Il Divo. Un film di Paolo Sorrentino

paolo_sorrentino-il_divoIl Divo riesce dove molti non hanno neanche osato. Fare un film lucido, implacabile, freddo e insieme visionario per montaggio, mirabile colonna sonora (di nuovo Teho Teardo) e fotografia. Un film sull’uomo attraverso il quale passano quarant’anni di malcostume politico italiano. Il Divo riesce nella cosa più audace: dichiarare che la democrazia italiana è un miraggio. E che il problema riguarda l’Europa, non si limita solo ai confini patrii. Il Divo ribadisce che il cinema può e deve essere politico, sebbene il regista dichiari che non lo ha mosso quest’intento ma la voglia di fare il ritratto dell’uomo attraverso cui passa la maggior parte di segreti del nostro paese.

“Non bisogna mai lasciare tracce”. Ispirato a una delle frasi celebri del Senatore, che Toni Servillo/Giulio Andreotti dispensa serafico nel film, Il Divo si apre, fulmineo come un videoclip, con una buona rappresentazione di omicidi eccellenti per cui Andreotti è stato processato, oppure per cui sono state chieste autorizzazioni a procedere al Senato della Repubblica, oppure nessuna delle due cose. Da più parti incolpato oppure “inchiodato” da pentiti e memoriali, lo statista democristiano non è stato colpito da alcuna condanna.

Moro, Calvi, Sindona, Dalla Chiesa, fino a Falcone. Una sequela impressionante di orrori: la morte colta nell’attimo in cui viene somministrata. E subito, come un testo a fronte, vi è il rimando alla vita del senatore nel momento in cui gli omicidi avvenivano: confuso dalle polveri di cavalli al trotto, è con la moglie Livia (Anna Bonaiuto, superba) all’ippodromo. Oppure è alla barberia circondato dalla sua corrente (Pomicino, Sbardella, qualche cardinale), od ancora, è nella quiete del suo studio e risponde a telefono ad una sua cugina ammalata. Oppure, fervente cattolico, è a piedi prima dell’alba al centro di Roma circondato dalle auto di scorta, a passeggiare verso la messa. Oppure, malato cronico di emicrania, consuma l’ennesima pasticca da cui dipende vistosamente.


Il Divo prende il titolo da uno dei soprannomi di Andreotti, quello che secondo il regista napoletano Paolo Sorrentino (Premio della Giuria a Cannes 2008) il senatore preferiva di più. Indugia sulla notissima vita politica di Andreotti e sulla sua vita privata, desunta mirabilmente dal regista, visto che sono rarissime le interviste di Andreotti che ne parlano (così come quelle, rispettivamente, della moglie e della fidata segretaria Enea). Della prima, il film ripercorre tutte le tappe “mature” del potere andreottiano, dal VII governo, alla (mancata) corsa al Quirinale, fino ai processi dei quali non interessa lo scontato esito, ma la raffigurazione immota dello statista durante gli stessi. Il Divo ha il pregio di renderci italiani, di farci guardare a fondo nelle peggiori pagine della nostra storia. Il Divo ha il pregio di mettere in scena il presunto incontro tra la Belva (Totò Riina) e il Divo. Quell’incontro mai provato che riassume tutto il peso della maledizione di essere governati dal Parlamento che ci meritiamo.

Siamo stati governati per oltre quarant’anni da un uomo di media statura che sua moglie, la sua fedele ancella, ha definito “non uno intelligente ma che ricorda tutto”, che ha inseguito titoli (quali la presidenza degli Studi Ciceroniani) per sentirsi un uomo di alta statura. Di fronte all’incedere delle inchieste, nonostante il progressivo allontanamento della sua corrente e suicidi eccellenti (Cagliari, Gardini) quel che lo rattrista, dice il Senatore, sono le cariche culturali che non gli vengono rinnovate.


