Reportage e senso della fotografia. Continua il dibattito critico

di Roberto Cavallini

paolo_pellegrin-bosnia«L’immagine non è il riflesso del mondo, è il mezzo che l’uomo ha inventato per misurare la distanza che separa il mondo reale da quello delle sue rappresentazioni», afferma Serge Tisseron nel suo saggio su Eugene Smith (A proposito di Eugene Smith: cos’è un’immagine emblematica?, in Eugene Smith, Il senso dell’ombra, F. Motta editore). Questa affermazione è ricca di implicazioni e non esaurisce la sua rilevanza solo in relazione alla fotografia, né tantomeno a quella di reportage ed al lavoro di Smith. Anzi, proprio partendo da Eugene Smith, dal suo Let truth be the Prejudice, (Usate la verità come pregiudizio) è anche il titolo di un libro edito da Jaca Book) e ripercorrendo la sua carriera di fotografo, è opportuno ricordare come egli abbia utilizzato, per realizzare foto documentarie, elaborazioni in camera oscura, fotomontaggi di negativi, vignettature ed in ripresa, luci artificiali, messe in posa, oltre ad aver utilizzato l’intervento di comparse. Non fu solo Smith a combinare e ritoccare immagini di reportage. Gli esempi sono innumerevoli nella storia della fotografia; pagine e pagine sono state scritte intorno all’autenticità del famoso miliziano di Bob Capa. Anche Sebastiao Salgado, per avvicinarsi a tempi recentissimi, ha spiegato come per fare ritratti dei bambini presentati al latere della mostra In Cammino abbia dovuto imporgli di cambiare l’espressione del viso, promettendogli in premio delle caramelle.
Sul versante opposto, ci sono coloro che rifiutano qualsiasi forma di intervento, come Henri Cartier Bresson afferma: «Il reportage è un’operazione progressiva della testa, dell’occhio e del cuore per esprimere un problema, fissare un avvenimento o delle impressioni… Siamo chiamati a sorprendere la realtà con quel quaderno di schizzi che è il nostro apparecchio fotografico, a tirarla fuori e fissarla, ma non a manipolarla né durante le riprese, né tanto meno nel nostro oscuro laboratorio con qualche ricetta fatta in casa… Per significare il mondo, occorre essere coinvolti nella scelta di quanto lasciamo fuori dall’inquadratura. E’ un atto che esige concentrazione, disciplina spirituale, sensibilità, comprensione della geometria».

Un ulteriore spunto di riflessione ce lo offre Erwitt: «Quel che succede in una data scena, in una situazione ed il suo risultato ottenuto nella fotografia, possono essere cose del tutto diverse».
In nessun caso quindi, né nell’accezione fotografica di coloro che teorizzano la possibilità di intervenire in tutti i modi ritenuti opportuni, né in quella di coloro che li escludono a priori, la fotografia di reportage può essere confusa con “il riflesso del mondo”.

La fotografia è rappresentazione. E dietro ogni rappresentazione c’è sempre una regia, un autore. La fotografia di reportage è quindi il racconto di un fatto di un evento e ha un referente che deve essere descritto.

Questa breve premessa serve per affrontare il tema introdotto da Maurizio De Bonis a partire dalla mostra fotografica Broken Landscape di Paolo Pellegrin, al Museo di Roma in Trastevere. Infatti questa mostra ci spinge ad interrogarci su il reportage ed il senso della fotografia oggi.
Maurizio De Bonis non mette in discussione il fatto che la fotografia sia rappresentazione. Tant’è che afferma: «L’azione del fotografo è sempre e comunque parziale, dunque non in grado di raccontare la realtà ma solo di sezionarla e di riproporla in un quadro espressivo che attiene a una poetica individuale e non alla raffigurazione oggettiva degli eventi».

Egli mette in discussione il principio secondo cui ogni arbitrio autorale può essere giustificato ed aggiunge: «Lo spirito etico che guida la sfera creativa di un fotografo è quindi centrale, il sintomo di un atteggiamento teso a rispettare il reale senza giocare la facilissima carta della retorica (nonché del politicamente corretto) che in genere nasconde solo un punto di vista e, nel profondo, l’amplificazione dell’ego artistico del fotografo.… il tutto grazie a una “spettacolarizzazione” che spinge l’osservatore a confrontarsi con lo stile piuttosto che con l’oggetto contenutistico dell’immagine».


