La “ricreazione” secondo Mitch Epstein. Intervista al fotografo americano

mitch_epstein1Roma. La voce è calda. Mitch Epstein (Holyoke, Massachusetts 1952) mette a disposizione i suoi ricordi, le sue esperienze con grande generosità. Anche quando gli ambienti della Brancolini Grimaldi cominciano a gremirsi di invitati per l’inaugurazione della sua mostra, Mitch non si scompone, rimane seduto in un angolo del giardino a risondere alle domande. Ci spostiamo all’interno – nella prima sala – gli chiedo di parlarmi di una delle foto esposte. Scegliamo insieme Madison Avenue, una foto scattata a New York City nel 1973. E’ un’immagine che racchiude in sé una sintesi di situazioni e di personaggi incredibili. Il luogo è il marciapiede con il suo asfalto grigio. Il punto focale, la mano femminile con le unghie laccate di rosso che sfiora il marciapiede. Il resto è un panorama umano colto in un momento qualsiasi, che è anche un ritratto della società attraverso la storia della moda di quegli anni. Le varianti sono l’abito bianco a pois colorati in primo piano, di spalle; un abito Chanel; una borsetta dal manico corto; tessuti a disegni cachemire, a quadretti e pie de poule; i capelli grigi di un’anziana signora raccolti nella veletta con una grande coccarda… Altro elemento di convergenza dello sguardo, la quarta di copertina di un giornale che mostra una pubblicità dove la scritta Authentic è ben leggibile. “La fotografia è come l’architettura.” – spiega l’autore – “In questa immagine la mano di quella signora è come le fondamenta di una casa. Una mano raffinata che tocca un marciapiede di New York. Lo sguardo dell’osservatore coglie prima quella mano, poi passa a vedere le altre mani e cerca di capire qualcosa di quelle figure e di cosa stiano facendo in quella situazione. Poi c’è la parola Authentic, buttata lì per caso che, per me, diventa un dono. Connota l’immagine di un elemento in più.” Una fotografia autentica nella sua spontaneità, in cui Epstein, ha saputo inquadrare la magia del momento.


Partiamo dal titolo di questa mostra, Recreation: American Photographs 1973-1988


Qualche anno fa riguardando tutte le fotografie che ho scattato tra gli anni settanta e ottanta mi sono reso conto che il tema centrale ricorrente era l’idea di svago, ricreazione, passatempo. Era evidente sia il mio piacere personale, in quanto giovane fotografo – avevo 21 anni quando ho iniziato a fotografare – alle prese con questo lavoro che mi appassionava, sia la gioia delle persone che fotografavo, che in quel particolare momento cercavano di godersi la vita, di viverla con relax. Mi piace molto la parola stessa “ricreazione” perché è molto pura e, allo stesso tempo, ha un doppio senso: “ri-creare”, “creare di nuovo”.


Diceva di aver cominciato a fotografare da giovane. Ha avuto una formazione specifica?


Ho iniziato a fotografare al liceo, a 18 anni. Ero il responsabile del libro annuale che si fa nelle scuole americane con le foto di tutte le classi, sport, club… La mia idea dell’Year book, che in sé è piuttosto tradizionale, era invece molto diversa, perciò mi misi personalmente a scattare le fotografie. Poi ho continuato facendo studi più specifici. Tra il 1972 e il 1974 ho frequentato la Cooper Union, una scuola molto conosciuta di New York. Il mio insegnante principale è stato Garry Winogrand, un fotografo molto famoso negli Stati Uniti. La sua lezione è stata importante, ma è stato fondamentale, soprattutto, imparare lavorando.

 
E’ stato difficile, all’inizio, lavorare come fotografo?


Sono stato molto fortunato perché quasi da subito sono riuscito a lavorare in maniera professionale. Nel 1977 ho ricevuto una specie di borsa di studio dal National Endowment for the Arts, ente governativo che gestisce i Beni Culturali. Più o meno all’età di venticinque sono riuscito a lavorare con la fotografia, sia con la vendita di pezzi unici, sia con le commissioni per riviste. Ho anche insegnato per molti anni. La cosa più importante, però, è che il movente non era l’aspetto commerciale, ma la passione per la fotografia.  Sono stato molto severo e puro con me stesso fin dall’inizio, ritenendo che fosse importante che rimanessero separati il lato artistico come lo intendevo io e il lavoro su commissione. Tenendo queste cose separate penso di essere riuscito ad avere chiarezza nel mio lavoro e con me stesso.


Recreation è un progetto incentrato sulla gente…


Questa serie è incentrata sulle persone, ma anche sul loro rapporto con l’ambiente, con il paesaggio. Lo sviluppo di questo lavoro mi ha portato all’idea del tableau vivant, facendomi rendere conto dell’importanza che aveva la mia regia nell’organizzazione del progetto. Non tanto nell’impostazione dell’inquadratura come se fosse un set – facendo mettere in posa la gente – quanto come impostazione del mio sguardo nella successione delle fasi creative. Questo si nota anche negli ultimi lavori di Recreation, ad esempio in una foto come Cocoa Beach, Florida (1983) che, pur essendo spontanea, ha una sua costruzione visiva con quelle ragazze in primo piano che dormono sul cofano di un’automobile. Per me la fotografia è come l’architettura, nel senso che deve essere composta da una struttura che sia in grado di reggere, in cui l’elemento centrale e quelli laterali siano collocati in modo tale che l’insieme abbia un suo bilanciamento. Sono sempre più interessato alla regia di questi momenti che pur essendo autentici – perché non riuscirei mai ad inventare quello che fotografo – sono osservati e organizzati.


