Disegni, video, arazzi, fotografia. Intervista a Corrado Sassi

corrado_sassi1Roma. Caos creativo nella grande stanza dalle pareti bianche, al quarto piano del palazzo sul Lungotevere Testaccio, dove Corrado Sassi (Roma 1965) vive con la compagna e il loro bimbo di un anno. Sulle pareti bianche alcune tappe del suo percorso artistico: c’è un grande “arazzo” sulla famiglia, la riproduzione su pvc del dipinto di un autore ottocentesco poco conosciuto, su cui l’artista ha ricamato una texture di pois iscritti nei rispettivi quadrati con i fili di lana colorata (uno di questi lavori, sulla fondazione di Roma, è entrato a far parte della collezione della G.N.A.M. di Roma). Su un’altra parete, invece, sono incorniciati due disegni di qualche tempo fa, dove nello spazio bianco – predominante – si inseguono segni a graffite, pastelli colorati (l’azzurro è uno dei suoi colori preferiti) tracciati con una gestualità convulsa. Si ispira a Cy Twombly, Sassi, quando – seppure raramente – disegna. Partendo dalla tecnica fotografica – imparata sui banchi dell’International Center of Photography di New York – Corrado Sassi transita nel mondo dell’arte con i suoi disegni, ma soprattutto con le installazioni (famose le boules de neige realizzate a Villa Medici nel 2002 per “Tutto normale”, e per altre collettive tra cui “S.M.A.K.” a Gent nel 2003). Anche la videoarte ha una sua collocazione nell’orizzonte creativo dell’artista romano, come in “Summertime” (la personale alla Galleria L’Union di Roma, aperta fino al 30 settembre 2005), in cui ancora una volta Sassi guarda al linguaggio pubblicitario sia nel flusso dei concetti che esprime, sia mediante l’impiego della tecnica cinematografica della ripresa dall’alto, proprio per enfatizzare la visione rendendola più appetibile.

Il tuo prossimo lavoro, che sarà esposto da metà settembre nella galleria romana “L’Officina Arte al Borghetto” sarà dedicato al tema della cementificazione e della perdita della natura e avrà come punto di partenza grandi disegni su carta in cui il leitmotiv sarà il cubo…


Saranno disegni come questi appesi alle pareti, molto gestuali, in cui lo spazio bianco predominerà sui disegni tracciati a graffite, pastello. Insisto sulla forma del cubo, perché l’installazione con un congegno meccanico che sarà presente al centro della sala principale comprenderà un grande cubo di cemento (tra i 2 e i 3 metri di lato). Nell’altra sala costruirò una sorta di giardino d’arcadia con fotografie di disegni di animali tratti da varie enciclopedie ed una fontana al centro.


Nel video e negli “arazzi” della mostra “Summertime”, ma anche in molte tue fotografie e installazioni ricorri spesso al linguaggio pubblicitario…


Durante i primi anni della mia attività ho finanziato la ricerca fotografica lavorando come attore per spot pubblicitari e facendo qualche parte in film di miei amici registi. Mi è venuto quindi naturale utilizzare il linguaggio pubblicitario per criticare la pubblicità stessa. Se da una parte prendo in giro la pubblicità che propone modelli di vita felici, inconciliabili con la realtà, dall’altra utilizzo la sua stessa tecnica perché penso che l’opera d’arte debba essere qualcosa di attraente. Il pubblico guardando l’opera deve innamorarsene, solo in questo modo l’artista può comunicare il proprio messaggio. Un po’ come l’amo con l’esca. Il pesce abbocca se nell’amo c’è l’esca, senza l’esca è molto più difficile che possa abboccare. Naturalmente l’esca può essere fatta in qualsiasi modo, anche nella maniera più semplice, come i tagli di Fontana, l’importante è che ci sia dietro un’idea molto forte.


corrado_sassi2Come nasce, invece, l’idea dei ricami?


Il primo arazzo l’ho fatto circa un anno fa, in occasione del Natale di Roma. Per la realizzazione ho coinvolto alcune amiche architette che abitano nel mio palazzo. Ero l’unico uomo in mezzo a dieci donne. Lo chiamavamo il “Club delle Penelopi”. E’ stata un’esperienza molto bella, perché questa manualità ha permesso di ricreare un’atmosfera d’altri tempi, quando il radunarsi per tessere insieme diventava anche un momento di socializzazione e confronto. Anche per noi è stato così. Ora, invece, mi aiuta Agata, una ragazza polacca molto brava. In genere sono io ad iniziare i ricami e lei a finirli. Forme e colori sono molto importanti. Uso forme geometriche, cerchi, triangoli rivolti verso il basso o verso l’alto, rombi e alcune volte quadrati con palle intorno e viceversa. Inoltre scelgo con cura i colori dei fili di lana, che solitamente richiamano per tonalità quelli dell’immagine che faccio riprodurre su pvc. Può essere una mia fotografia, oppure un’opera d’arte di autori poco conosciuti, l’importante e’ che non siano immagini di per loro troppo forti dal punto di vista estetico.


