2° Ritiro di Studi sulla Fotografia di Prato. Una riflessione

aki_kaurismaki-vie_de_bohemeSiamo fotografi che pensano. Questa è la prima considerazione che mi viene da fare dopo il secondo Ritiro di Studi sulla Fotografia di Prato organizzato dall’Associazione Punto di Svista. Forse sarebbe più corretto dire: siamo “artisti” che pensano, dal momento che la fotografia è un’arte e questa dovrebbe essere la prima importante rivendicazione nei confronti di chi ne abusa per fini principalmente commerciali. Infatti l’artista fotografo dovrebbe potersi esprimere liberamente, con la propria idea e la propria personalità, senza dover ricorrere a operazioni di maquillage più o meno richieste/imposte dal cosiddetto mercato.

 

Che significato ha avuto dunque questo evento? Non ho partecipato al primo incontro svoltosi lo scorso anno, pertanto non posso parlare di un’eventuale evoluzione dell’esperienza, su questo punto forse potrà illuminarci qualche altro esponente del gruppo, ma posso senz’altro affermare che si tratta di una dimensione decisamente “nuova” rispetto al solito cliché di iniziative sulla fotografia proposte dal normale mondo culturale che la circonda. E in cosa consiste questa novità? Si tratta finalmente della possibilità di esprimersi liberamente, da pari a pari in un contesto di immersione completa, sul tema: “cosa è la fotografia del nostro tempo e quale la posizione del corpo del fotografo nel mondo?”, innescando quindi una vera e propria discussione. E già perché della fotografia non si discute bensì si prende per oro colato tutto ciò che il “sistema fotografia” afferma.

 

Dunque non un workshop, non una scuola, non una lettura di portfolio. Questi sono i  “metodi tradizionali” attraverso i quali si continua a perpetrare la solita modalità che vede contrapporsi gli esperti appunto, leggi coloro che hanno in mano il mercato, e i fotografi i quali possono solo vedersi imporre stilemi e modi di imparare/accettare linguaggi che, dettati dalle mode, diventano necessariamente omologati. L’esperienza di Prato non è stato niente di tutto ciò. In effetti, i timori sulla capacità di autogestirsi senza dover ricorrere ad una guida, già espressi in un articolo di Maurizio G. De Bonis al termine del precedente ritiro non si sono del tutto dissipati anche se  credo che quest’anno la discussione sia stata più allargata pur essendo rimasta, a volte, una tensione convenzionale a cercare la figura del tutor, riconosciuta come inevitabile e a cui fare riferimento.

 

Personalmente mi ci sono voluti alcuni giorni per digerire ed elaborare quanto vissuto durante questo incontro. Alla fine il pensiero che vorrei cercare di esporre racconta di un senso della fotografia che va oltre il normale modo di intenderla, per capirci, e qui rimarco il concetto espresso in apertura: prima di tutto stiamo parlando di un’arte e non di un mestiere – questo è spesso, a mio parere, oggetto di confusione – e come tale la fotografia appartiene inevitabilmente alla sfera dei sentimenti e nulla ha a che vedere con la narrazione di fatti. In questo senso trovo che il reportage, tema dibattuto tra i partecipanti, abbia ucciso la fotografia. Non penso però che un fotografo possa dirsi artista se attraverso le sue immagini non emerge la propria poetica e se non riesce a svincolarsi da quelli che ormai sono divenuti i nuovi stereotipi dell’immaginario collettivo. Purtroppo sempre di più il reportage è visto come arte quando molto spesso si tratta solo di mestiere e alcuni autori hanno imposto il proprio modo di vedere il mondo rendendolo esteticamente univoco.