Spettacolarizzazione. Qui De Bonis ha messo il dito nella piaga che segna una parte del fotogiornalismo contemporaneo. Egli ha sottolineato, a proposito della mostra Broken Landscape, che raccoglie quindici anni del lavoro di Pellegrin, come si possa avvertire una cesura tra le foto relative al reportage Cambogia e tutti gli altri lavori presentati. Per realizzare Cambogia Pellegrin si è avvalso di una fotocamera a formato quadrato che garantisce nitidezza delle immagini, ma per la loro composizione Pellegrin ha comunque usato la tavolozza dei segni identificativi del suo stile: inclinazione delle linee verticali ed orizzontali, ostacoli visivi, contrasti aspri.

In questa mostra Paolo Pellegrin, pluripremiato fotografo, espone il frutto di quindici anni di lavoro sui più cruenti teatri di guerra, uniti sotto un titolo declinato al singolare Broken Landscape. Sembra quasi emergere la volontà di riunire, ciò che ha visto e ha fotografato negli anni, in un’unica grande tragedia planetaria, un unico evento, senza la dimensione spazio-temporale che ne ha contestualizzato lo svolgersi. Le sue immagini, per gli eventi ed i luoghi coperti, sono tragiche, strazianti, emotivamente forti e coinvolgenti.
Seguendo i percorsi perimetrali del museo, le fotografie, di grandi dimensioni, si sussuegono mostrando appunto questo paesaggio rotto. Per riprendere la descrizione di Maurizio De Bonis: «Le immagini proposte sono incentrate su un sistema linguistico molto preciso. Enfatizzazione drammatica dell’inquadratura, uso evidentissimo di contrasti, cieli lividi, fortissima sgranatura del bianco e nero, angolazioni impressionanti». La sequenza di immagini si snoda presentando angoli di mondo lontani tra loro, fotografati in momenti diversi, ma si ha quasi la senzazione di trovarsi sempre nella stessa tragica situazione: si distingue a fatica, nonostante l’ausilio di didascalie estremamente sintetiche, dove e quando Pellegrin abbia incontrato quei volti confusi nei riflessi dei vetri, o se la fotografia di un cadavere sia stata ripresa in un conflitto in medio oriente o nel continente africano.


Se è vero che, per loro costituzione il fotogiornalismo ed il fotoreportage, debbano raccontare, nel caso di Broken Landscape, sembra mancare proprio il racconto, si rimanda ad un contesto prevalentemente emotivo, che fagocita e sbiadisce ogni riferimento geografico, politico e storico. Le fotografie esposte emozionano, impressionano, ma non si sa di fronte a quale immagine di quale dramma o di quale tragedia ci si stia sorprendendo. Si è di fronte ad uno straordinario spettacolo, ad una continua sollecitazione dell’occhio.
Di questa forma di spettacolarizzazione del reportage non è responsabile la fotografia di Pellegrin, anche se non si possono negare alcuni eccessi calligrafici. Non si può certo accusare un fotografo di fare fotografie straordinarie, d’altronde Smith affermava che per essere un buon giornalista occorre essere un buon artista. La spettacolarizzazione, che in questa circostanza è registrabile in modo sensibile, è dovuta essenzialmente al fatto che, nel concepire la mostra, non è stato deciso in modo netto se questa dovesse essere un viaggio nella visionarietà dell’autore di fronte al dolore profondo di un unico e assoluto Broken Landscape, oppure se la mostra dovesse, piuttosto, raccontare quindici anni di teatri di guerra. Per la prima ipotesi sarebbe stata opportuna un’altra impostazione, più consona agli obiettivi; nel caso della seconda ipotesi si sarebbero dovuti fornire elementi connotativi necessari per sviluppare i numerosi racconti fotografici. Infatti non si può identificare il racconto fotografico con una serie di fotografie ricche di suggestioni sullo stesso soggetto.

 
La pubblicazione di Pelitiassociati, abbinata alla mostra, presenta una selezione più contenuta di immagini, con la menzione del luogo e della data. Non è presente nessun testo, non una introduzione, non un testo esplicativo.

