Reportage e senso della fotografia. Il dibattito in corso

di Maurizio G. De Bonis

fotoreportage-in_corsoRispondo molto volentieri al messaggio inviato da Leonardo Brogioni a seguito del mio articolo intitolato Reportage e senso della fotografia e dei successivi interventi di Rosa Maria Puglisi e Fulvio Bortolozzo, apparsi su Lo Specchio Incerto.

Per prima cosa, come giustamente sottolineato da Rosa Maria Puglisi, bisognerebbe fare chiarezza sui termini: io parlo di fotoreportage, Brogioni di fotogiornalismo, dunque probabilmente ci riferiamo a settori contigui ma diversi.

In secondo luogo non affermo in nessuna parte del mio scritto che il fotogiornalismo sia una forma artistica. Anzi stigmatizzo proprio il fatto che alcuni fotografi riempiano i loro lavori sul campo di elementi espressivi che fanno riferimento a una visione artistica della fotografia piuttosto che a un’utopistica, ma magari sincera, esigenza di documentazione.

La concezione secondo la quale il fotogiornalismo, come sostiene Brogioni, sia un settore “dove quello che conta principalmente non è solo la descrizione/documentazione di un evento, ma soprattutto il suo volerlo e doverlo spiegare ai lettori in modo da dare a questi ultimi gli strumenti e le informazioni necessarie per esercitare i propri diritti democratici”, mi sembra, con il massimo rispetto, a dir poco ingenua. L’idea che un fotografo spieghi ai lettori cosa succede nel mondo mi sembra preoccupante e che tale presunta spiegazione consenta agli altri di “esercitare i propri diritti democratici”, decisamente stravagante. La storia della fotografia ci ha insegnato che le manipolazioni, le censure e la propaganda stanno sempre in agguato e comunque ribadisco che l’immagine fotografica è una porzione di realtà, un singolo atomo spazio-temporale in un accadimento che si svolge in modo esteso nello spazio e nel tempo.


Per quel che riguarda la questione giornalistica mi sembra che Brogioni confonda l’editoriale scritto con il servizio fotogiornalistico, a meno che si pensi che sia possibile elaborare un editoriale attraverso delle immagini. Chi pensa così a mio avviso sbaglia in maniera macroscopica. Le immagini fotografiche (anche quelle fotogiornalistiche) sono infatti elaborazioni che riproducono un segmento di realtà con i segni della realtà, niente altro. Tale questione può indurre un lettore, non consapevole del valore del linguaggio fotografico, a ritenere che ciò che sta guardando non solo sia la realtà, ma addirittura la verità assoluta e inoppugnabile di un evento. Questo perché la forza comunicativa di una fotografia è potentissima e molto diretta ed ha notevolissima capacità di persuasione sul fruitore anche quando comunica con tutta evidenza il falso (vedi ad esempio, passando a un altro settore, la fotografia pubblicitaria). Inoltre, vi sono tante potenziali interpretazioni di un’immagine esattamente quanti sono gli sguardi che vi si posano sopra. L’editoriale scritto invece non può generare interpretazioni del lettore, ma solo la presa d’atto delle idee di chi ha scritto il pezzo.


Concordo invece con la posizione di Fulvio Bortolozzo sul fatto che forse non ha molto senso che “persone esterne” provino a documentare eventi tragici.

Dice Brogioni: “E’ proprio l’indipendenza dei vari giornalisti professionisti inviati sul campo a garantire un’informazione degna di questo nome: dovrei venire a sapere cosa succede in Palestina grazie ad un militante di Hamas? O da un sostenitore di Fatah?”. Ebbene, sul fatto che in giro ci siano fotogiornalisti realmente (e intellettualmente) indipendenti ho forti dubbi (tutti hanno idee o posizioni politiche, a meno di essere qualunquisti) e sul fatto che questi fotogiornalisti abbiano evitato, ad esempio per la questione mediorientale, di lasciare il monopolio della comunicazione visiva ad Hamas o Fatah lo contesto con decisione. Il risultato di chi lavora in zone al centro di conflitti è in genere quello di finire (anche involontariamente e in buona fede) per motivi contingenti (cioè l’impossibilità di fatto di svolgere il proprio mestiere in totale autonomia e libertà di movimento) per fare semplicemente da megafono ideologico all’una o all’altra parte.


Infine, un’ultima considerazione, personalmente non ho nulla contro i fotografi, sarebbe un’assurdità. Io contesto le idee, queste sì qualunquistiche a mio parere, che un fotoreporter mi possa spiegare qualcosa, che possa documentare oggettivamente eventi tragici e peggio ancora che i fotoreporter producano certe immagini per motivi editoriali e commerciali. Una simile giustificazione mi sembra veramente imbarazzante e non accettabile. Sarebbe come se un redattore o un inviato di giornale scrivesse un articolo sotto dettatura perché gli danno uno stipendio. Lo troverebbe giusto?


©CultFrame 06/2007

 

 

LINK

CULTFRAME. Reportage e senso della fotografia. Continua il dibattito critico

Il Blog di Leo Brogioni. Fotografia, fotogiornalismo, mass media

Il Blog di Rosa Maria Puglisi. Lo specchio incerto – Tra immagine e parola

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