Cronache del quotidiano. Fotografie di David Perlov. FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma 2008

david_perlov-womenOsservare il mondo potrebbe rappresentare una delle operazioni più scontate per un artista che voglia confrontarsi con la realtà, ma guardare il visibile semplicemente per raffigurarlo fedelmente non implica un’operazione automaticamente creativa, tanto meno un processo di carattere filosofico teso a compiere una decodificazione dei meccanismi caratteristici dell’azione visuale.

Esiste invece un modo complesso e problematico per confrontarsi con i fattori del reale, e cioè immergersi nel contesto umano e popolare senza annullare la propria individualità, e facendo riferimento a quelle sensazioni, spesso inspiegabili, che riguardano la sfera personale di ogni soggetto, senza distinzioni di estrazione sociale, religione o credo politico. L’autore visivo che dirige contemporaneamente il proprio sguardo dentro e fuori se stesso è colui il quale riesce a far scaturire una scintilla di poesia da elementi condivisi da tutti. È un procedimento espressivo, questo, non elitario che permette di ricreare attraverso il dispositivo ottico un mondo parallelo che si fonda sul dubbio, le umane insicurezze, le perplessità soggettive, le palesi assurdità del mondo tangibile. Vi è in questo atteggiamento un’evidente scelta democratica di fondo, poiché l’artista cala il proprio sguardo anonimo in una quotidianità che solo superficialmente è portatrice di convincimenti ma che invece è fondata sull’assoluta e tragica mancanza di coordinate. In sostanza, l’autore si fa interprete della condivisione del dolore di vivere.


david_perlov-parigi-lampIl fotografo-cineasta israeliano David Perlov è, in tal senso, artefice di un’architettura fotografica di estremo interesse. Lo strumento ottico rappresenta, nel suo lavoro, solo il filtro tecnologico necessario per mettere in comunicazione il suo pensiero con il mosaico esistenziale che giorno dopo giorno si (tras)forma davanti ai suoi occhi. A David Perlov non interessa raccontare genericamente la realtà. Preferisce evitare il grande e, banale, sentiero di una narrazione pseudo-realistica per affrontare percorsi la cui conclusione non sia mai totalmente definita. Perlov basa la sua poetica su alcuni fattori che apparentemente possono apparire rassicuranti: i rapporti familiari, il microcosmo del luogo in cui vive, la città in cui, anno dopo anno, ha scelto di abitare. Quando fotografa i membri della sua famiglia, le persone sconosciute che siedono in un caffé sotto casa, a Tel Aviv, o i volti di parigini indaffarati, non si limita a descrivere banalmente la normalità. Scrive invece con la macchina fotografica un testo visuale decisamente più articolato e stratificato. Illumina la solitudine, scardina la relazione, a volte artificiosa, tra individuo e luoghi della vita, mette in comunicazione la propria tendenza al dubbio con le esitazioni di tutti. Individui che siedono davanti a una tazza di tè, conversazioni cristallizzate nell’istante di uno scatto, attese quotidiane di qualcosa che per forza dovrà avvenire. Perlov inquadra i suoi soggetti non solo isolandoli dal contesto in cui operano ma, in alcuni casi, anche di spalle, nel tentativo di amplificare il loro stato di solitudine in una società che non riesce a organizzarsi se non nel pericoloso e spesso incomprensibile mito della famiglia.
Lo sguardo di David Perlov è sempre concentrato sulla raffigurazione di una quotidianità che nasconde l’incongruenza della vita, e che ha come elemento costitutivo la poesia della normalità, nella consapevolezza che anche il soggetto apparentemente più “comune” possa nascondere in sé un mistero insondabile. Ogni volto catturato, ogni gesto bloccato, ogni porzione di vita immortalata comunica al fruitore una dolorosa sensazione di vuoto. È come se le opere fotografiche di Perlov evidenziassero uno scarto semantico tra azione e sostanza di questa azione e fossero portatrici di un devastante e lucido senso di straniamento.


