Ex voto. Intervista a Antonio Biasiucci. FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma 2007

di Manuela De Leonardis

antonio_biasiucci2Napoli. Lo studio-abitazione di Antonio Biasiucci (Dragoni-Caserta 1961) è in un palazzo antico, di quelli con il cortile interno e le scale di pietra consumata. Il soffitto con le travi a vista è altissimo, tanto da permettere un comodo soppalco dove ci sono l’archivio e le camere da letto, la camera oscura invece è giù. La bici da corsa – una delle tre che possiede il fotografo – è vicino alle chitarre. Vecchia passione quella della musica -Lou Reed rimane il mito- che oggi Biasiucci rinnova suonando ogni tanto insieme alla figlia più grande. Un discorso a parte, invece, l’attività agonistica di ciclista, recentemente interrotta per una brutta caduta che gli ha spezzato la clavicola. “Ho una vera concezione filosofica sulla bicicletta. La bicicletta si muove rispetto al nostro cuore, alle gambe, è una sorta di appendice del nostro corpo. Una volta alla settimana vado sul Vesuvio in mountain bike. La uso poco in città. Per me è un modo armonioso per stare nella natura.”

Vincitore nel 1992 ad Arles del premio European Kodak Panorama e, nel 2005, del Kraszna-Krausz Photography Book Awards -a pari merito, con Mitch Epstein (Family Business)- e del Premio Bastianelli con il libro Res. Lo stato delle cose (2004), Biasiucci presenta a Roma il suo ultimo lavoro -Ex voto- curato da Giuseppe Prode nell’ambito della VI^ edizione del Festival Internazionale di Fotografia.

 
Partiamo dal lavoro sugli ex voto…


Ho iniziato a fotografare gli ex voto d’argento un anno fa. Foto che, però, sono rimaste nel cassetto, perché stavo portando avanti il lavoro sulle forme del pane. Ho deciso di continuarlo per il Festival, in tempi piuttosto brevi per le mie modalità, aiutato in questo dalla scelta esclusiva di ex voto d’argento che riproducono le varie parti del corpo. Non mi interessava documentarne le varie tipologie, per cui ho scelto l’aspetto che era più vicino al mio modo di fotografare. Questi oggetti sono delle piccole sculture, poi essendo d’argento mi hanno dato la possibilità di lavorare molto con la luce.


Le foto sono state scattate a Napoli o altrove?


Sono state scattate per lo più a Napoli, nella Chiesa del Gesù, all’interno della cappella dedicata al medico Giuseppe Moscati. Il luogo è molto particolare, gli ex voto racchiusi in piccole cornici sono disposti sulle superfici di tutte e quattro le pareti della cappella. Sembra quasi un’installazione. A differenza delle rappresentazioni pittoriche dove spesso è rappresentato l’accaduto, insieme al santo o alla Madonna che guardano dall’alto in maniera protettiva, la particolarità di questi ex voto è che il racconto è molto più emblematico. Un racconto per segni -svelati, peraltro- che trovo molto più aperto all’immaginazione.

Un passo indietro ai tuoi esordi…


Sono di Dragoni, un paese della provincia di Caserta, mi sono trasferito a Napoli nel 1980 per l’università, cambiando più volte facoltà -Scienze Politiche, Sociologia- senza mai terminare gli studi, finché nel 1984 ho iniziato a lavorare per l’Osservatorio Vesuviano. Per quasi dieci anni il mio compito è stato quello di divulgare fotograficamente la materia dei vulcani, un’esperienza bellissima, una scoperta che mi ha fatto riconciliare con la natura. Il primo impatto con Napoli, quando ci arrivai a diciotto anni -infatti- fu un vero shock. In paese sognavamo metropoli “luride” ascoltando musiche psichedeliche, Lou Reed, i Velvet Underground… Napoli non è New York, ma comunque è una città dalle molteplici sfaccettature. Paradossalmente fu proprio allora che tornai a fotografare la cultura contadina, ovvero quello che avevo rifiutato fino ad allora. Avevo bisogno di recuperare le mie origini. Mi mancavano il verde, gli spazi aperti. Con i miei amici andavamo ad ascoltare la musica in campagna, accendendo lo stereo dell’automobile, però stavamo sotto le stelle. A Napoli, invece, c’erano i muri. Riuscii a compensare questo mio squilibrio un po’ con il mare -che è il tema del mio libro Stazioni- ma soprattutto con il lavoro per l’Osservatorio. Lavoravo con un gruppo di ricercatori che mi hanno aiutato a capire i segreti, il mistero e l’imprendibilità del vulcano. Questa esperienza ha sicuramente condizionato tutta la mia ricerca, dal lavoro sulle vacche a RES fino al lavoro sugli ex voto e sulle forme del pane attuali.


antonio_biasiucci3Quando nasce l’amore per la fotografia?


