Skin of the Nation. Mostra di Shomei Tomatsu

shomei_tomatsu-japan_world_expositionE’ stata inaugurata a Modena (presso Palazzo Santa Margherita) la mostra fotografica Skin of the Nation, una produzione del Museo d’Arte Moderna di San Francisco in collaborazione con la Japan Society di New York e che è giunta in Italia grazie al contributo della Galleria Civica e della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. Si tratta di un’antologica (comprende, infatti, circa duecentocinquanta immagini per la maggior parte in bianco e nero) dedicata a Shomei Tomatsu, importante fotografo giapponese nato a Nagoya nel 1930 e attivo da più di cinquant’anni. Nella videointervista registrata a Okinawa – dove oggi risiede – Tomatsu racconta a Filippo Maggia (coordinatore della versione italiana della mostra) le tappe del suo percorso artistico sin dagli esordi, cioè da quando nel 1950 chiese al fratello maggiore (giornalista) di prestargli una delle sue macchine fotografiche; così, con la scusa di volerla ritrarre, avrebbe potuto conoscere una ragazza che gli piaceva ma che non aveva il coraggio di avvicinare. Non ci è dato sapere come finì con la ragazza, ma di certo sappiamo che Shomei Tomatsu venne conquistato dalle infinite possibilità offerte dalla macchina fotografica. Inizialmente, usò quel mezzo per condurre una propria ricerca intima, introspettiva e dal vago sentore inconsapevolmente surrealista (poiché all’epoca non conosceva ancora quel movimento artistico); in seguito, su suggerimento di un suo insegnante, cominciò a rivolgere l’attenzione a ciò che stava accadendo in Giappone, soprattutto ai cambiamenti che lo stavano interessando dal dopoguerra in avanti. La mostra propone, suddivise in dieci sezioni, immagini tratte sia da reportage eseguiti su commissione di Vivo Agency (versione nipponica della celebre agenzia fotografica Magnum) sia da quelli realizzati per la sola volontà di approfondire la realtà circostante.

shomei_tomatsu-prostituteDel dopoguerra Tomatsu scelse alcuni dei suoi protagonisti, dai veterani disabili ai bambini orfani che mangiano avidamente il riso, da un politico locale colto mentre dorme comodamente sdraiato su un divano fino ad arrivare all’originale ritratto di una prostituta la quale, inginocchiata e vestita in abiti tradizionali, guarda dritto verso l’obiettivo mentre fuma una sigaretta facendo fuoriuscire lunghi pennacchi di fumo dal naso. Agli effetti della bomba atomica, invece, il fotografo giapponese dedicò l’intero reportage Nagasaki 11:02 commissionato da Vivo Agency come lavoro parallelo a quello che Ken Domon aveva dedicato alla città di Hiroshima. Tomatsu riprese le conseguenze del bombardamento nucleare su oggetti la cui deformazione è allusiva della violenza devastante subita, come il primo piano contro un muro frastagliato di una bottiglia di birra fusa in una maniera così inquietante da renderla evocativa di una qualche forma umana o animale orrendamente disciolta dalle radiazioni; o, ancora, come un orologio da muro rotto e fermo sulle ore 11:02 dal 9 agosto 1945 a memoria perenne del momento esatto del bombardamento. Il fotografo immortalò anche le vittime della bomba, concentrandosi perlopiù su volti deturpati, anche se mantenne sempre una certa delicatezza nel rappresentare quei soggetti; infatti, la vegetazione talmente fitta in cui è inserita una bambina (di seconda generazione) che sta raccogliendo frutta fa sì che il suo occhio deforme risulti meno evidente oppure il primo piano fortemente adombrato del viso di un uomo rende i segni dello sfregio più indecifrabili. Una sezione consistente della mostra è dedicata alla vita e all’influenza degli americani sul Giappone, questioni su cui Tomatsu scelse di avere uno sguardo problematico e ambivalente. Infatti, egli aveva imparato a non credere alle parole degli anziani i quali raccontavano che i soldati americani erano tutti stupratori e assassini, perchè aveva sperimentato numerosi episodi di generosità (come quando distribuivano chewing gum e cioccolata ai bambini) e solo qualche incidente doloroso. Così, Tomatsu cercò di esprimere tutto ciò. In certe immagini si vedono momenti e scorci di vita quotidiana in cui il Giappone sembra quasi l’America: marinai statunitensi bianchi o di colore mentre girano spensierati in varie zone del paese o all’interno delle basi militari; cinque donne riprese da dietro mentre camminano sfoggiando abbigliamento e acconciature stile anni Cinquanta americani; cartelloni pubblicitari sponsorizzanti “whiskey coffee and beer”. Allo stesso tempo, mostrò momenti di “strana” compresenza, come si evince dall’immagine in cui si vede sulla destra una donna in piedi con addosso vestiti tradizionali giapponesi mentre guarda un aereo che decolla in un panorama fatto di rovine. Infine, ci sono momenti di commistione culturale: il ritratto collettivo a un gruppo di majorette giapponesi o quello a figura intera di un bambino del quale risalta il viso caratterizzato da lineamenti tanto occidentali quanto orientali.

