kakushiaji – il gusto nascosto, fotografie di Reiko Hiramatsu. FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma 2008

reiko1Roma. Vibrazioni, segmenti onirici, variazioni sonore, interferenze simboliche, insomma immagini che fluttuano nella dimensione senza confini dell’emozione. Libere dal condizionamento di una visione nitida, oggettiva, esclusivamente descrittiva, le fotografie di Reiko Hiramatsu solleticano la percezione. Niente effetti speciali, è la sfida dell’immaginazione in questo emblematico abbraccio in cui le sfumature cromatiche, i cibi – non necessariamente riconoscibili – rimandano ad una memoria sensoriale. Immagini che stimolano il gusto, il tatto, l’olfatto, l’udito, non solo lo sguardo.

L’idea iniziale è proprio quella di invitare l’osservatore a guardare oltre l’immediata lucidità, punto di forza per still-life, food photography e fotografia pubblicitaria, tecnicamente supportati dall’utilizzo di lenti close-up. Solleticare un desiderio, piuttosto.

Percorso diverso, quindi, in “Kakushiaji, il gusto nascosto”, dove la fotografa si rivela anche nel ruolo di interprete.
Chef raffinata e creativa, Hiramatsu è esperta conoscitrice di aromi e sapori, abbinamenti eno-gastronomici della cucina giapponese e italiana, ovvero della propria cultura d’origine e di quella d’adozione.
L’incisione meticolosa e grafica delle seppie crude che si trasformano in curve di conchiglia, frammenti di porcellana. Lo sfrigolare della cipolla, fili sottili incastonati nei globi di vetro soffiato, poetica citazione dell’olio bollente. La lama appuntita del coltello che intacca il volume di un sedano, intreccia ricami bicolore sulle superfici dei ravanelli, sfiora e trafigge carni e verdure. Radici di loto come tastiere rotanti dei vecchi telefoni, squame come cristalli di rocca, scaglie di tonno secco come nuvole di pergamena sospese nell’aria. Vortici di crisantemi secchi, onde di amido di riso, cloisonné di teste d’aglio, lacrime dense di aceto balsamico o di salsa di soia, virgole di wasabi… Verdi, rossi, bianchi, viola, giallo-arancio, la tavolozza è varia, tra sfumature cromatiche, pigmenti, molecole e polimeri.


reiko2C’è chi sogna di vedere il Colosseo, la torre di Pisa, il balcone di Giulietta e Romeo o di fare lo shopping in Via Montenapoleone… gondole, mandolini e via di seguito. L’immaginario collettivo è ridondante di stereotipi, soprattutto per chi guarda l’Italia dal di fuori. Reiko, invece, sognava di venire nel Belpaese per mangiare il vero pomodoro, quello cresciuto sotto il sole del nostro sud, di sentirne il profumo e verificarne la consistenza. Un desiderio che non ha tradito le aspettative quando vi è giunta, nel 1995.

Fascinazione sublime, inossidata nel tempo. “Le sensazioni che provo ancora oggi assaporando i pomodori sono le stesse di allora.” – spiega – “Proprio come la prima volta che, in Toscana, ho assaggiato l’olio d’oliva su una fetta di pane senza sale. In Giappone non si usa l’olio a crudo. Un’esperienza nuova, quindi, che ogni volta che ripeto mi rimanda all’immagine delle colline toscane.”.

Il palato fino è, per lei, un’eredità familiare. Sua madre, Kazuko, è stata per anni “Maestra di cucina”, tenendo lezioni private a casa e, soprattutto, cucinando prelibatezze per il padre, Mikio, golosissimo.

“Sono cresciuta in mezzo ai libri e al cibo. Non ricordo che a casa c’erano dischi o altro. In famiglia siamo sempre stati tutti golosi, anche mio fratello Kazuo. Ho imparato a saper scegliere i prodotti migliori accompagnando mia madre a fare la spesa. Mia madre, oltre alla cucina tradizionale giapponese, si è dedicata anche a quella cinese, francese e spagnola. Adoro da sempre il suo “norimaki sushi”, ovvero il sushi arrotolato nell’alga secca che ha la particolarità di avere una dimensione quasi raddoppiata rispetto a quella consueta, perché mia madre aggiunge tanti ingredienti al riso agrodolce: i funghi secchi, il cetriolo, l’uovo fritto…”.

