Prove di dialogo sulla fotografia italiana. In “risposta” alla videointervista del direttore de Il Fotografo

di Maurizio G. De Bonis

sophie_calle-copertinaQualche giorno fa mi sono imbattuto, navigando sulla rete, nella tripla intervista che i curatori del blog Idee in Bianco e Nero hanno effettuato al direttore de Il Fotografo, Sandro Iovine. Ho ascoltato l’intervista integrale per due volte, poiché volevo cogliere a pieno il senso reale delle dichiarazioni di Iovine, giornalista, critico e fotografo che conosco personalmente e che nei pochi incontri che abbiamo avuto mi ha colpito per la chiarezza e il rigore intellettuale delle sue posizioni.

L’intervista on line mi dà la possibilità di avviare un dialogo (speriamo che divenga tale) con un interlocutore che, stimolato dai curatori di Idee in Bianco e Nero, ha affrontato alcuni punti centrali.

Cerco di dar vita a questa discussione poiché ritengo che il mondo della fotografia italiana sia particolarmente chiuso e conservatore nonché estremamente timoroso (e quindi non avvezzo al confronto di idee); è un mondo che si nutre di luoghi comuni, fraintendimenti, provincialismo e di quello che io chiamo, senza mezzi termini, regime. Ma su quest’ultimo punto mi spiegherò più avanti.


Vorrei partire da un elemento sul quale Iovine ha speso parole interessanti, ovvero la tendenza nefasta e rozza del mondo fotografico italiano a limitare la discussione esclusivamente a questioni di carattere prettamente tecnico e/o tecnologico. Non c’è spettacolo più deprimente di quello in cui due fotografi iniziano a parlare delle loro macchine fotografiche o dei loro obiettivi, non perché la tecnologia non possa essere argomento di confronto ma semplicemente perché questo tema è di fatto, quasi sempre, l’unico possibile che due fotografi riescono/possono affrontare. La logica del “chi ce l’ha più lungo” (provocatoria metafora evocata dallo stesso Iovine) ha prodotto nel mondo fotografico italiano dei danni culturali inenarrabili, e tale logica è stata purtroppo alimentata dall’invadenza di talune organizzazioni amatoriali che grazie a un ramificato circuito di discutibili manifestazioni ha finito per generare nel movimento amatoriale equivoci devastanti.

La fotografia, a mio modesto avviso, oltre ad essere un dispositivo tecnico è una forma di espressione basata su un linguaggio e su connotazioni culturali determinate da vari fattori: la società, la politica, la storia personale del fotografo, la sua visione del mondo, il suo retroterra culturale, la sua psicologica, l’ambiente in cui vive e opera, il desiderio e la capacità di esprimere una propria concezione poetica e filosofica sull’esistenza. Quando incontro un fotografo non amo sapere immediatamente quale obiettivo usa (semmai ciò può essere oggetto di una discussione molto secondaria) quanto piuttosto comprendere chi è veramente dal punto di vista umano e culturale e perché utilizza proprio la fotografia per esprimersi.


Sandro Iovine solleva poi un altro problema: l’ossessione di certa fotografia contemporanea per le immagini perfette, carine, ben costruite e tranquillizzanti. Questo è chiaramente un “tema culturale” tutto italiano, determinato da chiusure mentali, scarsa attenzione nei confronti del movimento mondiale della fotografia, incapacità di connettere i linguaggi audiovisivi e paura nei confronti della trasgressione dei codici. Questo punto è molto complesso e di difficile risoluzione, poiché dietro tale atteggiamento vi è quello che prima ho definito “regime della fotografia italiana”. Chi gestisce questo regime? Presto detto: mondo del giornalismo e della comunicazione, taluni organizzatori di corsi e workshop, alcune riviste di fotografia, agenzie, circuito amatoriale, nonché accademie e università. Ognuna di queste realtà, nel suo settore di competenza, contribuisce a creare un clima di chiusura spaventoso, un labirinto che nega sistematicamente la libertà espressiva e che forma (si fa per dire) generazioni di fotografi che non riescono a vedere oltre la punta del loro naso.