 

Se la fotografia deve essere un’arte essa dovrà, a mio parere, necessariamente partire da presupposti sentimentali e poetici ben definiti e tornare ad accostarsi a concetti ormai del tutto dissipati come per esempio il  “bello” e “l’armonia”, perché no!  E non stiamo parlando di estetica intesa come espressione di una forma gradevole, bensì come senso di “esperienza della conoscenza”, e qui cito l’amico e partecipante Pietro D’Agostino. Nemmeno possiamo pensare che tale estetica possa inquadrarsi in un ambito di astrazione particolarmente soggettiva proprio in virtù del fatto che dovrebbe cercare di uscire da quegli schemi precostituiti che vogliono classificare la pratica fotografica: per me ciò che è bello e armonioso equivale ad uno status vivendi, ha a che fare con le relazioni tra le persone, con lo stare bene in certi luoghi, magari solo perché ti ricordano qualcosa, in una parola ha a che fare con la memoria. La memoria è l’elemento che ti permette di continuare a vivere e l’arte, anche quella fotografica, non può prescinderne. Su questo punto si è proficuamente dibattuto ragionando anche con l’ausilio di film e documentari, attraverso i quali è stato possibile approfondire il concetto di percezione rapportato, anche scientificamente, alla capacità del cervello di vedere e ricordare.

 

Certo non è mancata l’analisi delle immagini dei partecipanti ma, anche qui, la novità è stata la modalità: tutti hanno potuto parlare di tutto. Apparentemente può sembrare un metodo che crea confusione; in realtà in questo modo, chiaramente disciplinato dal buon senso di ciascuno nell’intervenire, è stato possibile condividere e scambiarsi opinioni che hanno indubbiamente accresciuto la capacità critica di ognuno sia nei confronti del proprio lavoro che verso quello di altri. Il carattere assolutamente paritetico e non competitivo della discussione ha fatto si che venissero fuori le “viscere” e i “mal di pancia” di tutti nei confronti di uno stato delle cose apparentemente intoccabile.

 

Un’altra considerazione emersa e dibattuta, a volte con contraddittori significativi, è stata la leziosità dell’immagine nel senso di “pulizia dell’inquadratura”. Ecco: non è di questa bellezza che si vuole parlare! Spesso ci viene contestata la presenza di elementi fastidiosi in campo, ma in base a quali canoni espressivi? L’armonia e il bello sono dentro la fotografia nel senso interiore del termine. Non c’è alcun bisogno di produrre “belle” immagini, sarebbe come dire che un dipinto Pollock è brutto perché a prima vista non si capisce nulla. Su questo tema, nello specifico e personalmente, ho condiviso interessanti argomenti di discussione ai quali non avrei probabilmente avuto accesso senza il confronto con gli altri partecipanti.

E in effetti questo incontro ha cercato di dare voce al “non detto” che alberga in ciascuno di noi e che spesso non riusciamo a esprimere.

 

Per concludere, mi piace pensare all’esperienza di Prato come a un laboratorio, un’officina in cui si lavora tenendo presente antichi valori indispensabili a forgiare una nuova concezione dell’ immagine. Mi auguro che tutto questo abbia un seguito e possa crescere producendo iniziative ancora più coinvolgenti.

 

©CultFrame 06/2009

 

 

I PARTECIPANTI al ritiro di studio sulla fotografia di Prato (maggio 2009)

Francesco Basili / Emiliano Cavicchi / Maurizio Chelucci / Alfredo Covino / Pietro D’Agostino / Maurizio G. De Bonis /  Giovanna Gammarota / Susan Kammerer / Orith Youdovich

 

LE FOTOGRAFE di cui si è discusso durante il ritiro

Elina Brotherus

Beatrix von Conta

Lisa Kereszi

Jessica Todd Harper

 

I FILM visionati e analizzati

La Vie de Bohème di Aki Kaurismäki

A bout de souffle di Jean-Luc Godard

Leningrad Cowboys Go America di Aki Kaurismäki

  

LINK

CULTFRAME. 2° Ritiro di Studi sulla Fotografia di Prato

CULTFRAME. Storia di un esperimento. Tre giorni sulle colline di Prato per riflettere sul senso del fare/studiare fotografia (1° Ritiro)

Sito dell’Associazione culturale Punto di Svista

IMMAGINE

Frame dal film La Vie de Bohème di Aki Kaurismäki

 

11 commenti

  1. “La società si adopera a far rinsavire la Fotografia,per temperare la follia che minaccia ad ogni istante di esplodere in faccia a chi la guarda. Per far questo, essa ha a disposizione due mezzi.
    Il primo consite del fare della Fotografia un arte, giacchè nessun arte è pazza. Di qui l’insistenza del fotografo a rivaleggiare con l’artista, unifromandosi alla retorica del quadro e al suo modo sublimato di esposizione (….)