Sono parecchi i risvolti psicologici nei tuoi lavori…


Quando ero piccolo, e poi adolescente – praticamente fino ai 18 anni – passavo tutte le vacanze estive nella barca a vela di nove metri con cui i miei genitori andavano in giro per il Mediterraneo. Io, figlio unico, ero molto solo e trascorrevo molto tempo a leggere. Dato che mio padre, per passione, studiava psicologia, c’erano spesso in giro libri di Freud, Jung, così quando finivo di leggere i miei libri, leggevo quelli di mio padre. Successivamente, mi sono anche iscritto alla Facoltà di Psicologia, ma ho subito lasciato. Però la psicologia continua ad affascinarmi. Soprattutto il ricercare in ogni cosa che succede la causa.

Ti è rimasto anche un grande amore per il mare.


In un sogno che faccio spesso sono in barca con mio padre e mia madre. Io sono il comandate e devo riuscire ad ancorare la barca, portandola in salvo. Probabilmente avverto una forte responsabilità nei confronti della famiglia, una famiglia che evidentemente è in pericolo. Quanto all’acqua, mi affascina perché è mobile e cambia sempre forma. Può rappresentare il pericolo, proprio perché trasmette insicurezza, ma allo stesso tempo simboleggia anche la nascita. Inoltre, vivere in una città d’acqua come Venezia – dove sono rimasto per un anno e mezzo – è stata un’esperienza incredibile.


corrado_sassi3Da Roma a New York, e viceversa, passando per Venezia. Che legame c’è tra queste città dove hai vissuto?

A Roma ci sono nato. Venezia e New York per certi versi sono simili. Intanto perché sorgono entrambe su isole, poi perché hanno un qualcosa di metafisico. Sono città dove sembra che possa succedere qualsiasi cosa, anche quella più assurda. A Venezia ho vissuto per un anno e mezzo, circa otto anni fa, invece a New York sono tornato più volte, in periodi diversi della mia vita. C’ero già stato prima di decidere di frequentare l’International Center of Photography, alla fine degli anni ‘80. Sono tornato a viverci per due anni – tre anni fa, prima dell’11 settembre – ma ho trovato una realtà molto cambiata, così ho deciso di tornare a Roma. Come tante altre persone, anche io nutro un rapporto di amore odio per l’America, che per secoli ha simboleggiato la libertà in contrapposizione al nepotismo e all’assolutismo dei regimi monarchici europei. Ora, invece, che dire di Bush che è figlio di un ex presidente? Eppoi manca anche quello spirito artistico innovativo che è stato un punto di riferimento per gli artisti europei dagli anni ’50. Probabilmente bisognerà cercare le novità altrove, magari in un paese orientale, forse in Cina.


Quando hai scoperto la fotografia?


Mio nonno e mio zio mi hanno trasmesso l’amore per la fotografia. Mio nonno, giornalista, era direttore del reparto fotografico dell’Ansa a Ginevra e fotografava per hobby. Quando ero piccolo mi regalò la sua Rolleicord, una sottomarca a pozzetto della Rolleiflex, con cui iniziai a fotografare. Mi piaceva stampare da solo, in camera oscura, le mie foto. Invece mio zio, che insegnava negli Stati Uniti, mi portava sempre libri di fotografi famosi. E’ grazie a lui che ho imparato ad amare l’immagine fotografica. Tra i miei fotografi preferiti c’è Cartier-Bresson, Leonard Freed, Elliott Erwitt e Robert Frank.


Quindi sei più orientato verso il reportage, la fotografia documentaria?


Sì, le mie foto, infatti, non sono mai costruite. Non avevo un tema preciso all’inizio. Avevo sempre con me la macchina fotografica e fotografavo qualsiasi cosa mi colpisse. C’è stato un periodo, in particolare, in cui fotografavo le ombre. Foto in bianco e nero che ho scattato a Roma.


Quale altra componente culturale è rintracciabile nel tuo lavoro?


Sicuramente il cinema. Mi piace il cinema di Truffaut, Kubrick, Louis Malle, tutto il noir americano. Uno dei miei registi preferiti è John Ford, con lui ho imparato ad amare il paesaggio americano. E’ stato Ford a scoprire la Monument Valley o a girare film sugli indiani d’America che avessero come protagonisti degli autentici pellerossa, eppoi nei suoi film ci sono sempre drammi psicologici. Anche se, a dir la verità, la prima conoscenza che ho avuto dell’America è stata letteraria. L’ho immaginata leggendo i romanzi di Steinbeck, Hemingway, Jack London, Fitzgerald.


©CultFrame 09/2005

 

IMMAGINI

1 ©Corrado Sassi. Scorcio della Galleria L’union con video e arazzi di Corrado Sassi, 2005. Courtesy Galleria L’Union, Roma
2
©Corrado Sassi. Clan: Beach, 2002. Tecnica mista (3,00x 2,00×2,20 m). Courtesy Villa Medici, Roma
3 ©Corrado Sassi. Family, 2001. C-Print (1,40 x 2,00 m)

 

INFORMAZIONI MOSTRA

Mostra di Corrado Sassi

Dal 6 giugno al 30 settembre 2005

L’Union Arte Contemporanea / via Reggio Emilia 32a, Roma / Telefono: 0645472110

Lunedì – venerdì 11.00 – 13.00 e 16.30 – 20.00

Ingresso libero

Cura: Lorenzo Benedetti, Emanuela Nobile Mino

 

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Galleria L’Union Arte Contemporanea, Roma