Negli anni Settanta, quando ha cominciato ad usare il colore, la fotografia era ancora dominata dal bianco e nero…


Le poche fotografie a colori che c’erano in quel periodo erano molto banali. I colori erano troppo forti, non c’erano gradazioni cromatiche. Era come la glassa sulla torta che la rende troppo dolce, impedendo di sentire il sapore della torta. Quando ero studente cercavo di imparare anche guardando le altre arti, la pittura, le vecchie cartoline o le foto di famiglia ma, soprattutto, il cinema. Ho imparato molto da registi come Antonioni e Godard, che allora ritenevo sofisticati. Mi piaceva il loro uso espressivo e psicologico del colore.


mitch_epstein2L’amore per il cinema è rimasto: nel 2003 ha prodotto il cortometraggio Dad, di cui è anche regista e, soprattutto, dal 1982 al 1992 ha lavorato insieme a Mira Nair alla realizzazione di documentari e film, So Far From India, India Cabaret, Salaam Bombay! e Mississippi Masala


La collaborazione indiana è stata un’occasione unica per me, perché mi ha dato la possibilità di fare parecchi lavori: operatore, sceneggiatore, aiuto produttore, fotografo di scena. Non avevo mai studiato cinema, perciò mi ci sono letteralmente buttato dentro, sperimentando tutto quello che mi capitava. All’epoca non mi rendevo conto – oggi, invece, ne sono consapevole – di quanto quest’esperienza cinematografica abbia influenzato la mia fotografia. Intanto anche in un progetto come Recreation c’è sempre una linea di confine tra me e le persone che fotografo, una linea che non supero mai. Invece lavorare alla realizzazione di un film èé diverso, perché c’è grande collaborazione tra tutti. Ho capito anche la bellezza dell’artificio, della messinscena.


Quale è il suo ricordo più bello di quel periodo?


L’esperienza più significativa è stata lavorare a Salaam Bombay! Un’esperienza che ha segnato la mia vita. Parlo della convivenza di realtà e fiction, dell’alternarsi di attori professionisti e persone che non avevano mai girato un film, di set costruiti e delle scene girate in strada… storie vere e realtà inventate per riuscire a rendere quella che era la nostra idea di verità. E’ stato un privilegio poter lavorare ad un progetto così difficile, con bambini che magari non avevano alcuna istruzione, ma che con la loro grande intelligenza sono riusciti a diventare attori. Ognuno di noi, in fondo, ha delle grandi potenzialità. Personalmente è stato importante andare in India, in un paese così diverso dal mio, anche perché lì mi sono reso conto di non poter dare per scontate tutte quelle cose che lo sono negli Stati Uniti. Vedevo la realtà in una luce nuova, più oggettiva. Spesso la gente ha un’idea degli altri che è inventata, perché non è frutto di una conoscenza diretta. Del resto anche Bush prima di essere eletto presidente non era mai andato fuori dal paese! Come si fa a dichiarare di essere i migliori, di rappresentare la democrazia o aiutare tutto il mondo se non si conosce veramente come vivono gli altri popoli?


Un incontro importante, quindi, quello con la regista indiana…


Ero il suo insegnante di fotografia all’Università di Harvard, a New York, nel 1977. E’ stato un insolito rapporto tra insegnante e allieva… poi ci siamo sposati. Il nostro matrimonio è durato dieci anni. All’inizio io le insegnavo a fotografare, lei a girare i documentari. Quando il matrimonio è finito, però, abbiamo smesso anche di collaborare professionalmente.


Torniamo ancora alle fotografie in mostra, l’atmosfera che si respira è serena e rasserenante, ma intanto fuori dagli Stati Uniti c’erano le guerre – prima fra tutte la guerra del Vietnam – non pensa che ci sia una contraddizione?


E’ il problema a cui accennavo prima, di come gli Stati Uniti siano molto isolati, sia politicamente che geograficamente, dal resto del mondo. Per cui la gente riesce ad essere molto disinvolta rispetto ad altre realtà. Anche oggi, del resto, i soldati americani sono in Iraq, ma negli Stati Uniti la gente continua a viversi la propria vita. Piuttosto, penso che sia interessante la ragione per cui ho deciso di stampare proprio ora questo lavoro degli anni ’70 e ’80. Volevo evidenziare la differenza di come oggi si intenda il termine stesso di svago – che è un qualcosa di molto commercializzato – rispetto a quei tempi, quando i momenti erano più puri e semplici. Quando mi capita oggi di girare per gli Stati Uniti sono molto dispiaciuto nel constatare il forte individualismo che c’è, la mancanza di apertura verso gli altri. Allora, indubbiamente, il periodo era problematico e difficile – c’erano appunto guerre come quella del Vietnam – ma era comunque un periodo più innocente di quello che viviamo oggi. Non mostro questo lavoro per nostalgia, ma perché penso che sia importante riflettere su questo passato per capire il presente. Era un periodo molto innocente anche per me, in quanto fotografo. Alla gente faceva piacere vedere qualcuno con la macchina fotografica, essere fotografata, ora invece sei visto come invasivo. La macchina fotografica rende le persone nervose. Se fotografi un bambino sei un pedofilo, se fotografi un impianto sei un terrorista, se fotografi una coppia sei un detective di un’agenzia investigativa… sto esagerando ma, in fondo, è così.


©CultFrame 05/2006

 

IMMAGINI

1 ©Mitch Epstein. Tonawanda, New York, 1974. Courtesy Brancolini Grimaldi Arte Contemporanea

2 ©Mitch Epstein. West Side Highway. New York City, 1977. Courtesy Brancolini Grimaldi Arte Contemporanea

 

LINK

Il sito di Mitch Epstein

La galleria Brancolini Grimaldi, Roma