“Senatore, è un caso che la si accusi di …..” e parte l’elenco dei misfatti: questa domanda viene posta in due diversi momenti del film. Prima da una giornalista straniera durante un affollato question time in cui Andreotti, accecato dai flash, non fa un guizzo. E poi da Eugenio Scalfari che intervista one to one il Divo. Curiosamente, la domanda si ripete due volte quasi con le stesse parole, come due volte il regista incastona, identica, un’altra scena mirabile: l’esplosione dell’auto del Giudice Falcone che salta per metri fino ad atterrare e creare una voragine nel terreno.

Alla prima domanda il Senatore non risponde, ma si blocca qualche secondo cogliendone la perfezione implacabile. Con Scalfari non può non rispondere e allora dice di non credere al caso ma alla volontà di Dio. E lo invita alla cautela: il suo giornale (La Repubblica) deve la vita e l’attuale proprietà proprio ai favori andreottiani.

Questi distill della pellicola ci fanno capire la grandezza del regista quarantenne e del pari l’inusuale prospettiva con raddoppi che dona ai cruciali anni della democrazia italiana. Nel citare dati e personaggi, il film si muove agile e assomiglia quasi ad una piece teatrale che affonda in anni e luoghi per districarli: le città (Torino, Roma, Napoli) completamente spogliate dei loro attributi e resi pure quinte sensuali. Quel che rimane allo spettatore, in un linguaggio assolutamente universale, è il decadimento della rappresentazione nella democrazia. Il film lavora su questo attraverso la statura di un personaggio. Leggere la storia è l’ossessione di Sorrentino. Che non venga dimenticata, che venga incisa con il sangue versato (tutte le abbondanti sovrimpressioni del film sono di colore rosso mentre le atmosfere sono grigie e penombrose, come le stanze del potere).


Forse il film racchiude una speranza: si sopravvive se si racconta. Di pura poesia, una scena in cui, mentre il senatore va ad accettare l’ennesimo incarico di Presidente del Consiglio, un gatto bianco si frappone tra Andreotti e la porta da varcare. Lui ha paura (solo dei gatti?), e non riesce a proseguire, fino a che l’animale non decide di lasciargli il passo, dopo aver sostenuto fiero il suo sguardo come mai nessun umano nel film fa.

Paolo Sorrentino, come un gatto, ha trovato soldi e leve per fare un film che non volevano fargli fare, mentre Procacci portava con la RAI a Cannes Gomorra con due attori in comune (oltre a Servillo, anche uno splendido Gianfelice Imparato). Con l’aiuto di una delle migliori penne di Repubblica (il napoletano Giuseppe D’Avanzo) e con coraggiosi produttori come Nicola Giuliano e senza la tv di stato (ma con SKY, un canale francese e con il sostegno di Eurimages), Il Divo è realtà e dovrebbe finire nelle scuole.


© CultFrame 06/2008

 

TRAMA

La democrazia italiana ruota attorno ad un uomo, Giulio Andreotti, e alla sua Democrazia Cristiana dal secondo dopoguerra al 1993 – anno in cui il partito cattolico viene distrutto da Tangentopoli.  Il film racchiude gli esordi della sua attività politica fino ad oggi. Quando Andreotti è senatore a vita. Il film non ha subito censure e è stato distribuito in molte copie, dopo l’affermazione al Festival di Cannes 2008.

 

CREDITI

Film: Il Divo / Regia: Paolo Sorrentino / Sceneggiatura: Paolo Sorrentino / Fotografia: Luca Bigazzi / Montaggio: Cristiano Travaglioli / Scenografia: Lino Fiorito / Musiche: Teho Teardo / Costumi: Daniela Ciancio / Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Piera Degli Esposti / Produzione: Indigo Film, Lucky Red, Parco Film, Babe Film / Distribuzione: Lucky Red / Paese: Italia, 2008 / Durata: 110 minuti

 

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Sito ufficiale del film Il Divo

Fimografia di Paolo Sorrentino

Lucky Red