Basta solo studiare la storia dell’arte, del cinema e della fotografia per comprendere come le evoluzioni di questi linguaggi siano sempre state determinate da violente (a livello artistico) trasgressioni dei codici, attraverso opere che i rispettivi “regimi” non hanno mai esitato a definire brutte, mal fatte. Prendiamo ad esempio il cinema. Cosa sarebbe stato il linguaggio audiovisivo moderno, senza le fondamentali e traumatiche rivoluzioni portate dal neorealismo italiano e dalla nuovelle vague francese? Per chiudere questo capitolo due note: non bisogna fare certo di tutt’erba un fascio e dunque in mezzo a questa realtà immobile esistono fotografi, docenti, scuole, istituzioni che svolgono il loro lavoro con impostazione opposta a quella che ho fino ad ora evidenziato. Ma si tratta, morettianamente parlando, di una minoranza che rimarrà, purtroppo, tale. In secondo luogo, contribuisce ad alimentare il sistema anche una critica (e in questo caso mi sento chiamato pienamente in causa) non sempre brillantissima e spesso ossessionata da un’aspirazione a una carriera accademica fatalmente contraria a concetti come modernizzazione linguistica e rivoluzione espressiva, e tutta diretta verso una sterile storicizzazione della fotografia.
Nella sua lunga intervista, Sandro Iovine tocca anche la questione fotogiornalismo, puntando il dito verso quella tendenza nella quale egli coglie un impulso artistoide controproducente. Dal mio punto di vista, ciò che avverto come terribile nel fotogiornalismo italiano, e non solo, è la mancanza totale di etica fotografica. E questa mancanza totale è a mio avviso generata dall’atteggiamento colonialista di molti fotografi, i quali non si fanno scrupoli nel “documentare” le sofferenze altrui attraverso immagini spesso estetizzanti che generano una separazione cripto-ideologica tra fotografo/benestante/occidentale e essere umano/malato/indigente preferibilmente africano. La logica è la seguente: si fotografa il dolore e la fame per allontanarle da noi, per poter dire a noi stessi che quello che succede in Darfur o in Congo, in Europa o negli USA non potrà mai accadere. Come è gratificante sentirsi parte del mondo ricco… Questo atteggiamento io lo chiamo colonialismo e sfruttamento fotografico, con la frequente atroce aggravante della spettacolarizzazione del dolore attraverso immagini estetizzanti e fotograficamente “belle”. Molti fotogiornalisti farebbero molto bene a riflettere su quello che fanno (cioè non informano ma volgarmente rappresentano generando fraintendimenti) e a cercare di capire che avere atteggiamenti da star (vantandosi di essersi messo un elmetto in testa o di essere riuscito a fotografare l’agonia di un essere umano che sta morendo di fame o una bambina prostituta) non produce né informazione e neanche cultura fotografica.


L’intervista a Sandro Iovine tocca altri elementi significativi: la diffusione di immagini sulla rete, la tutela del diritto d’autore, la linea editoriale della riviste di fotografia, l’uso della fotografia nei settimanali generalisti, il bombardamento mediatico nella società dell’immagine. La comunicazione sul web mi impone però di essere sintetico e stretto e la lunghezza di questo articolo è già di gran lunga fuori dai livelli comunicativi della rete. Ciò che vorrei dire, in conclusione, e che spero di avviare questo dialogo con un attento e acuto osservatore della fotografia contemporanea come Sandro Iovine e che sono pronto a dibattere, civilmente e democraticamente, le mie posizioni con chiunque voglia interloquire con me. Il mio scopo è quello di creare una rete di addetti ai lavori e di appassionati che si confrontino fuori dagli schemi e da quel regime che ho prima delineato. Confronto di idee libere, confronto di concezioni diverse, desiderio anche di sentirsi su posizioni differenti ma aperte, il tutto per generare un dibattito culturale italiano sulla fotografia meno conservativo, timido e asfittico di quello attuale.


 

©CultFrame 11/2008

 

IMMAGINE

Copertina del libro di Sophie Calle edito da Prestel

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Il blog Idee in Bianco e Nero

Il blog Fotografia, parliamone! Di Sandro Iovine

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