Born Somewhere. Intervista a Francesco Zizola

di Manuela De Leonardis

francesco-zizola1Roma. Le fotografie nelle grandi casse di compensato occupano la zona centrale della stanza. Alle spalle del divano una grande tela dipinta ad olio dall’artista albanese Ilir Zefi e parecchi cuscini – grandi cuscini quadrati – che catturano la sguardo con quei loro disegni geometrici rossi, gialli e neri. Il suono del passaggio del tram sulle rotaie entra dalla finestra socchiusa mentre Francesco Zizola (Roma 1962) racconta di Born Somewhere, un progetto a cui lavora dai primi anni ‘90. Nato in forma editoriale è stato pubblicato prima in Francia da Robert Delpire (Né quelque part, 2004), mentre è di Fusi Orari l’edizione italiana (2005). Il corpus è presentato anche attraverso esposizioni monografiche come Born Somewhere (stesso titolo del libro) che a Roma è esposto nelle sale del Museo di Roma in Trastevere.


Ho letto che hai studiato Antropologia…


Sono passati così tanti anni dal percorso universitario. La mia formazione culturale è segnata dal mio interesse per l’antropologia culturale. Poi il percorso fotografico ha assunto negli anni una sua indipendenza sempre più forte dall’impostazione universitaria.


Nasci prima come fotografo?


Come fotografo non so se sono ancora nato. La passione per la fotografia, invece, è nata tantissimi anni fa, da bambino. Da allora non mi ha mai abbandonato. All’inizio era una grande passione inconsapevole, poi nel tempo con un po’ di maturità e anche con la professione è diventata sempre più consapevole. Da una parte c’è l’attenzione alla componente artistica legata al linguaggio visivo, alla stratificazione di quella che è la nostra cultura, dall’altra c’è la consapevolezza che, oltre ad essere arte, la fotografia è un linguaggio. E’ un mezzo straordinario per raccontare storie, uno strumento di analisi del comportamento dell’uomo.

Hai avuto importanti riconoscimenti, come il World Press Photo di cui sei stato vincitore nel 1995, 1997, 1998, 2002 e 2005, e hai fatto anche parte della storica Agenzia Magnum…


Sono state esperienze importanti, ma non sono la sostanza – il contenuto – del mio lavoro, semmai il contorno. E’ stato un grande stimolo lavorare con la Magnum per quattro anni, fino al 2005, proprio per interrogarmi in modo serio sull’essenza del mio lavoro e sulla direzione in cui penso di voler andare. Anche in base a queste considerazioni le nostre strade, poi, si sono divise.

 
Tra i fotografi a cui sei più legato ci sono Eugene Smith e James Nachtwey. Hai avuto altri punti di riferimento nel tuo percorso formativo?


Direi tutti, nel senso che ho sempre divorato immagini, tutto entra a far parte di quello che è la nostra cultura visiva di riferimento. Noi siamo ciò che vediamo, che ascoltiamo, che pensiamo. Questo vale anche per i fotografi. Anche in un autore come Salgado possiamo trovare tutti i riferimenti che lo hanno formato. Naturalmente ognuno aggiunge quella parte di sé che è unica. Come il mio amico Ferdinando Scianna ha recentemente affermato: “La fotografia è sempre biunivoca. Racconta la realtà, ma è anche lo specchio di noi stessi e in questo suo doppio binario si fissa una parte di noi in quello che è il rettangolo di carta.” Naturalmente questa unicità è il quid in più della fotografia rispetto alla riproduzione documentaria più oggettiva. Per tornare alla tua domanda, chi proprio non riesce ad abbandonare il mio immaginario è Caravaggio. E’ lui che ha segnato il mio universo visivo, lo considero il primo grande fotografo in bianco e nero, pur avendo dipinto a colori. Altro grande autore di riferimento è Antonello da Messina.

Tornando alla tua formazione, dicevi di considerarti in qualche modo un autodidatta…


Si, la prima volta che ho visto un ingranditore è stato alle scuole medie inferiori. Frequentavo una scuola sperimentale pubblica – la Scuola Montessori Via India, a Roma – che era geniale e che purtroppo poi hanno chiuso. Eravamo alle medie, eppure di pomeriggio facevamo lezione di sociologia, filosofia, fotografia, cineforum, giornalismo… Ricordo che ci venivano a parlare di cinema registi come Monicelli, Scola, Bellocchio, Germi, Pontecorvo… Insieme vedevamo i film che venivano proiettati con la pellicola 35mm. Lì ho visto anche il primo foglio bianco entrare nella bacinella dello sviluppo e trasformarsi in immagine, per me è stato un momento magico. Il mestiere di fotografo, naturalmente, l’ho imparato altrove, ma è lì che è stato gettato il seme.


francesco-zizola2La consapevolezza che la fotografia sarebbe stata la tua vita, invece, quando è arrivata?


