In Berlin. Mostra di Giovanni Chiaramonte. La Triennale di Milano

giovanni_chiaramonte-in_berlin3Il mio lavoro a Berlino inizia nel dicembre 1983, inviato da “Lotus” a fotografare il “Bonjour Tristesse” di Alvaro Siza e l’insediamento di Oswald M. Ungers a Lützow Platz. Atterrai a Tegel mentre era in corso un’esercitazione della 82° Airborn Division e mi trovai dentro il cuore della guerra che aveva diviso e ancora divideva l’Europa e il mondo occidentale. Fotografai quelle architetture a partire da uno sguardo posto sulla dimensione temporale di ciò che davvero rimane della storia, sull’eterno che si apre nell’istante. Le architetture di Siza e di Ungers mi sembravano scaturire dalla forza viva della creazione e capaci quindi di far ri-crescere la forma della vita dentro le desolazioni più profonde inflitte alla città dalla guerra e dal male dei totalitarismi. Chiamato quindi dall’IBA di Josef Kleihues, nel marzo del 1984, scattai in totale libertà una sequenza d’immagini, alla ricerca dell’identità originaria di Berlino e del suo drammatico destino. Trovai questa origine nel sogno di Roma imperiale eretto da Schinkel sulle rive della Sprea a Glienicke e a Charlottenburg. Mi parve evidente, allora, che il cuore della tragedia tedesca, la shoah, nascesse proprio lì, nel fondare la città sull’ideale di Atene nella memoria dell’impero romano, eliminando ogni figura della civiltà ebraica e cristiana. La forza che muoveva la ricostruzione promossa dall’IBA mi sembrò molto più profonda di un semplice intervento urbanistico e l’edificio di Aldo Rossi a Friedrich Strasse, davanti al piccolo bar “Land’s End”, mi parve affermare l’unità indivisa e indivisibile della città, nella nuova figura di una identità repubblicana e non più imperiale. Per questo, anche negli anni successivi, il muro di Berlino nelle mie fotografie è sempre stata una quinta lontana.

Nella mostra che feci al Deutsches Architekturmuseum, nel 1985, ebbi modo di affermare pubblicamente questo personale punto di vista, ricevendone solo scherno e irrisione. Quando nel 1989 cadde il muro, qualcuno si ricordò di quelle mie affermazioni e potei riprendere le mie campagne fino al 2003, pubblicando nel frattempo un libro su Schinkel.


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Lo sguardo con cui ho fotografato Berlino, io penso si renda comprensibile nell’immagine della Elisabeth-Kirche di Schinkel, ridotta a rovina senza tetto e tornata alla natura, in cui crescono gli alberi nel ritmo immutabile delle stagioni. Un edificio in rovina, alla luce dello sguardo, è capace di rivelare una forza e una bellezza più duratura di un edificio nuovo, appena costruito. Per me le città e le case corrono sempre il rischio di diventare Carceri piranesiane, emblematiche rovine di una decadenza senza fine del genere umano. Il punto di fuga, la forma e la figura della libertà per le città e per le case è il loro essere vissute e viste come immagine: l’immagine infatti è sempre immagine di un destino, è sempre apertura eterna e infinita al diverso e all’altro da sé. Come la luce, l’immagine, quando è tale, è trasparente, agisce invisibilmente per rivelare la figura viva di ogni realtà. E io, attraverso la fotografia, facendo un’immagine di un’architettura e di una città, ne rivelo la vera natura.

 

Per questo, l’ultimo capitolo di questo libro inizia con l’immagine di un’immagine, con la fotografia della fotografia della nuova stazione, dove nel cielo di carta la mano di una donna ha posto un messaggio con il ritratto del suo cane perduto. Così, l’ultima fotografia mette in scena i vari tempi della città e del costruire dell’uomo e ha come centro l’enigmatica presenza di un grande vaso, il mistero della Storia, nel sangue che in esso si nasconde.

Le mie immagini si declinano e si decifrano secondo i quattro lati dell’inquadratura definiti da Nicola de Lyra: Littera gesta docet, quid credas Allegoria, Moralis quid agas, quo tendas Anagogia. Questo non solo perché sono un italiano cresciuto tra Sicilia, Milano e Venezia, ma perché la realtà stessa, trasformata in immagine dall’obbiettivo di Galileo, così si con-figura.

Spero che, nel carcere della forma, la luce della figura illumini me e il buio del mondo attorno.

 

© Per gentile concessione di Giovanni Chiaramonte / Ultreya

 

CultFrame 05/2009

 

 

IMMAGINI

1, 2, 3 ©Giovanni Chiaramonte

 

INFORMAZIONI

Dal 13 maggio al 14 giugno 2009
Triennale di Milano, Viale Alemagna 6, Milano / Telefono: 02 724341 /  info@triennale.it
Martedì – domenica 10.30 – 20.30 / giovedì 10.30 – 23.00 / chiuso lunedì / Ingresso libero

Progettazione e realizzazione: Ultreya

Catalogo Electa / Formato 24×30 cm / 156 pagine / 72 illustrazioni / 42 euro
A cura di Giovanni Chiaramonte, Laura Geronazzo

 

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La Triennale di Milano

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