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In questo contesto espressivo, i panorami della città di Tel Aviv sembrano kubrickianamente alludere a una sorta di confronto concettuale tra due forme labirintiche: l’organizzazione sociale e umana (sintetizzata nella caotica trama dei palazzi e delle strade di Tel Aviv) e l’indecifrabile “macchina-cervello”, autentico labirinto che governa i pensieri e le azioni di ogni individuo. David Perlov riesce nel miracolo di non scadere nel qualunquismo e in un relativismo senza prospettive filosofiche. Tra l’osservazione dei soggetti umani, e del loro mistero, e della metropoli, contenitore labirintico pulsante e ossessivo, si inserisce il tema dell’autoritratto, inteso come strumento di autoanalisi e di presa di coscienza della propria individualità, e del rapporto tra il proprio sguardo/corpo e lo spazio sociale. Perlov si autoritrae spesso mentre, nell’atto di scattare, dirige il dispositivo ottico verso uno specchio. Ciò innesca un fenomeno simile a quello di un corto circuito, un corto circuito che però libera l’azione creativa dell’autore dall’ossessione demiurgica del gesto del fotografo-colonialista che guarda gli altri da una posizione di privilegio e di presunta superiorità intellettuale. Perlov si mette sullo stesso piano delle persone di cui vuol “documentare” la quotidianità, essendo consapevole che tra comportamento artistico e comportamento quotidiano anonimo non esista alcuna differenza sostanziale. Proprio per tale motivo, le immagini di Perlov appaiono miracolose e intense, e possiedono un intrinseco valore politico. Perlov più che inquadrare sembra inseguire se stesso, i suoi fantasmi, la sua famiglia e gli sconosciuti che incontra nel tentativo lucido di generare immagini che comunichino al fruitore una verità profonda: l’inquietante casualità dell’esistenza e dei rapporti interpersonali.


david_perlov-ladyQuella compiuta da David Perlov è dunque un’indagine filosofica sul quotidiano, una cronaca soggettiva che si evolve verso la sfera saggistica. Perlov usa il linguaggio fotografico non in senso estetizzante per cogliere ciò che di sottilmente incongruente esiste nei meccanismi del mondo.

Nella sua fotografia si avverte sempre l’assoluta esigenza di sezionare, scomporre e sdoppiare l’inquadratura, quasi a voler dimostrare che il campo e il fuori campo siano elementi di un unico concetto compositivo. L’unità dell’inquadratura è messa in discussione, perde la sua posizione di dogma del linguaggio visivo, di unico fattore di base in grado di rappresentare un concetto; così come la negazione della compattezza del quadro compositivo, sovente frazionato in un gioco di riflessi, allude alla natura caleidoscopica della percezione visiva/mentale. Dunque, non conta la porzione di realtà raffigurata ma l’evocazione di un mondo che appare allo stesso tempo semplice e misterioso, totalmente non rappresentabile e non unitario.

La massima espressione di questa poetica si riscontra nella sua produzione di immagini in polaroid. Si tratta di una sorta di “catalogo familiare” nel quale la dimensione privata, intima, rappresenta l’eco della condizione esistenziale dell’individuo anonimo, il quale è portatore di un bagaglio di sentimenti e coinvolgimenti emotivi che si colloca in una dimensione dell’umano nella quale l’infinitamente privato corrisponde in tutto e per tutto al nucleo essenziale della vita. Istanti giornalieri e di riposo, sorrisi, sguardi, gesti, vestiti, nudità esposte con naturalezza divengono così tessere di un collage intellettuale che allude alla condizione umana generatrice di una fitta rete di relazioni che si innestano nel tessuto immaginifico ed emotivo di ogni essere umano. Così, quando decide di rivolgere l’obiettivo fotografico dentro la sua casa, il grande cineasta e fotografo israeliano è alla ricerca di un rapporto interiore con gli oggetti, i sorrisi delle figlie, l’affetto degli amici, il tutto nel tentativo di comporre un diario dello sguardo che possa indicare una (im)possibile direzione da seguire. Ad ogni immagine familiare Perlov fornisce allo stesso tempo due diverse connotazioni: quella rassicurante che ognuno di noi si crea per sopravvivere e quella perturbante relativa al confronto enigmatico con il mondo.

In questo percorso ogni certezza si dissolve e ciò che emerge al fondo del discorso poetico di Perlov è un lucido, compassato, senso di disperazione.


©Maurizio G. De Bonis / ©CultFrame 03/2008

 

 

IMMAGINI

Fotografie di David Perlov. ©Mira Perlov


INFORMAZIONI

Dal 5 aprile al 18 maggio 2008

Galleria Nazionale d’Arte Moderna / Via delle Belle Arti 131, Roma / Telefono: 06322981

Orario: martedì – domenica 8.30 – 19.30

Biglietto: intero 6,50 euro / ridotto 3,25 euro / Inaugurazione: 4 aprile 2008, alle 12.00 alla presenza di Mira Perlov

Film documentari: 5 e 6 aprile 2008

Palazzo delle Esposizioni / Via Nazionale 194, Roma / Telefono: 06696271

A cura di Maurizio G. De Bonis e Orith Youdovich

 

LINK

CULTFRAME. Diari interiori di un osservatore anonimo. Il cinema di David Perlov

CULTFRAME. Fotografia Israeliana Contemporanea. Un libro a cura di Orith Youdovich

David Perlov – Il sito

Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma

Palazzo delle Esposizioni, Roma