. Spero di riuscire a dare vita a un’esperienza sensoriale e intellettuale capace di coinvolgere le persone anima e corpo.


©CultFrame 07/2009

IMMAGINI

1 Richard Wilson. Turning the Place Over. Installazione. Liverpool, 2007-2009

2 Lyle Ashton Harris. Portrait n. 101 (Lorenzo Fusi). Courtesy the artist and CRG, New York


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La biennale di Liverpool

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