L’autrice fa tesoro dei consigli materni, come quello – fondamentale – di ricorrere al kakushiaji, “il gusto nascosto”. Nella cucina giapponese, infatti, odore e sapore sono percorsi paralleli. “Usiamo molto il pesce azzurro che, quando non è fresco, ha inevitabilmente un odore forte e non sempre piacevole. Per stemperare l’odore e rendere il sapore più dolce e sofisticato mia madre consiglia di spruzzare sul pesce del sake. Questo è quello che da noi si chiama ‘gusto nascosto’ e che, personalmente, mi piace definire ‘gusto dell’anima’.”.

Nel 1982, inizia a lavorare nello studio di un famoso fotografo giapponese, Katsuhiko Ogawa, specializzato nella fotografia di cibo.

Il racconto fotografico di Reiko Hiramatsu si intreccia, quindi, con la golosità del gourmet. Tanto più si colora di creatività quando l’autrice sfida la tradizione gastronomica, inventando ricette interessanti in cui azzarda contaminazioni sensoriali. Ingredienti della cucina giapponese e di quella italiana si rafforzano, utilizzati in contesti nuovi come l’Antipasto colorato con nudità di seppie, in cui capperi e peperoni rossi e gialli trovano il loro incastro naturale tra le seppie crude adagiate su un letto di salsa a base di miso e aceto balsamico. Nel Pollo ubriacone con miso e umeboshi “particolarmente indicato per chi è un po’ depresso”, come sottolinea l’artista – le salse orientali vanno ad impreziosire la carne cotta in una dose abbondante di vino bianco e acconciata con un cespuglio di cipollina. Altro connubio vincente quello dei Vermicelli con gamberetti secchi e uova di salmone all’italiana. Tracce di antichi sapori, in questo piatto, che unisce materie prime della cucina nipponica, come i gamberi secchi e le uova di salmone, insieme alla pasta: il legante è il garum, una salsa liquida di pesce che usavano addirittura gli antichi romani.


L’attenzione è ai sapori, naturalmente, ma la fotografa-gourmet non perde mai di vista la componente estetica. La grafia visiva della ricetta è, del resto, una componente imprescindibile della cucina giapponese. “La diversità tra la cucina giapponese e quella italiana sta, anche, nel diverso modo di accostare gli ingredienti. In Giappone non vengono mai mischiati, perché il sapore di ciascuno deve essere sempre perfettamente riconoscibile. L’esaltazione del sapore è un processo elaborato che può avvenire mediante altri prodotti, ad esempio lasciando macerare a lungo un cibo nel sake o nella salsa di soia. E’ fondamentale anche l’aspetto cromatico: le verdure bollite vengono lasciate cuocere per poco tempo, tolte dall’acqua calda si mettono immediatamente sotto l’acqua fredda, perché il contrasto di temperatura dà vivacità al colore. Quanto alla sensazione del gusto, spesso per stimolarlo si ricorre al freddo utilizzando il ghiaccio per raffreddare i cibi. Impensabili, al contrario, i contrasti come l’anguilla abbinata alla prugna salata. Il sapore e l’apporto nutrizionale di un cibo devono essere sempre equilibrati.”
Come dice un altro proverbio giapponese che l’autrice ama citare, Syoku wa hitonari. “Da come si mangia si rivela la personalità dell’individuo.”.

©Estratto dal testo della co-curatrice della mostra

CultFrame 04/2008

 


INFORMAZIONI

kakushiaji – il gusto nascosto, fotografie di Reiko Hiramatsu

Dal 18 aprile al 10 maggio 2008

Navona 42 Art Communication Space / Piazza Navona 42, Roma / Telefono: 066873782

Ingresso libero

Cura: Manuela De Leonardis, Nicoletta Zanella / Catalogo: Gangemi Editore