Marc Quinn. Mostra monografica

quinn_marc-selfSu un lato della colonna-teca la scritta rossa ai cristalli liquidi segna -17°. E’ la temperatura costante necessaria per conservare – senza che si deteriori – Sky, una delle ultime sculture di Marc Quinn (Londra 1964). Realizzata nel 2006 quest’opera raffigura il volto del secondogenito dell’artista inglese. E fin qui nulla di strano, se non fosse che la materia con cui è plasmata è la placenta e il cordone ombelicale che univano il bimbo alla sua mamma. La teca – al centro di una delle sale del MACRO che presenta per la prima volta in un’istituzione pubblica italiana una significativa selezione delle opere di Marc Quinn – è circondata da grandi tele che raffigurano Flowers Paintings, per l’esattezza stampe a pigmento su carta che documentano le installazioni Winter Garden. Vita e morte sembrano inseguirsi in questa vasta sala in cui – paradossalmente – come sottolinea anche Danilo Eccher, direttore del MACRO e co-curatore della mostra insieme ad Achille Bonito Oliva, i colori coinvolgenti e apparentemente carichi di un’allegra primavera (metaforicamente parlando), hanno in sé un messaggio di caducità e morte – “sono un grande canto alla morte”, afferma Eccher – essendo le composizioni floreali realizzate con fiori recisi, mentre quella sorta di reliquia sanguinolenta con i lineamenti del neonato, a dispetto del macabro aspetto ha in sé tutti i segni della vitalità prorompente che solo una nuova nascita può portare.


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Non è difficile immaginare che il corpo umano sia il filo conduttore di questa mostra – sono oltre trenta le opere esposte tra sculture, disegni e dipinti – interpretato nella duplice valenza di insieme di organi pulsanti e di entità da associare a supporti tecnologici o chimici che partecipano alla sua sopravvivenza. Motivo caro all’artista fin da una delle sue prime opere, Self (1991), autoritratto realizzato con il suo stesso sangue.

“Positivo e negativo diventano polarità che trovano nell’opera un luogo in cui esercitare le proprie valenze in termini di simultaneità.” – scrive Bonito Oliva – “Qui allora si scopre quale sia la natura specifica del linguaggio che congela la vitalità in una forma esemplare e definitiva. Si scopre che l’opera non è soltanto creazione ma anche riflessione sul paradossale desiderio di immortalità che l’arte cova dentro di sé e che è indispensabile la pratica di un linguaggio, per sua natura portatore di immobilità e dunque di morte.”
Ecco allora, in un’altra sala, quel tappeto di corpi bianchi distesi sul pavimento nero che lasciano percepire una sofferenza fisica: sembrano gli sfortunati abitanti di Ercolano e Pompei resi immortali nei calchi di lapilli e cenere. Corpi nudi, due femminili e due maschili, modellati con la cera mista a medicinali e sostanze chimiche, al centro c’è anche un bambino, il figlio primogenito di Quinn affetto fin dalla nascita da intolleranza alimentare. In Innoscience (2004) alla cera è mescolato il latte in polvere con cui il bimbo è stato nutrito.


quinn_marc-sphinxIn mostra anche alcune opere miliari dell’artista, le sculture in marmo – in questo caso il referente artistico sembra essere il neoclassicismo, per il modo di accarezzare il marmo rendendolo traslucido – come Alexandra Westmoquette (2000) e Peter Hull (1999) che ritraggono persone con gravi menomazioni fisiche. Alla dea della bellezza dei nostri giorni, la top model Kate Moss, sono dedicati tutti quegli schizzi, tra gouaches e tempere, alcuni coloratissimi altri in bianco e nero, realizzati nel 2005. Lei, inquieta icona, appare spesso nella posa da contorsionista che la ritrae, infine, nella scultura Sphinx (2005). Altre volte è ieratica, come nel trittico in bianco e nero, dove ha gli occhi chiusi, poi aperti, poi socchiusi come l’immagine della donna in Evoluzione (1910-11) opera emblematica di Mondrian, il manifesto pittorico della sua adesione alla Teosofia.

Altro materiale usato da Quinn è il bronzo con cui ha realizzato due tra le sue opere più recenti (2006), Waiting for God e Waiting for Godot, quest’ultima esposta per la prima volta ed entrata a far parte delle collezioni permanenti del museo, grazie all’Associazione Amici del MACRO. Raffigurano due piccoli scheletri in ginocchio con gli arti delle mani congiunti. Waiting for Godot è davanti ad una sorta di scrigno-paravento di acciaio inossidabile – DNA Garden (2001) – in cui il metallo riflettente ha una texture di nicchie regolari che contengono 77 lastre di DNA clonato, di cui due umane e tutte le altre vegetali.


©CultFrame 07/2006

 

 

IMMAGINI

1 Marc Quinn. Self
2 Marc Quinn. Chemical Life
3 Marc Quinn. Sphinx

 

INFORMAZIONI

Dal 22 giugno al 30 settembre 2006

MACRO / Via Reggio Emilia 54, Roma / Telefono: 06671070400

Orario: martedì – domenica 9.00 – 19.00 / festività 9.00 – 14.00 / chiuso lunedì
Biglietto: 1,00 euro

Cura: Danilo Eccher, Achille Bonito Oliva / Catalogo: Electa / Prezzo: 50,00 euro

 

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MACRO, Roma