    ROLAND BARTHES, La camera chiara. Nota sulla fotografia.

  2. Divertente scoprire che la Gammarota ha letto qualche compendio di Kant e Barthes e che finalmente ha intuito l’ovvio concetto che la fotografia è una forma d’arte, dimenticando però che è pure liberamente utilizzata come forma commerciale, senza nulla togliere, per questo, alla fotografia come arte.
    Il sospetto è che “l’officina” fotografica (definizione che mi ricorda qualcosa?!) sia solo un tentativo per mascherare, e riutilizzare come se fosse originale, tutto il lavoro fatto negli anni settanta sulla multidisciplinarietà e continuato poi negli anni ottanta e novanta sulla unione tra le forme d’arte che, evidentemente scontata per chi si occupa seriamente di arte, letteratura, cinema e fotografia.
    Quindi benvenuta Gammarota (e non solo lei, visto che traspaiono chiaramente anche le parole di novelli critici), nella comparazione delle arti. Ricordati però, che costruire una rigida (e non rigorosa), forma di pensiero da sostituire a un’altra NON aiuta l’arte, ma solo chi tenta di occupare posizioni attualmente occupate da altri. Chi ama veramente l’arte, ha difficoltà a costringere il pensiero in un unico rivo. Mi auguro, quindi che questo apparente tentativo di sovversione dell’attuale sistema che vige nella fotografia, non sia un ulteriore e banale modo (e dalle parole che leggo ultimamente sembrerebbe tale) di sostituirsi senza avere strumenti artistici, critici e caratteriali adatti a dire qualcosa al di là della mera integrazione sociale: la libertà di espressione artistica è differente dalla necessità di essere accettati dal mercato o dagli establishment critici!

  3. Non posso che complimentarmi vivamente con la persona che ha scritto questo straordinario e insostituibile commento, poichè ha fornito ai nostri lettori un esempio chiaro di acrimonia e frustrazione. Lo spirito critico è alla base del nostro lavoro e dunque ogni notazione deve essere accettata in maniera costruttiva. Il commento di Lisa, invece, è frutto di un astio gratuito determinato solo da un’isoddisfazione personale. Non è stato per nulla difficile risalire alla vera identità di Lisa e mette una certa tristezza constatare che ci siano persone che non hanno il coraggio di esprimere in modo corretto e con trasparenza le loro opinioni. Il metodo di commentare le idee altrui nascondendosi dietro una falsa identità ha dei tratti inquietanti che personalmente mi ricordano metodi tipici di certi ambienti poco raccomandabili. Invito la lettrice “Lisa” (la cui identità vera, lo ripeto, ci è perfettamente nota) a riflettere intensamente sui propri problemi e a rapportarsi al mondo della fotografia con la necessaria profondità e il dovuto rispetto nei riguardi di chi esprime le proprie idee. Dialogare anche avendo idee opposte, gentile “Lisa”, può dare tante soddisfazioni anche umane, disprezzare in modo superficiale invece è solo squallido.

