Off Broadway – Sei fotografi in cerca d’autore. Intervista a Alex Majoli

di Sandro Iovine

alex_majoliMolto si è parlato di Off Broadway, la mostra in corso al PAC di Milano, il cui titolo allude a quella parte di New York che ha visto imporsi un teatro alternativo capace di riscrivere il modo di raccontare la realtà. Sei gli autori, tutti figli adottivi e un po’ ribelli della celebrata e generosa Magnum Photos: Christopher Anderson, Antoine D’Agata, Thomas Dworzak, Alex Majoli, Paolo Pellegrin e Ikka Uimonen. Definiti, con involontario umorismo, giovani autori Magnum dai manifesti che hanno tappezzato Milano, le cartelle stampa e perfino gli spot radiofonici, i sei sembrano aver scoperto l’elisir di lunga vita visto che già una quindicina di anni fa parecchi di loro erano citati con l’epiteto di giovani fotografi. Ma forse la definizione è meno ingenua di quanto non si possa pensare e può assoggettarsi a una duplice interpretazione. Da una parte il distacco che la grande agenzia potrebbe voler prendere da questo tipo di operazione che va abbondantemente a rimescolare il concetto stesso di fotogiornalismo (a un giovane scapestrato, ma di talento si possono perdonare tante cose…). Dall’altra potrebbe esserci al contrario la volontà di definirsi programmaticamente come una corrente di rinnovamento all’interno della stessa Magnum, magari in prospettiva di scalate al potere decisionale interno.


Di fatto Off Broadway non lascia indifferenti in quanto vista la provenienza professionale dei suoi autori non può non suscitare dubbi sulle prospettive del linguaggio fotogiornalistico. Anche se la scelta della formazione mandata in campo sembra prevedere un’accurata scelta a tavolino dei giocatori. L’introduzione nel nucleo originario di fotografi come Antoine D’Agata, da sempre più interessato all’immagine autobiografica che al reportage, rende difficile non mettere in relazione il tutto con una volontà, nemmeno troppo nascosta, di accedere al mondo della ben più remunerativa fotografia d’arte. D’altronde l’operazione è più che giustificabile sotto il profilo delle economie, in quanto il fotogiornalismo non ha mai offerto grandi emolumenti, mentre ha sempre richiesto molto sacrifico e una buona dose di idealismo. Un ingrediente quest’ultimo che è abbastanza difficile ritrovare in questa esposizione che vorrebbe appropriarsi di linguaggi non posseduti con la stessa profondità di quello fotogiornalistico, e manipolati in conseguenza. Il tutto appare più come un tentativo pirandelliano, e a volte un po’ goffo, di sei personaggi alla ricerca d’autore o meglio d’autorialità. Il tutto condito con quel vago sapore di scimmiottamento dell’arte anonima e collettiva, le cui ventate hanno investito gli Stati Uniti in particolare modo, in tempi recenti. Ma al di là delle analisi personali che potrebbero sgradevolmente estendersi a dismisura, di fatto la progettualità che sottende questa mostra appare un po’ fumosa se non di tanto in tanto pretestuosa.


Vale quindi la pena di sentire direttamente dalla bocca di Alex Majoli, uno degli ideatori, nonché protagonisti, come è nata Off Broadway:


La mia memoria mi porta solamente a ricordare che due anni fa ero in Brasile e parlavo con Luc Delahaye e Ikka Uimonen e parlavamo dell’esigenza di fare qualcosa in occasione di un festival che c’era a New York. Avvertivamo l’esigenza di cambiare alcune situazioni che c’erano in Magnum e, in quanto giovane corrente all’interno dell’agenzia, abbiamo cercato di metterci insieme per pensare a cosa fare. Quando sono tornato dal Brasile, Ikka ha trovato il luogo e allora abbiamo deciso di chiamare Paolo Pellegrin e Thomas Dworzak perché facessero parte del nostro gruppo. La prima fase è consistita nella creazione di un matrix, Abbiamo cioè deciso cosa mettere dentro la griglia che avevamo preparato e quindi abbiamo iniziato a selezionare all’interno dei nostri archivi le immagini che più si… interpolavano con l’idea di teatro del mondo che era nata.


