51, ovvero le immagini evocative di Federico Brugia

federico_brugia-51-1Analizzo e studio il lavoro registico di Federico Brugia ormai da diversi anni. L’aspetto che mi ha sempre colpito degli spot da lui firmati è l’evidente forza evocativa delle sue inquadrature e la sua capacità di fornire a ogni immagine un’impostazione enigmatica, misteriosa, onirica e dunque altamente lirica. Se ci soffermiamo sul fatto che stiamo parlando di frame concepiti per pubblicizzare dei prodotti commerciali ci possiamo rendere conto di come sia facile, studiando e criticando il sistema della comunicazione visuale contemporanea, cadere in banali e vacui moralismi. La questione è significativa, poiché come ho affermato nella riflessione intitolata Per una fotografia liberata dalle immagini sarebbe necessario liberare la produzione audiovisiva proprio dalle immagini stesse, cioè dagli stereotipi consumistici che abbondano, ad esempio, proprio nella fotografia contemporanea (anche di impostazione sociale).
Tali stereotipi, anche se ciò potrebbe apparire paradossale, non sono riscontrabili nelle regie pubblicitarie di Brugia, il quale, infatti, non procede creativamente mettendo uno dopo l’altro luoghi comuni visuali ma concependo invece inquadrature evocative, in grado di manifestarsi non come segni ripetitivi ma come flussi improvvisi e spontanei di significanti. Ciò vuol dire che lo stereotipo visuale/consumistico non è determinato dal campo espressivo in cui si opera (cinema, pubblicità, fotografia, video) ma dalla spinta creativa che guida il lavoro di un autore. Il consumismo visivo non ha nulla a che fare con questioni di carattere commerciale/economico/industriale quanto piuttosto con la pratica nefasta della ricerca di immagini riconoscibili, e dunque consolatorie (e dunque di regime), che semplicemente ripropongono rigidamente il già visto, il già ripreso, il già consumato. Le inquadrature di Brugia sono invece “imprendibili”, non rassicuranti, surreali, fantastiche, indecifrabili, in sostanza autenticamente vere poiché aprono un canale di comunicazione con il più abile elaboratore/propulsore di immagini che possa esistere: il nostro inconscio.


federico_brugia-51-2A rafforzare la mia personale idea sul lavoro di Federico Brugia, arriva ora anche il suo ultimo volume edito da Damiani e intitolato semplicemente 51.

Si tratta di una raccolta di frame, ricomposti idealmente a gruppi di nove, che provengono da contesti espressivi diversi. Come dice lo stesso autore: “tutto è iniziato estrapolando immagini da loro contesto originario – spot, foto personali, casting, ricerche di location o quant’altro – per (ri)trattarle come frammenti di discorsi o di storie che il libro vorrebbe solo suggerire, lasciando aperta l’interpretazione alla sensibilità o alla fantasia di chi avrà voglia di guardarle”.

Ebbene, in queste affermazioni di Brugia sono contenute alcune significative indicazioni teoriche.
Brugia si sofferma sulla questione dell’uso decontestualizzato di un’immagine che, ricollocata all’interno di un quadro compositivo che in teoria non gli appartiene, può essere portatore di un valore espressivo/comunicativo. Questo punto mi sembra particolarmente importante, poiché giustamente toglie forza alla dittatura del senso compiuto di un frame per spostare l’attenzione invece sull’uso evocativo dell’immagine che può avere valore anche grazie all’atto della scelta dell’immagine stessa e della sua ricollocazione creativa. Altro punto centrale è l’atteggiamento dell’autore che, proprio attraverso un procedimento di decontestualizzazione e ricollocamento di un frame, determina un nuovo campo di esplorazione dello sguardo che lascia il fruitore libero di edificare il proprio percorso evocativo e dunque di esprimersi “anarchicamente” in un proprio mondo.

Quelle appena indicate sono due autentiche lezioni che Brugia delinea, invitandoci a rompere gli schemi creativi e di fruizione delle immagini (fotografiche e non) per trasportarci in un territorio infinitamente più aperto in cui il frame è fortunatamente liberato dalla gabbia del senso, intendendo per senso il risultato interpretativo/culturale che è determinato da una concezione secondo la quale un’immagine ha valore solo se portatrice di un significato univoco che scaturisce dalla sua appartenenza alla cosiddetta (e discutibile) sfera della realtà.


51 è un lunga scia onirica composta da cinquantuno “quadri-mosaico” che costringono il lettore a riorganizzare un universo visuale assolutamente personale senza domandarsi se le tessere del mosaico siano immagini fotografiche, scatti di vita personale, frame pubblicitari, studi di location.
Proprio attraverso questo meccanismo evocativo e lirico/poetico, Brugia ha affrancato i suoi scatti e le inquadrature dei suoi spot dal peso di un senso rassicurante e sterile (cioè borghese). E’ dunque straordinariamente gratificante perdersi nel labirinto costruito da Federico Brugia, in una sorta di architettura “altra”, di sogno vigile che riporta alla mente certe atmosfere lynchiane, nella consapevolezza che ciò che i nostri occhi credono di vedere è sempre frutto di un viaggio interiore totalmente personale e, il più delle volte, delirante.

©CultFrame 01/2009

 

 

CREDITI
51 / Autore: Federico Brugia / Testi: Bartolomeo Pietromarchi, Federico Brugia / Damiani Editore, 2008 / 112 pagine / 51 illustrazioni / 40 euro / ISBN: 978-88-6208-086-6

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