  4. I miei più sinceri complimenti per la vostra interessantissima iniziativa! E’ bello sapere di ritiri come il vostro, dove convergono persone che “sentono” profondamente la fotografia. Da quanto ho sentito e letto, condivido pienamente le vostre posizioni sulla fotografia contemporanea, ma ciò che più mi ha colpito è il vostro modo di porvi in maniera non competitiva e senza gerarchia, mettendovi democraticamente tutti allo stesso livello. Questo vostro approccio mi conforta parecchio e va decisamente contro una tendenza della fotografia in Italia (che rispecchia anche l’attuale situazione culturale, sociale e politica del Paese) in cui prevale il potere dettato dalle gallerie, dal mercato, dalla pubblicità, dalle istituzioni culturali, dagli editori e da molti critici, e a cui, purtroppo, molti fotografi si prostrano. Ci si domanda allora… che fine ha fatto la centralità dell’autore fotografico?… sono forse più importanti i mediatori che decidono le nuove tendenze? A me pare che in questo Paese nella fotografia prevalga più una logica di potere che quella del confronto, della dialettica e delle idee!
    Anch’io penso che la vostra iniziativa multidisciplinare abbia radice dalle innovazioni culturali fatte negli anni ’60 e ’70, ma contrariamente al polemico intervento della lettrice di sopra, ritengo che il vostro tentativo non sia una copiatura ma bensì un approfondimento ed una evoluzione e comunque un tentativo coraggioso e libero, privo anche dell’ideologia che pervadeva quei anni.
    Un augurio a proseguire la vostra mirabile esperienza ed ad estenderla, perché no, a tutti gli altri fotografi con sensibilità e prospettive simili.

  5. E’ inutile ringraziare Alessandro Vescovo per il suo intervento, sarebbe per me troppo facile. Colgo invece l’occasione per ribadire il concetto che sta alla base del Ritiro di Studio sulla Fotografia:
    confronto a viso aperto, senza ipocrisie, di idee diverse sulla Fotografia. Non importa avere le stesse opinioni (anzi è più importante dialogare nella diversità), quanto piuttosto confrontarle, e discutere civilmente e democraticamente.
    Chi invece non ha il coraggio delle proprie idee e riversa sugli altri il proprio oscuro livore nascondendosi dietro una falsa identità è invece semplicemente una persona distruttiva e incapace di reggere il confronto delle opinioni. Il rispetto degli altri deve essere la base del confronto, il desiderio di lavorare e capire.

  6. Cortese Maurizio,
    cogli perfettamente lo stato di frustrazione e d’insofferenza (ma ti sbagli sull’acrimonia e sul livore; qualche proiezione?).
    Ho semplicemente utilizzato un tono molto comune sul web 2. Certo un po’ polemico, ma niente di esagerato.
    Mi sembra strano però che ti sia soffermato solo sulla forma e non sul reale contenuto del mio commento. Come invece vedo che ha fatto Alessandro, e lo ringrazio per questo.
    Mi sembra inoltre strano che ti sia preso la briga di fare da avvocato difensore della Gammarota, che non conosco, ma immagino abbia gli strumenti intellettuali per refutare quanto da me affermato e per fugare i dubbi da me posti, augurandomi persino di essere contraddetta (ho scritto “Mi auguro, quindi, che questo apparente tentativo…” ecc. ecc.).
    Convengo comunque che questo tuo intervento rientri nel ruolo editoriale che ricopri.
    La mia insofferenza è stata causata, se proprio ci tieni a saperlo (ma l’avrei volentieri omesso), dall’uso che si fa della comunicazione per cui troppo spesso non si affrontano realmente argomenti nel rispetto dell’arte (e non parlo solo della fotografia), ma la si squalifica con concetti piuttosto scontati. Ammetto però che forse lo siano solo per chi, come me, un tempo ne approfondiva i discorsi teorici, liberi di approccio ideologico, già durante il primo anno de “La Sapienza”.
    Credo, infine, che tu non abbia notato che nelle mie parole c’è una stima per la fotografia in quanto forma d’arte, e mi sarebbe piaciuto che tu qui ribattessi sulla fotografia come arte e non sul fatto che io abbia usato, per motivi personali, come molti altri fanno, uno pseudonimo.
    Del resto, deviare l’attenzione dalla questione principale per cercare di squalificare chi – si presume – abbia delle idee diverse dalle proprie è ormai prassi molto comune, come ben hai dimostrato con i tuoi due commenti, tanto che la gente spesso non ci fa più caso e perde di vista la vera querelle (fortunatamente Alessandro non ha perso il punto).
    Sono d’accordo con te sul fatto che si possa dialogare anche avendo “idee opposte”, anche se in questo caso non avevo manifestato alcuna idea opposta, ma solo disappunto per la mancanza di nuove idee.

