Face Addict. Intervista a Edo Bertoglio

edo_bertoglio-warholNegli anni Ottanta Henry Geldzahler scrisse: «Mi sono sempre chiesto come sarebbero stati i giovani artisti cresciuti con i quadri di Andy Warhol alle pareti come arte possibile e con migliaia e migliaia di immagini televisive immagazzinate nelle loro teste. Il risultato è stato l’East Village». E, infatti, East Village e Soho sono i luoghi simbolo della downtown scene di New York, cioè della scena alternativa newyorkese di cui negli anni Settanta e Ottanta fecero parte artisti, registi e musicisti come Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, Jim Jarmush, Debbie Harry e molti altri. Fra questi c’era anche Edo Bertoglio, un fotografo e regista svizzero che fu a New York dal 1976 al 1990: in quegli anni – oltre ad allestire mostre fotografiche, a collaborare con riviste d’arte e di moda (fra cui anche Interview di Andy Warhol), a realizzare copertine di dischi e videoclip – fotografò molti dei personaggi centrali della downtown scene. Come Nan Goldin, vide le loro carriere folgoranti, così come le loro morti a causa della droga o dell’AIDS. Proprio per questo motivo nel 1990 Bertoglio decise di lasciare New York, ma portò con sé un baule pieno di ritratti fotografici che nel 2002 (quando finalmente trovò la forza di tornare negli Stati Uniti per ritrovare gli amici rimasti) divennero la base centrale intorno a cui costruire il suo documentario Face Addict.


Il titolo del documentario è Face Addict, cioè ‘drogato dai volti’ : è stata questa tua passione per i volti a convincerti a dedicarti alla fotografia?


Io sono del 1951 e, come tanti fotografi di questa generazione, ho cominciato ad appassionarmi alla fotografia soprattutto con Blow up di Antonioni, perchè nelle scene in camera oscura – quando il protagonista sviluppa o quando l’immagine si rivela – c’è questa passione che ho visto e che mi ha parlato. E, poi, devo dire che sono sempre stato attratto dalle facce, dai visi: lo ero da piccolo e lo sono pur sempre; è una cosa istintiva, io guardo tutte le persone che incontro.


Nel documentario hai raccontato che negli anni Settanta sei andato a New York per comprare un flash anulare: come mai non hai potuto comprarlo a Parigi?


Non è proprio così, è un piccolo aneddoto che magari non passa nella sua interezza ma ricordo che, quando ero a Parigi a studiare cinema, andavo sempre a spasso con la macchina fotografica e fotografavo. A un certo punto, ho sentito l’esigenza (era un po’ una moda all’epoca) di questo flash rotondo che si montava sull’obiettivo; volevo comprarne uno, solo che non avevo la carta di fotografo professionista, quindi non potevo comprarlo.


Ho citato questo aneddoto solo perchè forse (o almeno per me) era indicativo di una certa atmosfera che c’era in Europa in quegli anni: in Italia c’era una situazione politica difficile, molto pesante, mentre la Francia (o quantomeno Parigi) sembrava ancora riposare sugli allori di un tempo, e questa piccola cosa (il fatto di non poter comprare l’attrezzo per fare l’illuminazione per lavorare) mi ha dato un grande fastidio; invece poi, andando a New York, ho scoperto che uno pagava 100$ e se lo comprava.
Questo aneddoto è anche indicativo di quello che stava succedendo, dello spirito di libertà e, soprattutto, di opportunità che la città offriva a quell’epoca; infatti, noi tutti europei, ma anche americani andavamo in questa downtown scene che era veramente mescolata: c’erano gli americani che venivano dal Midwest, dalla California, da qualsiasi parte; e, poi, c’erano molti europei, proprio perchè c’era questa cosa che non c’è più adesso. New York è una città pur sempre bella – mi piace – però non c’è più l’atmosfera di allora; allora era una città quasi in costruzione, perchè usciva dalla bancarotta di inizio anni Settanta ed era caratterizzata da questi quartieri semi-distrutti (East Village, Soho, …); la comunità di artisti è nata grazie al fatto che si poteva abitare tutti vicini e gli affitti erano molto bassi e, quindi, c’è stata facilità per questa comunità, per la downtown scene, di crescere assieme in questi luoghi abbastanza ristretti.

Pensi, quindi, che l’essere andato a New York abbia influenzato il tuo lavoro, cioè abbia dato più linfa al tuo modo di fotografare, perchè avevi più possibilità di incontri?


Beh, sì, perchè io vengo da una piccola città, da Lugano (in Svizzera), e ho sempre sentito che quello che volevo fare lì non lo potevo fare, quindi ho avuto la fortuna di studiare cinema a Parigi e di passare qualche mese a Londra e poi di andare a New York; però, effettivamente, la grande passione per me era questo catalogo di facce e il materiale lo si trovava molto più facilmente nelle grandi città. Quando sono arrivato a Parigi ma, poi, soprattutto a New York – lo dico nel film – mi innamoravo ogni cinque minuti.

edo_bertoglio-basquiatNel film parli molto della droga: anche la droga ha influenzato il tuo modo di fotografare?