Le immagini di Off Broadway esulano in parte dal contenuto fotogiornalistico della vostra professione, non tanto per contenuto quanto per modalità di presentazione…


Da fotogiornalisti documentiamo situazioni e non solo eventi, quindi abbiamo potuto trovare nei nostri archivi materiale che si poteva incrociare permettendo di raccontare storie, senza che fossero per forza personali, in una sorta di sceneggiatura in cui l’intreccio delle fotografie creasse emozioni e storie. Un po’ come faceva Antonioni nei suoi film. Abbiamo cominciato con quattro fotografi, in un’idea un po’ pirandelliana, come dire tu devi fare il soldato, tu il broker a New York, tutti un po’ persi in questa società, ma ognuno con un vestito, una divisa, un ruolo. E di lì siamo andati avanti, partendo dalla proiezione che si può vedere al PAC entrando a destra, e continuando ad adattare immagini a questa idea del teatro alternativo della vita, come ad esempio nella ricerca Taliban di Thomas Dworzak.


Quelle però non sono immagini prodotte da voi…


No quelle sono fotografie raccolte da Thomas. Anche trovarsi in Afghanistan, a Kandahar, e cercare e mettere insieme quei ritratti è un’operazione che comunque fa parte del fotogiornalismo. Da lì comunque tutta l’operazione che aggiungendo immagini e anche altri due fotografi Chris Anderson e Antoine D’Agata ci ha portati fin qui al PAC di Milano.


thomas_dworzakSinceramente credo che un fotogiornalista abbia il dovere di ricercare immagini a Kandahar o in un altro luogo, per trarne informazioni da usare per creare proprie immagini, ma che sia meno deontologicamente corretto prendere il lavoro dei fotografi afghani e farne una mostra o un libro a titolo personale o collettivo da parte di uno o più fotografi Magnum. Ma a parte questo, come avete scelto i compagni di viaggio, considerato che le personalità sono abbastanza lontane tra loro?


Sono tutte persone differenti è vero, però Antoine e Chris sono degli amici ed è più facile lavorarci insieme proprio in quanto amici. Cercare qualcuno che non è amico avrebbe reso davvero tutto molto complicato.

Colpisce visitando Off Broadway l’assenza di nomi e didascalie, perché questa scelta?


Questo è importantissimo, non ci sono nomi e non ci sono didascalie. Non volevamo dire che abbiamo fotografato la guerra perché si tendeva sempre a dire Ah, la guerra in Afghanistan. C’è questo, c’è anche questo, ma come parte di tutti noi. Ci sono anche una donna a Parigi e una in Cina insieme alla guerra in Afghanistan, perché la storia è nell’insieme e non è importante se a fare la foto è stato questo o quell’altro. Altrimenti si perde di vista l’insieme e si va a cercare chi è il più bravo. Anche il modo in cui abbiamo editato le nostre foto è stato suggerito da questa idea: non abbiamo scelto le migliori di ognuno, ma quelle che meglio riuscivano ad integrarsi con le altre.


In ogni caso avete impiegato tutte immagini d’archivio?


Tutto archivio. Dopo la prima mostra a New York è arrivato lo Tsunami, e naturalmente abbiamo aggiunto delle foto. Ma in ogni caso è tutto un work in progress, recentemente sono stato in Pakistan e ho aggiunto immagini di quel lavoro.


La mostra quindi è sempre differente ogni volta che la ripresentate?


Rispetto a New York la mostra è completamente differente, abbiamo già quattro pezzi in più.


Avete altre tappe previste per Off Broadway?


Certo abbiamo già quattro venues tra Stati Uniti, Russia e Messico. Nel frattempo continueremo a produrre fotografie, per cui ogni volta che troveremo immagini adatte adatteremo lo schema della mostra alle nuove esigenze.


Questa iniziativa quanto può essere interpretata come un segno di cambiamento nel mondo del fotogiornalismo?

Non lo so, io non lo vedo come un segno di cambiamento generale. Credo sia un momento in cui si debba rivedere il passato. Non per cambiare la fotografia, ma per fotografare con una coscienza differente da quella avuta in passato.


Non alludevo solo alla fotografia, ma anche al modo di proporla…


Ma non è proprio originale…


Infatti non credo lo sia in modo particolare. Il fatto è che tutti voi siete considerati fotogiornalisti e il fotogiornalismo si è riferito finora a modelli di documentazione precisi ancorché reinterpretati dai singoli. Presentarsi ora con supporti sonori o più genericamente multimediali, quanto aderisce all’idea di fotogiornalismo piuttosto che a quella di spettacolarizzazione?


È molto semplice, se non metti delle fotografie che stanno in piedi da sole, puoi metterci tutta la musica che vuoi che cadono.