    Onestamente tua,


    va bene Lisa? o preferisci Monica, più religiosamente solitaria…. o magari Irene, più “pacifica”?
    ;-)

    p.s.
    Comunque sia, vista l’insistita acredine nell’accogliere il mio punto di vista, eviterò ulteriori discussioni.
    Grazie

  7. Stimolato sia dal testo che dall’invito implicito dell’amica Giovanna Gammarota, voglio qui esporre la mia personale esperienza in questi due primi incontri a Prato. Che questo sia un iniziale tentativo di capire la direzione e non una definizione di percorso mi sembra evidente.
    A mio avviso la differenza tra i primi due incontri è sostanzialmente questa; se nel primo la parte emotiva è stata quella preponderante, giustificata da un primo impatto diretto e ravvicinato con persone incontrate lì per la prima volta ed in un lasso di tempo breve, con la principale occupazione della visione delle immagini di ogni autore partecipante, nel secondo è cominciato ad emergere un discorso più ampio ed un coinvolgimento in ambiti disciplinari diversificato.
    In effetti la struttura, a questo punto direi la strategia, comunque adottata anche nel primo incontro, quella multidisciplinare, ha cominciato a funzionare in maniera più evidente, e devo dire sinceramente che è questo il lavorìo a cui vorrei fosse sempre più fatto riferimento. Se non altro perché percepisco il dispositivo fotografico come un crocevia, un punto nodale, dove si intersecano vari saperi e metodologie di vita.
    Non che in quest’ultimo incontro di fine maggio non si siano guardati i lavori dei partecipanti e non siano emersi modi e modalità di osservazione e di linguaggio variegati e contrastanti, ma è anche cominciato ad uscire fuori dell’altro. Contestualmente, con la visione del lavoro fotografico di altri autori/autrici, proiezioni di film e documentari, letture o citazioni di testi non solo riguardanti la fotografia è cominciata una seppur minima ma proficua dialettica su vari argomenti, per esempio, alcuni aspetti filosofici o scientifici, o il concetto di percezione e il significato di mente come archivio del visibile.
    A dare il là a questi tentativi di discussione è stata la interessantissima relazione di apertura di Maurizio G. De Bonis “cosa è la fotografia del nostro tempo e quale la posizione del corpo del fotografo nel mondo?” , e per me personalmente non è solo una posizione in quanto autore, ma principalmente come individuo che si pone degli interrogativi ed attraversa delle esperienze anche attraverso il dispositivo fotografico. Tra l’altro, come ho ripetutamente chiesto a Maurizio, vorrei che lui ce ne fornisse una esposizione, magari in un prossimo articolo, perché ritengo che tale argomento sia di fondamentale importanza e non solo per il fare fotografico. Concordo con Giovanna che l’altra caratteristica importante di questa iniziativa è che tutti sono responsabilmente coinvolti sullo stesso livello, di discussioni ce ne sono state anche acerrime ed esasperanti, ma comunque ha prevalso sempre il buon senso ed il rispetto reciproco, questo mette in evidenza che quando si è investiti di una responsabilità individuale emergono in maniera semplice ed intuitiva quelle regole che sembrano invece sepolte dall’attualità quotidiana sociale.
    Per dar di conto; ho notato anche nel secondo incontro una qualche sfasatura nel disporsi verso l’altro ed il suo linguaggio. Questo penso sia dovuto non tanto ad antipatie personali o a chiusure mentali, ma paradossalmente, alla difficoltà di svuotarsi in tempi brevissimi dell’intensa concentrazione sul lavoro dell’autore o del tema precedente, a volte si è creata una sorta di trasposizione mentale e dialettica su di un lavoro e un argomento precedente e diverso, dovuto anche al tempo che ognuno di noi aveva disposizione per il proprio intervento e che non bastava mai per le innumerevoli occasioni di confronto e dibattito che emergevano in continuazione. Ciò si è creato con il lavoro di Susan Kammerer, ed è stata una opportunità dimezzata, proprio perché il lavoro di Susan non è propriamente quello di un fotografo, ma di un’artista che usa anche lo strumento fotografico per esprimersi. Si può rimediare a questo dando uno spazio maggiore di intervallo tra un argomento o un autore e l’altro, o forse più semplicemente organizzare una scaletta di interventi precedentemente elaborata proprio sull’individuazione di queste eventuali problematiche.
    Cresceremo anche in questo. Queste ultime considerazioni mettono in risalto la concentrazione e, in alcuni momenti, l’assorbimento totale che questi incontri provocano proprio perché si è coinvolti direttamente in un territorio di scoperta che ti coinvolge in prima persona e senza mediazioni precostituite, i temi e le domande sorgono lì libere e spontanee, anche se l’argomento di partenza poteva essere un altro.
    Dalla partecipazione a questi incontri ho ricevuto una lezione di vita e una sana critica verso me stesso, sia come individuo che come autore, nel tentativo di rapportarmi con la contemporaneità. Certo è che si può e si farà ancora meglio in questi incontri se lo spirito di relazione con se stessi sarà il tentativo di riconoscersi nell’altro, cercando di percepire ed esprimere la propria posizione nel mondo.