Credo che nessuno possa ancora sostenere che una fotografia valga più di mille parole. Eppure, come sottolinea Rosa Maria Puglisi nel suo blog (Lo specchio incerto) a proposito di questo dibattito, si registra, perlomeno in Italia, una tendenza editoriale ed espositiva che dichiara di utilizzare la fotografia di reportage come una immagine che rimanda ad una persona, ad un evento, mentre, al contrario, nei fatti queste fotografie sono utilizzate per le loro qualità estetiche e per la capacità di generare meraviglia.
La scrittura è lineare, ha un inizio ed una fine, è sequenziale, è logica. Il testo scritto ha bisogno di tempo per essere letto. Il testo non si consuma in breve tempo. Le immagini non si “leggono” come si legge un testo. Viceversa, l’immagine è circolare, si può cominciare a guardare da qualsiasi parte, ci si può concentrare su un particolare e poi si può ricominciare il percorso visivo a ritroso, quante volte si vuole. L’interpretazione non può essere univoca ed i significati sono molteplici. Perché una immagine possa essere percorsa dallo sguardo, più e più volte, occorre un struttura adeguata del canale di comunicazione, una struttura che induca ad un tempo di fruizione non esauribile in quello sufficiente strettamente a provare una emozione, per cercarne un’altra ancora più forte subito dopo.

Un libro si sfoglia pagina dopo pagina, ma la curiosità di vedere ciò che segue non può essere più forte dell’attenzione che merita ciò che si sta vedendo; allo stesso modo in questa mostra, di fronte ad una immagine non si ha più il tempo di immaginare, perché con la coda dell’occhio già si scorgono fotografie ancora più drammaticamente enfatizzate. In una siffatta struttura vengono ad alterarsi gli ordini sequenziali, si crea piuttosto una simultaneità percettiva, ogni fotografia risulta essere, non solo la successiva della precedente. Un lavoro di anni, di reportage, di informazione, rischia di essere ridotto ad esibizione estetica.


Per fare un ulteriore esempio, che presenta forti analogie nel metodo d’uso della fotografia con quanto analizzato in Broken Landscape, si prenda in considerazione l’album fotografico de il Manifesto Oh! Futura umanità sui bambini, soggetti di domani, di Maggio 2007, ancora fresco di stampa.
Centoquarantadue pagine di fotografie, a colori ed in bianco e nero, scattate da vari fotografi (tutti bravi), di varie agenzie, in varie parti del mondo. Bambini schiavi, bambini soldato, bambini modelli, etc., etc, c’è tutto il campionario possibile e conosciuto. Poche sono le righe di testo introduttivo, non firmato, che esordiscono con Sono la cosa più preziosa e concludono con Bambini la futura umanità.
Dove sono i servizi fotografici da cui sono state estrapolate quelle fotografie? Certo non sarebbero entrate nello stesso numero di pagine, certo non sarebbero state di così facile fruizione come qualcosa che si sfoglia in una sala d’attesa, ma una scelta editoriale diversa, tesa all’informazione sulla condizione dell’infanzia e che avesse restituito alla fotografia ed alla parola scritta il loro ruolo in ambito giornalistico, avrebbe evitato la sola raccolta di belle fotografie.

In contemporanea alla mostra di Pellegrin, dal 26 giugno, Giornata Internazionale a sostegno delle vittime di tortura, proclamata dall’ONU nel 1997, sempre al Museo di Roma in Trastevere, è presente un’altra mostra: Abu Ghraib|Abuso di potere, opere su carta di Susan Crile tratte dalle fotografie scattate dagli stessi torturatori. Uno spunto in più di riflessione per indagare il complesso rapporto tra fotografia, arte e informazione.

©CultFrame 06/2007

 

 

IMMAGINE

©Paolo Pellegrin/Magnum Photos. Bosnia, Children, 1996

INFORMAZIONI MOSTRA

Broken Landscape, mostra di Paolo Pellegrin

Dall’1 giugno al 9 settembre 2007

Museo di Roma in Trastevere / Piazza Sant’Egidio 1b / Telefono: 0682059127

Martedì – domenica 10.00 – 20.00 / chiuso lunedì

Intero 5,50 euro / Ridotto 4 euro

Cura: Giuseppe Prode

 

 

LINK

CULTFRAME. Reportage e senso della fotografia. Il dibattito in corso

Museo di Roma in Trastevere

 

Tags: , , , , , , , ,

Lascia un commento

wenders incontra salgado



Il sale della terra: il docufilm di Wenders pecca di celebrazione (di Maurizio G. De Bonis - Punto di Svista)

[...] si tratta di un’agiografia priva di analisi e di approfondimento che, dunque, pone lo spettatore di fronte a un soggetto praticamente intoccabile. Così, ne Il sale della terra le sublimi e atroci immagini delle miniere d’oro in Brasile (Serra Pelada) finiscono incredibilmente per avere lo stesso valore degli inutili e banali scatti de [...]

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di CultFrame - Arti visive

Archivi