No, non credo. La droga per un attimo, proprio per lo spazio di un mattino, ha dinamicizzato in questa comunità gli scambi e anche la creatività, perchè non c’era separazione tra il lavoro e il tempo libero, ma era sempre un continuare a fare. La musica era il legame: ci si trovava nei club da cui si usciva alle cinque del mattino; per esempio, molti dei miei ritratti sono stati fatti appunto alle cinque del mattino, all’alba. Si creava anche per il riconoscimento dei propri amici, dei propri pari, non è che si pensasse a diventare delle grandi star, anche se la lezione di Warhol cominciava un po’ a insinuarsi nelle nostre teste. Insomma, la droga non ha influenzato la creatività di nessuno, però per un attimo ha dinamicizzato il tutto, anche se è chiaro che c’è un prezzo da pagare. Spero che questo messaggio passi.


Quando hai lasciato New York, hai lasciato anche la fotografia. Come mai?


Io ho lasciato New York in un momento di totale crisi, una mia amica mi ha messo su un aereo con il biglietto di sola andata per Milano, perchè gli ultimi anni a New York sono stati veramente un disastro. Io sono stato anche uno dei fortunati che ce l’ha fatta senza grossi problemi e sono tornato alla fotografia solo anni dopo, quando sono riuscito a ricostruire la mia vita dopo questa esperienza, bella a fine anni Settanta, anzi bellissima – è stata una stagione incredibile – ma che poi ha portato al dramma, perchè ci sono state tante perdite.


Infatti, una cosa che colpisce molto è che all’inizio del documentario dici di essere un sopravvissuto; è un’espressione molto forte per far capire veramente quello che è stato.


Sì, praticamente tutti quanti in questo film lo sono, è un gruppo di gente che c’è ancora, mentre tanti altri non ci sono più.


Dopo tanti anni cosa ti ha dato la forza di tornare a New York?


È stata l’uscita di Downtown 81, il film che ho fatto con Basquiat nell’inverno dell’80-81, quando lui aveva 19 anni. È un film che è rimasto nel cassetto per vent’anni, poi l’abbiamo finito nel 1998 ed è stato presentato a Cannes per la Quinzaine des réalisateurs. Mi ricordo che la sera della festa per il film qualcuno mi ha domandato qual era il mio prossimo progetto; io ero rimasto veramente bloccato sul cinema, ma mi ricordo che ho detto: «Beh, un mio ritorno a New York per vedere cosa è rimasto di questa comunità». Era il 2000, poi ho cominciato nel 2002 a girare Face Addict, che mi ha preso un po’ di tempo.


Come hai scelto chi intervistare?


Sono gli amici più cari, quelli con cui ho condiviso tante cose: Maripol [stilista], la mia ex-fidanzata; Glenn, un mio carissimo amico; e, soprattutto, Walter [Steding, pittore e musicista, ex assistente di Andy Warhol] che io avevo sempre adorato e che è un po’ il mio alter ego. Walter ha continuato a fare sempre la stessa vita (adesso è un pochino migliorata): ha una grande passione per la musica e per la pittura, però non è mai sceso a compromessi e, allo stesso tempo, ha continuato a drogarsi per degli anni, non è mai riuscito a costruire qualche cosa. Mi ricordo che con Walter ci siamo visti per l’ultima volta nel 1989 davanti a un negozio di coreani, ma io avevo fretta di trovare la roba e anche lui, quindi non c’è stata tanta voglia di parlarsi ed è sempre rimasta una cosa che mi ha lasciato così; perciò, quando ho avuto l’idea di questo progetto, è stata la prima persona che sono andato a cercare, perchè mi specchio molto in lui. Walter è quello che avrei potuto essere io se fossi rimasto.


Si vede che Walter ha un ruolo centrale nel documentario; infatti, la conclusione del film è affidata proprio a lui che legge le sue analisi del sangue, da cui si evince che ormai non ha più tracce di sostanze stupefacenti…


Questa è stata una cosa molto bella perchè, prima di cominciare a girare nel dicembre del 2002, ho rivisto Walter, ma ho capito subito che si faceva ancora e, quindi, sono rientrato in uno stato di panico perché – conoscendo i comportamenti di quando uno si fa – mi sono detto: «Questo qua non sarà mai all’altezza di lavorare, anche intensamente»; invece, è stato sempre super-regolare, ha creduto talmente tanto in questo progetto, anche se poi ha continuato a “farsi”. Non so come abbia fatto… E poi, invece, otto mesi dopo sono tornato per girare ancora con lui e lui è arrivato con la famosa lista e ha detto: «Edo, era da vent’anni che aspettavo questa cosa» quindi, in un certo senso, il fatto che lui abbia creduto in questo progetto ha fatto sì che sentisse che era l’ultima chance per lui per uscire dalla droga e, oltretutto, è stato anche di gran beneficio al film, perchè ci ha dato un finale che trovo sia giusto avere.


edo_bertoglio-lounge_lizardsCom’è stato rincontrare anche gli altri amici?