shomei_tomatsu-bottle_meltedIl viaggio di Tomatsu continua anche nel Giappone più “sotterraneo”, con immagini mosse e sfocate scattate in locali notturni o durante manifestazioni di protesta contro il trattato di Sicurezza con gli USA con cui venivano concesse all’America l’utilizzo della basi per la guerra in Vietnam. Per finire, sono presenti fotografie più formali e simboliche nelle quali compare anche l’uso del colore, come accade nella ripresa del retro di un’automobile completamente ricoperta di fiori di ciliegio da cui traspare un “entusiasmo singolare per il profumo della morte” o come gruppi di oggetti abbandonati sulla spiaggia a formare colorate composizioni astratte. Nell’ultima sezione della mostra, intitolata anch’essa Skin of the Nation, c’è una toccante immagine scattata a Naha (Okinawa) nel 1969: un uomo è ripreso da dietro mentre siede sul letto e sul suo torso nudo si distinguono nettamente le cicatrici che gli coprono la schiena. In un suo romanzo l’autrice inglese Jeanette Winterson ha affermato che: “scritto sul corpo c’è un codice segreto, visibile solo in certe condizioni di luce; quello che si è accumulato nel corso della vita si ritrova lì”. Shomei Tomatsu sembra aver applicato un analogo concetto al corpo nazionale, scandagliando pazientemente con la sua macchina fotografica il proprio paese natale (da cui non si è mai allontanato) sia nella dimensione geografica sia in quella storica. Egli ha sempre voluto riprendere momenti specifici del presente, gli unici a essere per lui veri e reali perché vissuti direttamente; così facendo ha colto frammenti dalla capacità evocativa pari a quella dei brevi componimenti poetici haiku e dalla complessità emotiva in sintonia con il suo pensiero secondo cui “l’amore e l’odio non sono più distanti dei due lati di un foglio di carta”. E ha dimostrato quanto può essere profonda la pelle di una nazione.

© CultFrame 06/2007


IMMAGINI

1 © Shomei Tomatsu. Japan World Exposition, Osaka, 1970. Printed 2003, thermal dye transfer print
private collection
2 © Shomei Tomatsu. Prostitute, Nagoya, 1958. Printed 2003, gelatin silver print. Promised gift of Al Alcorn to the San Francisco Museum of Modern Art
3 © Shomei Tomatsu. Bottle Melted and Deformed by Atomic Bomb Heat, Radiation, and Fire, Nagasaki, 1961. Printed 1980, gelatin silver print. Private collection

INFORMAZIONI
Dal 20 maggio al 22 luglio 2007
Sede Palazzo Santa Margherita / Corso Canalgrande 103, Modena / Telefono: 059.2032911
Orario: mercoledì – domenica 10.30 – 13.00 e 16.00 – 19.30 / Chiuso lunedì e martedì / Ingresso libero
Cura: Sandra Phillips e Leo Rubinfien per conto del San Francisco Museum of Modern Art