  8. Eccoci qua! Il dibattito è iniziato. Del resto era proprio questo lo scopo della riflessione che Cultframe mi ha dato l’opportunità di pubblicare. Sono d’accordo con Maurizio su ciò che dice rispetto alla pluralità delle opinioni che possono e devono confrontarsi civilmente. Non so chi sia Lisa ma posso risponderle che non conosco Kant, ebbene sì, e molto poco Barthes, ma non penso sia necessario leggerli per avere delle opinioni sulla fotografia in quanto arte e discuterne così come si è tentato di fare durante l’incontro di Prato. Non bisogna per forza avere la testa piena di filosofia per esprimere un pensiero indipendente…
    Il mio modo di vedere l’arte (nel caso specifico fotografica) è molto semplice: deve affascinare e nel contempo far pensare, deve servire a conoscere, fare da base al confronto, permettere al fruitore di crescere. Questo, in fotografia, non sta più avvenendo grazie proprio alla omologazione delle proposte che compaiono sui tavoli delle agenzie, dei critici, dei galleristi e grazie anche al senso unico intrapreso dalle scuole che formano tanti piccoli soldatini tutti uguali come fossero decalcomanie appiccicate su un muro. Tutto ciò ha origine in una sola parola: mercato. C’è chi dice che all’estero la situazione sia migliore che in Italia, forse, non lo so. So solo che da noi una galleria piuttosto che esporre un giovane autore italiano è capace, armata di lumicino, di andare a trovarne un altro fino in Burundi! E tutto questo perché il mercato vuole (?!?)l’autore esotico.
    Si tranquillizzi Lisa, non stiamo tentando di riprodurre schemi già usati in passato, ma anche se così fosse che male c’è? Anzi francamente credo sia solo un bene ritornare a discutere, se effettivamente così è stato in quegli anni, in modo serio e costruttivo, forse è giunto il momento di finirla con le mode e tornare a parlare di contenuto. Forse occorre che la cultura torni a farsi tra gruppi di persone che si incontrano in luoghi e parlano, piuttosto che vedersela calare dall’alto di una cattedra già bella e confezionata. Chi ha orecchie per intendere intenda. Insomma, cara Lisa, posso solo dirti che mi fa dispiacere il tono del tuo intervento: attraverso l’ingiuria gratuita non si alimenta nessuna seria discussione.