Ma non stiamo discutendo del valore delle immagini…


No, ma anche il modo di presentarle conta: non è che mettere una musica aiuti maggiormente la fotografia. Semmai apre nuovi orizzonti a chi non conosce esattamente i metodi e gli sviluppi di questo linguaggio. Diciamo che la fotografia non è così popolare come il cinema purtroppo. È qualcosa d’elite e la musica può aiutare a portarla alla conoscenza di un nuovo pubblico. Come ha fatto Salgado che ha preso la fotografia e l’ha trasformata in un’idea più epica, più biblica dell’immagine dell’uomo. Non condivido molto certe cose, ma devo prendere atto del fatto che ha aiutato ad avvicinarsi chi non considerava la fotografia di reportage. Lui è riuscito a renderla popolare. Quando ero giovane e viaggiavo in treno, siccome la società ti chiede sempre un ruolo, la gente spesso mi chiedeva ma che foto fai?… Faccio foto alla gente rispondevo… ma come? mi domandavano allora… e riuscivo a spiegarmi solo quando dicevo di fare foto come Salgado. Ecco credo che la musica possa aiutare in questo senso.


Come vi ponete…?


Come vedi. Andate e in bocca la lupo!


Il consiglio di visitare la mostra possiamo darlo alla fine, semmai. Se ora posso concludere la domanda, come vi ponete di fronte alla situazione attuale del fotogiornalismo che vive un momento difficile e non da ieri?


Non abbiamo messo le foto per dare giudizi. Abbiamo scelto degli eventi come la guerra in Iraq o le elezioni americane o il sesso. C’è anche Saddam Hussein con la sua propaganda. Per noi sono parole che, uscendo fuori, raccontano falsità da entrambi i lati. Semplicemente le abbiamo messe lì per dire: abbiamo visto questo e lo abbiamo fotografato. Il montaggio con un gioco veloce vuole restituire l’idea del turbinio di informazioni. È un video after september eleventh, purtroppo non possiamo non essere influenzati da quella data. C’è anche l’attacco di Londra. Per questo continuiamo ad aggiungere immagini di continuo.


E le foto delle pagine di giornale?


Le abbiamo fotografate perché non si poteva fotografare niente, ma parlavano molto di propaganda della definizione del ruolo dei cattivi e dei buoni. Per noi è stato molto importante.


La scelta di proporre le immagini per situazioni fa parte del discorso precedente?


No, ma la accettiamo come conseguenza. Ogni luogo è diverso, le facce sono differenti. Riadattiamo tutto agli spazi disponibili che ovviamente cambiano per caratteristiche e dimensioni ogni volta.


In termini di lavoro cosa c’è dietro Off Broadway?


Per la prima mostra c’è un mese e mezzo di lavoro e quarantaseimila dollari di investimento personale da parte nostra. Dopodiché abbiamo dovuto faticare di meno, anche se a Milano abbiamo ristampato tutto anche per cambiare un po’ registro. Del resto, tra una lite e una votazione, abbiamo curato tutto in prima persona, allestimento compreso. Bene o male ognuno di noi si compensa con gli altri. C’è chi è bravissimo a far funzionare la logistica e chi, come me, è più portato a stampare o a fare attenzione a cose più legate al mondo dell’arte avendo fatto l’Accademia: Poi c’è chi, come Paolo Pellegrin, è molto più filosofo ed intellettuale di me e quindi si è occupato di certe correzioni e degli orientamenti concettuali. Per fare un esempio in Propaganda c’è molto di Paolo.


Quale credi sia la cosa più importante di questa mostra?


La frase di Pessoa con cui apriamo la mostra Ma cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare? Racchiude perfettamente il messaggio che vogliamo offrire. Fermarsi a guardare le cose non attraverso un filtro, ma guardarle un po’ per quello che veramente sono, a volte anche con un po’ di cinismo quando è necessario. Non vedere come ci hanno detto di fare o come abbiamo sempre fatto. Poi possiamo anche tornare dove eravamo all’inizio, ma magari in posizione di squilibrio rispetto a prima.


©CultFrame 09/2006


IMMAGINI

 

1 Alex Majoli. Marcia delle truppe alleate nella regione Nord Est. Afghanistan 2001. ©Alex

Majoli/Magnum/Contrasto

2 Thomas Dworzak. Prigionieri nel Palazzo Presidenziale durante l’assalto dei Ceceni del 26 novembre. Grozny, Cecenia 1994. ©Thomas Dworzak/Magnum/Contrasto

 

INFORMAZIONI

Off Broadway

Dal 12 luglio al 17 settembre 2006

PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, via Palestro 14, Milano / Telefono: 0276020400

Tutti i giorni 9.30 – 19.00 / giovedì 9.30 – 21.00 / chiuso lunedì

Biglietto: Intero 5 euro / ridotto 3 euro

Cura: Roberto Koch e Denis Curti

 

LINK

PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea

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