Beh, con Maripol e Glenn [O’Brien, poeta] ho sempre mantenuto i contatti perché in realtà a New York – a partire dal 1992 – ci andavo ogni anno, visto che dovevamo tirare fuori dal cassetto ancora Downtown 81. John Lurie [musicista dei Lounge Lizards] è stato molto difficile da ritrovare, perchè è molto malato (è affetto da “line disease”), perciò non può più suonare, ma adesso dipinge, comunque esce raramente di casa, infatti in tre viaggi a New York nel periodo di due anni siamo riusciti ad averlo solo il penultimo giorno prima di ripartire, ed è stato un grande piacere, perché ha molto humour, spiega le cose molto bene, anche cos’è successo negli anni Ottanta, poi c’è una battuta su quando è venuto Reagan che la dice molto lunga su quello che è successo negli anni Ottanta. Wendy Whitelaw [make-up artist] è stata una mia musa ed è stato un grande piacere andare a trovarla a Detroit, anche se non è in grandissima forma. Ho rivisto tutti con grande piacere però – chi più chi meno – penso ancora a loro, penso a Wendy, penso a Walter, penso a James [Nares, artista], … James ha difficoltà ogni tanto a esprimersi, perchè ha avuto un’emorragia cerebrale qualche mese prima che noi girassimo… insomma, stiamo diventando un po’ tutti vecchi e questi malanni stanno vincendo.


Com’era New York negli anni Ottanta e com’è adesso?


Sembra un po’ snob dire che preferivo la New York degli anni Settanta, quella dura e pura, mezza distrutta, eppure… mi ricordo che si usciva di casa (io abitavo a Broadway) e c’erano sempre i clochard che dormivano e che facevano la pipì o che vomitavano davanti alla tua porta, ma vedevi le scritte di Keith Haring o i muri con le scritte di Basquiat. E, invece, adesso l’hanno ridipinta, l’hanno messa a posto, l’hanno fatta diventare come un grande shopping center; ora è diventata come tantissime altre città, ha perso quella rudezza che aveva allora, era molto più intensa allora. Adesso c’è un livellamento delle cose, te ne accorgi anche quando passeggi e vedi che la gente è vestita a New York com’è vestita in una qualsiasi città italiana, c’è la stessa pubblicità … Magari è un po’ romantico, però è diverso da allora.


Una cosa che mi ha colpito molto è quando nel documentario viene detto che in quel periodo convivevano tre generazioni diverse che portavano culture diverse, modalità espressive diverse; è una cosa non so se unica, ma sicuramente eccezionale.


Sì, era veramente un periodo eccezionale e – fatte le debite proporzioni, mi raccomando – era un po’ come poteva essere la Berlino negli anni Venti o la Parigi negli anni Cinquanta. Si è vissuto un momento veramente molto intenso. Io non so se sta capitando qualcosa di analogo da qualche altra parte, per esempio a Shanghai, ma non ho l’impressione che ci sia un grande senso di comunità di artisti. Oggi i giovani artisti non possono più abitare in una città come New York, non c’è più quel senso di comunità, di interscambio, proprio perché forse i giovani artisti pensano subito ai media, ad apparire sui giornali, in televisione; per esempio in America i galleristi vanno a prendere le giovani promesse nelle scuole d’arte, danno loro dei salari, fanno subito delle mostre, è tutto più strutturato, c’è più business. Allora si lavorava proprio per il riconoscimento dei propri pari, eravamo anche dei grandi perditempo, però avevamo veramente voglia di fare. Questo gruppo di persone, questo scambio oggi non lo vedo succedere.


Ho un’ultima domanda: nel documentario dici che hai affrontato questo viaggio perchè cercavi delle risposte. Io ti chiedo se queste risposte poi le hai trovate?


Sì, certo le ho trovate. Sì, le ho trovate. È una cosa che dovevo assolutamente fare, per la mia serenità.

©CultFrame 01/2007

 

IMMAGINI

1 Edo Bertoglio. Warhol’s Polaroid, 1978

2 Edo Bertoglio. Basquiat, 1981

3 Edo Bertoglio. Lounge Lizards, 1980

 

 

CREDITI FILM

Titolo: Face Addict / Regia Edo Bertoglio / Sceneggiatura: Edo Bertoglio, Gaia Guasti / Fotografia: Edo Bertoglio, Vito Robbiani, Gianfranco Rosi, Adriano Schra / Montaggio: Gilles Dinnematin, Jacopo Quadri / Musica: Evan Lurie, John Lurie, Franco Piersanti / Interpreti: Walter Steding, Glenn O’Brien, John Lurie, Maripol, Deborah Harry, Wendy Whitelaw, James Nares, Edo Bertoglio / Produzione: Downtown Pictures, Amka Films Productions, Televisione Svizzera Italiana / Distribuzione: Istituto Luce / Paese: Italia, Svizzera, Usa, 2005 / Durata: 102 minuti

 

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Face Addict di Edo Bertoglio