  9. Rispondo per l’ultima volta alla gentile Lisa (che Lisa non, e invece sappiamo bene chi è) e poi chiudo per sempre questa polemica. Cultframe, essendo una rivista democratica, non censura e quindi eccomi qui (ma lo ripeto per l’ultima volta). Risponderò per punti.
    1) L’uso di uno pseudonimo per polemizzare con chi invece si firma è la prova della mancanza di coraggio nell’esprimere le proprie idee. E’ troppo facile nascondersi, ma Lisa non è stata neanche capace di nascondersi.
    2) Lisa parla di linguaggio web 2. Forse l’evidente mancanza di cultura della comunicazione on line le impedisce di andare oltre concetti decisamente banali e formulette vaghe.
    3) Io non faccio il difensore di nessuno. Esprimo le mie idee con la mia firma e la mia faccia.
    4)Tu provi “stima per la fotografia”? Complimenti. Bella questa definizione. Questa adesso me la segno, poichè si tratta di un concetto veramente pieno di sostanza. Ho la pelle d’oca.
    5)Il tuo commento precedente non aveva alcuna sostanza. Dunque su cosa avrei dovuto soffermmarmi?
    6)Infine, mi dispiace che tu non sia in grado di incanalare la tua frustrazione in un’attività produttiva, ma evidentemente il tuo livore parossistico ti impedisce di fare qualcosa di costruttivo.

  10. Cara Giovanna, ti ringrazio per aver dato inizio a una discussione sul secondo ritiro di Prato. Abbiamo avuto modo di parlarne a voce e concordo con Pietro che il secondo incontro era totalmente diverso dal primo anche perché c’è stato un ricambio tra i partecipanti e quindi si sono create delle nuove “combinazioni”. Questa situazione nuova accostata all’esperienza del primo ritiro ha fatto sì che ci fosse un salto di qualità notevole in termini di analisi, di discussione e di concentrazione.
    Io personalmente credo in questa iniziativa di cui sono contemporaneamente promotrice e fruitrice. L’esperienza dei due incontri mi ha spinta ad un ulteriore approfondimento teorico della fotografia e ha stimolato la mia creatività come autrice.
    Mi rendo conto però che un incontro di questo tipo è anche un’esperienza di vita, come ha ribadito Pietro e come intuisce molto bene Alessandro, ma anche altri del gruppo che per vari motivi non possono in questo momento intervenire. E’ un’esperienza che richiede l’annullamento del proprio Ego, una notevole dose di ricettività, un’idea molto chiara del significato di rispetto e un desiderio sincero di contribuire alla crescita comune.
    La mancanza di tutto ciò genera commenti ingiuriosi e pieni d’astio come quello di “Lisa” che così facendo non ha dato nessun contributo costruttivo all’argomento e quindi non merita nessuna attenzione di tipo intellettuale. Nel tentativo di discreditare i fautori dell’iniziativa, te e tutti gli altri partecipanti dell’incontro, ha solo voluto portare a termine il suo desiderio di distruggere ciò che altri, con coraggio che a lei manca (fino al punto di presentarsi sotto un falso nome) hanno voluto creare. E’ un’azione che si è ripetuta varie volte e questa volta, accecata dall’invidia, ha voluto offendere le stesse persone che la ospitano su queste pagine.
    Per quanto mi riguarda, non intendo più parlare di questo episodio sulla mia rivista e lascio i commenti di “Lisa” al giudizio di chi li leggerà (e di chi li ha già letti e che ci ha espresso in sede separata la proprio opinione in merito).

    Detto questo, ci vediamo al prossimo incontro rinnovati e migliorati.

  11. fa piacere comunque che la fotografia sia ancora capace (anche in Italia!)di suscitare discussioni, anche polemiche,questo è segno di vivacità. Non è indispensabile conoscere le idee dei grandi pensatori dell’800 e 900…..ma di sicuro non fa male alla salute,anzi, vorrei consigliare una sana lettura agli scritti di Castoriadis, Boudrillard, ma anche Lotman e Mirzoeff che hanno scritto cose inteessanti sulla fotografia.Questo non può che arricchire il dibattito.

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