Mio padre era un fotografo di matrimoni, quindi avevo un occhio ben educato. Anche se non ho mai voluto lavorare con lui, anzi detestavo quel lavoro perché per me rappresentava un aspetto borghese che rifiutavo e, nello stesso tempo, un qualcosa che -essendo papà molto bravo, quindi molto richiesto- lo rubava alla famiglia. A distanza di anni riconosco che nel periodo difficile in cui mi trasferii a Napoli, la fotografia fu la pratica alla quale ancorarmi per cercare di capire. E’ stata una sorta di terapia. Naturalmente le mie fotografie dovevano essere necessariamente diverse da quelle di mio padre. Mi comprai una macchina fotografica piccola – 24×36- che per lui che usava solo la Rolleiflex 6×6 era una macchinetta da quattro soldi, ma per me era sinonimo di libertà. Anche il mio libro Vapori, pubblicato da l’Alfabeto Urbano quando avevo vent’anni, è tutto realizzato in controluce, esattamente come papà mi aveva sempre detto di non fare. Un gesto di rottura che si manifestava attraverso la fotografia.


Fotografi sempre ed esclusivamente in bianco e nero?


Sì, semplicemente perché so come gestirlo, dal momento che ho sempre avuto la possibilità di stampare per conto mio. Da studente, in ogni casa in cui andavo ad abitare qui a Napoli, mi costruivo con il compensato una piccola camera oscura e puntualmente il padrone di casa mi buttava fuori. Nel corso degli anni, poi, ho utilizzato il nero come una tavolozza di colori da cui partire, una sorta di nero primigenio. La ricerca assidua della luce rimane un mio presupposto fondamentale. A differenza di Giacomelli non faccio elaborazioni in camera oscura.

 
Con Giacomelli nel 2005, da Fotografia Italiana a Milano, c’è stata la mostra Due fotografi di terra – Mario Giacomelli e Antonio Biasiucci


Fu Giacomelli a telefonarmi la prima volta, dopo aver visto il mio lavoro Vacche di cui rimase incantato. Un’altra volta mi telefonò Koudelka e dopo mezz’ora me lo vidi arrivare a casa. Qualcosa di incredibile per il ragazzo di ventiquattro anni che ero!


Quando hai iniziato a fotografare quali erano i tuoi punti di riferimento culturali?


A parte l’occhio che mi viene dal lavoro di papà, in paese non esisteva l’arte contemporanea, per non parlare della fotografia. La mia era la cultura tipica di un liceale in tempi in cui, peraltro, la fotografia non era considerata arte. Avevo diciannove anni quando vidi una mostra sull’Afghanistan a Napoli, in una galleria di preti annessa ad una libreria. Quelle fotografie mi sembrarono così banali che mi feci coraggio e decisi di mostrare le mie. Ricordo ancora che fui messo in contatto con il curatore dello spazio che, malgrado avesse smesso da tempo di fumare, quando vide il mio portfolio riprese a fumare per quanto fu colpito da immagini mature. Foto che avevo scattato in paese alla gente. Lo stesso lavoro lo vide Mazzotta un anno dopo e lo pubblicò (Dove non è mai sera, 1984 – n.d.r.). Uscì anche un articolo di Arturo Carlo Quintavalle su L’Espresso in cui -forse lui non aveva letto la mia biografia- apparivo come un uomo adulto, che conosceva bene il cinema neorealista, tutta la fotografia americana degli anni ’40, ecc., realtà che non conoscevo per niente.


Nel tempo ti sei avvicinato al lavoro di un autore, in particolare?


La prima volta che ho visto Gypsies di Koudelka sono rimasto particolarmente colpito. Ma in realtà non ho mai preso qualcosa dal lavoro dei fotografi, anche perché a Napoli non si trovava nulla di fotografia. Il mio grande maestro, invece, è stato un regista di teatro, Antonio Neiwiller, morto di leucemia nel 1993. Ancora oggi applico tutti i suoi metodi teatrali nella fotografia. Vidi un suo spettacolo -La natura non indifferente- e mi si aprì il mondo. Neiwiller faceva teatro sperimentale, osava tantissimo, i suoi erano spettacoli di lunghi silenzi dove non c’era una sceneggiatura ben precisa. Trovai subito una vicinanza con il suo lavoro e diventammo amici. Antonio è stato uno dei miei migliori amici. Riteneva che gli portassi fortuna, perciò lo seguii ovunque nelle tournée. Ogni tanto scattavo delle fotografie -mai foto di scena- durante le prove o a qualcosa che mi colpiva. Quello che cercavo di capire erano i meccanismi, perché nei suoi spettacoli tutto era concentrato sull’essenziale e il necessario. E’ stato lui il mio vero maestro.


antonio_biasiucci1In che modo applichi i metodi di Neiwiller alla fotografia?