Parecchi anni dopo. Nel frattempo ho fatto il liceo e poi altre esperienze. Intanto continuavo a fotografare, ma lo facevo per me, da appassionato. Ogni tanto racimolavo qualche soldo, facendo qualche foto su commissione che mi permetteva di pagare acidi, carte e pellicole. E’ stato fondamentale l’aver scelto di raccontare attraverso la fotografia quello che allora era il mio impegno politico. Ricordo che un amico mi suggerì di vendere alcune foto che avevo fatto ad una manifestazione ad un giornale e, con mia sorpresa, furono acquistate. Anche se mi dettero pochi soldi, questo mi spinse a continuare a fotografare anche con un’altra finalità. Poi ci fu la fase in cui mi resi conto che era fondamentale imparare bene la tecnica, perciò per un po’ di tempo feci l’assistente ad un fotografo in cambio di lezioni. C’è stato anche un periodo in cui ho fatto fotografia commerciale, dalle pubblicità alle fotografie dei gatti, cibo, moda… Questo mi ha permesso non solo di mettere su tutta la costosa attrezzatura che mi serviva, ma anche di acquisire una notevole esperienza tecnica. Ma in realtà quello non era il mio obiettivo, perciò decisi di tornare alla mia passione, a raccontare storie.


E’ allora che hai iniziato a viaggiare?


Ho iniziato a viaggiare molto nell’87-’88, sempre con l’intento narrativo. Sono stato in parecchi paesi dell’Europa dell’Est nella fase finale del comunismo, dall’Albania alla Romania. Quando c’è stato il crollo del muro di Berlino ero lì. Il reportage che mi ha permesso di muovere i primi passi seri nel fotogiornalismo, sia nazionale che internazionale, è stato in Corea del Nord nel 1989. Riuscii ad andarci come fotografo insieme ad una delegazione internazionale di giovani comunisti. Questo servizio fu preso in esclusiva da Newsweek. Ero un giovane sconosciuto, ma le poche agenzie italiane iniziarono a domandarsi chi fossi e da lì nacque con una, in particolare, una collaborazione.


Fotografi prevalentemente in bianco e nero o usi anche il colore?


Born Somewhere è un progetto intenzionalmente realizzato tutto in bianco e nero. Questo però non vuol dire che fotografo solo in bianco e nero, anzi mi piace molto fotografare a colori. Per questo progetto ho usato il bianco e nero perché i bambini che ho voluto raccontare tendono a mostrarsi non solo come realtà, ma anche come metafora, come simbolo esistenziale del mondo di oggi. Il bianco e nero facilita questa visione del secondo grado del racconto giornalistico della realtà: sparisce il riferimento immediato al reale e rimane un invito ad una lettura simbolica dell’immagine. Non dimentichiamo che il linguaggio fotografico funziona esattamente come una grammatica: come tutti i linguaggi c’è la parte emotiva e quella che regola il suo funzionamento. E’ in base alle capacità e al cuore dell’autore se questo linguaggio può volare alto, oppure radere il terreno.


francesco-zizola3Hai parlato di parte emotiva, ma tu come ti poni emotivamente di fronte alla realtà che fotografi? In Born Sowewhere si vedono bambini con menomazioni causate dalle guerre, che convivono con i drammi…

Mi pongo come si potrebbe porre la maggioranza delle persone di fronte a drammi. Davanti a situazioni di dolore non posso che provare dolore. Piuttosto che sviluppare una corazza di cinismo, che forse mi avrebbe anche impoverito nei livelli di contenuto del mio linguaggio, ho preferito mantenere questo stato di emozioni che mi porto dietro ogni volta. Più che altro, dopo così tanti anni, in realtà, ho sviluppato una grande sofferenza per l’indifferenza che vedo qui da noi, in questi pochi paesi privilegiati, che rifiutano di vedere ciò che accade fuori dai rispettivi confini, perciò di prenderne anche consapevolezza. Basti pensare alla guerra nell’ex Jugoslavia che è avvenuta a poche centinaia di chilometri dalle nostre case.