Ad esempio, quando Antonio decideva di preparare uno spettacolo su Majakovskij, gli attori leggevano delle sue poesie, adottandole -in un certo senso- e, successivamente, realizzando delle azioni libere rispetto alle poesie stesse. Azioni che venivano ripetute continuamente -quotidianamente- nel corso di seminari che anticipavano lo spettacolo e che potevano durare anche per mesi, con tempi di produzione dello spettacolo decisamente lunghi. Nel tempo le azioni diventavano tutt’altro rispetto a quello che erano state inizialmente, aprendosi a tante altre interpretazioni. Per me è la stessa cosa, io ripetutamente torno a fotografare la stessa vacca, che mentre prima era semplicemente una vacca con il tempo diventa altro ancora. Entra in ballo la mia interiorità. Il dialogo diventa alla pari. Così accade per ogni altro mio lavoro. Se riesco a passare con facilità dal ritratto al paesaggio, dal paesaggio al nudo… e tutto ciò convive in una sorta di fotografia totale è perché lo stesso metodo viene applicato ad ogni soggetto. Un metodo che, puntando all’essenza delle cose, fa sì che queste realtà pur essendo molto diverse tra loro stiano bene insieme. Il soggetto, comunque, non è mai un pretesto. Scelgo di dialogare con un soggetto -che mi deve sempre interessare- in un determinato periodo di tempo. Non potrei mai lavorare contemporaneamente ad un lavoro come gli ex voto e passare nella stessa giornata a fotografare altri soggetti.


Poi arriva il momento in cui ti distacchi dal soggetto, arrivando addirittura a rifiutarlo…


A volte è anche il momento migliore per fotografare. Questo metodo abbastanza ossessivo, infatti, in qualche modo permette di arrivare al punto di capire il perché si sta ostinatamente tornando a fotografare quello stesso soggetto. Infatti, uno degli stimoli a fotografare è il mistero che avvolge il soggetto. Nel momento in cui questo mistero si svela, personalmente, considero terminato il lavoro.

Naturalmente ci sono delle eccezioni, il mio lavoro sui vulcani, ad esempio pur essendo durato anni -in realtà- è un lavoro non risolto. Anche perché l’argomento è enorme, per il mistero che il vulcano racchiude in sé, legato all’origine stessa della nostra vita. Sarebbe arrogante da parte mia se considerassi concluso il lavoro sui vulcani, perché il mistero della vita rimane. L’impaginato stesso di Magma è volutamente anomalo in alcune parti, a differenza degli altri libri che sono racconti più precisi. Passo dal solido al liquido, dal piccolo paesaggio al grande paesaggio, proprio perché tendo a sottolineare l’imprendibilità del vulcano. E’ la mia non storia, il racconto di un’esperienza che muta continuamente.


E’ una metafora della vita…


Ma anche della percezione. Il vulcano è pieno di insidie, bisogna sempre guardare bene dove si mettono i piedi.

Progetti futuri?


In realtà considero tutti i miei lavori -da Corpus in poi- come dei tomi che si muovono intorno a due estremi: le origini e la catastrofe, che in fondo rappresentano la vita e la morte. Porterò avanti sicuramente queste tematiche, con la speranza di costruire nel corso degli anni un racconto che parla della storia degli uomini.


©CultFrame 04/2007

 

IMMAGINI

1-2 Antonio Biasiucci. Ex Voto

 

INFORMAZIONI MOSTRA

Antonio Biasiucci – Ex Voto

Dal 6 aprile al 13 maggio 2007

Museo dell’Ara Pacis / Lungotevere in Augusta, Roma / Telefono: 0682059127

Martedì – domenica9.00 – 19.00 / chiuso lunedì

Biglietto: intero 6,50 uro / ridotto 4,50 euro

Cura: Giuseppe Prode / Catalogo: Peliti Editore, 2007

 

LINK

Il sito di Antonio Biasiucci

Il sito di FotoGrafia – Festival Internationale di Roma

 

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