Una guerra sanguinosa, un vero mattatoio, non solo di soldati in armi ma soprattutto di civili, di innocenti; città assediate e distrutte… Tutto questo avveniva mentre noi ci comportavamo come se niente fosse. Questa cecità – visto che parliamo di immagine – mi fa veramente soffrire, mi ricorda un romanzo di Saramago che si intitola per l’appunto Cecità, che è proprio una metafora della situazione attuale. La cecità intesa come metafora poi è ,se vogliamo, il leitmotiv di Born Sowewhere, ma anche di altri lavori che continuo a fare e, soprattutto, del mio impegno nel tentativo di sottoporre ad occhi sempre più opachi realtà sempre più urgenti. Ecco quindi l’urgenza della testimonianza visiva.

 
Anche della denuncia…


Naturalmente c’è anche questo aspetto, ma come ho premesso sono e mi sento prima di tutto fotogiornalista, quindi nel mio lavoro c’è il racconto, la denuncia, la circostanziata descrizione. Non parlo di questo progetto, Born Somewhere, sintetizzato nel libro che – non dimentichiamo – è una forma sintetica e retorica di raccontare alcune realtà. Lì dentro ci sono frammenti di storie che però ho realizzato per intero e quelle sì che erano pienamente giornalistiche. Infatti nel libro ci sono alcune foto di bambini di strada in Brasile: in realtà ho passato un anno e mezzo a realizzare una storia del genere, perciò non solo sono stati pubblicati molti servizi fotografici, ma è uscito anche un altro libro interamente dedicato all’argomento. Come pure il disastro ecologico nel Mare di Aral, e potrei elencare oltre settanta reportage fotografici specifici. Nel libro avrò usato una o due foto di ogni reportage per fare emergere una sorta di voce collettiva di tutti questi bambini, come se facessero parte di un’unica famiglia. Ho tentato questa operazione dopo 13 anni… I bambini hanno parlato per la specificità della loro realtà, della loro storia, nel contesto di un racconto di denuncia.


Sfogliando il libro emergono anche altre realtà, non solo i bambini che portano i segni delle guerre degli adulti, anche i bambini occidentali…


Ho raccontato anche i bambini negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone, riuniti nel capitolo sui paesi industrializzati. Degli Stati Uniti, che sono l’emblema, il paese che più di tutti gli altri ha una responsabilità politica e culturale nel mondo, ho scelto di mostrare quelle realtà di bambini inseriti, ad esempio, nella più potente industria culturale del mondo – Hollywood – dove una parte non indifferente dell’industria cinematografica viene interpretata ed è basata sui bambini. Perciò c’è un grande mercato di agenzie che prosperano sulla partecipazione dei bambini ad Hollywood. Nel progetto di indagine ed inchiesta, di preparazione, infine di realizzazione del servizio di reportage ho scoperto, tra le altre cose, che esiste un vero e proprio business dei gemelli. Gli agenti vanno nelle cliniche dove le future mamme fanno l’ecografia e mettono sotto contratto i genitori prima ancora che nascano i loro figli.


Progetti futuri?


Sono i progetti attuali, che stanno camminando da parecchio. Evidentemente non riesco a lavorare su progetti Instant Book. Privilegio il metodo della decantazione, usando una metafora enologica. Questo procedimento di rendere essenziale la punteggiatura della grammatica del linguaggio visivo sui temi che mi stanno più a cuore, mi porta a riunire poche fotografie molto selezionate. Addirittura a volte sono troppo poche per essere racchiuse in un libro o in una mostra, perciò devo avere molta pazienza per far sì che questo numero sia sufficiente per chiudere un discorso comprensibile. Un discorso che deve rispondere a diversi piani di lettura: fotogiornalismo, metafora, emozione, testimonianza, politica… e via dicendo. Per dare voce alla complessità c’è bisogno di tempo. Serve anche sapersi contraddire, sempre nella speranza che – poi – tutto questo semini qualcosa.


©CultFrame 06/2006

 

IMMAGINI

©Francesco Zizola. Kukes, Albania, 1999 (Albanesi in fuga dal Kosovo)

©Francesco Zizola. Chongqing, provincia di Sichuan, Cina, 1998

©Francesco Zizola. Baidoa, Somalia, 2000 (Orfanotrofio)

 

INFORMAZIONI MOSTRA

Born Somewhere

Dal 16 giugno al 24 settembre 2006

Museo di Roma in Trastevere / Piazza S. Egidio 1/b, Roma / Telefono: 065816563

Martedì – domenica 10.00 – 20.00

Biglietto: intero 5,50 euro / ridotto 4,00 euro

Cura: Deanna Richardson / Organizzazione: Giuseppe Prode / Edizioni libro: Fusi Orari

 

LINK

Il sito di Francesco Zizola

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