A proposito di Susan Sontag. Un’icona per l’America della contestazione

“Guardare una vecchia fotografia di se stessi, o di una persona che si conosce, o di un personaggio pubblico molto fotografato, significa per prima cosa pensare: quanto più giovane ero (o era) allora” (Susan Sontag, “Sulla fotografia”).

Fra le immagini di protesta, che Fred McDarrah scatta nell’America degli anni Sessanta e Settanta, ve n’è una che ritrae una giovane donna condotta via da un poliziotto con in mano uno sfollagente; la ragazza, che avanza tranquilla e sorridente stringendo al petto un fascio di giornali, è Susan Sontag: si trova davanti alla Casa Bianca ed ha trentaquattro anni; è il 5 Dicembre 1967.

Dalla pubblicazione del saggio “Notes on Camp” nel ’64 ha un posto di primo piano fra gli intellettuali newyorkesi e, come Noam Chomsky, è apertamente schierata nel dibattito morale contro la guerra in Vietnam.
Riguardo alle circostanze dell’arresto immortalato, l’immagine in questione non rivela nulla più che il fatto in sé e la singolare espressione, quasi divertita, del volto della Sontag.

Si prova uno strano effetto davanti a questa istantanea, vedendo la celebre intellettuale ancora priva dell’attributo iconografico della sua ciocca bianca – che del resto sarebbe svanita fra la capigliatura uniformemente ingrigita degli ultimi anni –, qui riconoscibile più che altro per quell’intrigante, tipico sorriso, che la contraddistinguerà nella maggior parte dei ritratti successivi.

“L’osservatore sente”, come ha scritto Walter Benjamin, “il bisogno irresistibile di cercare nell’immagine quella scintilla magari minima di caso, di hic e nunc, con cui la realtà ha folgorato il carattere dell’immagine, il bisogno di cercare il luogo invisibile in cui, nell’essere in un certo modo in quell’attimo lontano si annida ancora oggi il futuro, e con tanta eloquenza che noi, guardandoci indietro siamo ancora in grado di scoprirlo”. E sembra quasi di poter carpire attraverso una simile immagine l’essenza più reale di Susan Sontag, non ancora alterata dalle stilizzazioni del ruolo d’icona culturale impostole dai media.
Sembra, addirittura, di poter leggere qui il suo vero senso di sé e la sua passione civile, più che nei suoi scritti.
E’ ovviamente un’illusione. Di quanto indebita fosse la reputazione goduta dalla fotografia in quanto presunta portatrice d’evidenze e inoppugnabili testimonianze, del resto, proprio lei ha scritto, tracciando acutamente i limiti di questa e mettendoci in guardia contro la sua reale natura di “medium” e contenitore neutro di messaggi, puro significante aperto ai più disparati usi e consumi: “come un caminetto a legna in una stanza, le fotografie – soprattutto quelle di persone o luoghi lontani, di città remote, di un passato svanito – sono incitamenti al fantasticare”.


Era nata a New York il 16 Gennaio del 1933 da una famiglia ebrea d’origine polacca e cresciuta fra Tucson e Los Angeles. Suo padre, Jack Rosenblatt, sempre lontano a causa del suo lavoro di commerciante di pellicce, era morto di tisi in Cina quando lei aveva solo cinque anni. Il cognome Sontag era quello dell’uomo che la madre aveva sposato sette anni dopo; sebbene egli non avesse mai adottato né lei né la sorella Judith, Susan aveva fatto proprio quel cognome, perché suonava bene, “meno buffo, meno ebraico, che Rosenblatt; più americano”, e consono a un’America postbellica largamente antisemita.
Ritenuta una sorta di bambina prodigio, avendo iniziato a leggere all’età di tre anni, aveva sviluppato una grande passione per la lettura, che mai l’aveva abbandonata: “leggere un libro era come entrare in uno specchio”, avrebbe detto più tardi. Adolescente, aveva sognato di diventare scrittrice, poiché, citando Ibsen: “scrivere è arrogarsi il diritto di giudicare se stessi”.

Sorretta da una vivace curiosità e da una straordinaria memoria, aveva intrapreso gli studi universitari a sedici anni. Preso il Bachelor of Arts al College dell’Università di Chicago, si era specializzata in Filosofia, Letteratura e Teologia presso la Harvard University e aveva vinto nel ’57 una borsa di studio per il Saint Anne’s College di Oxford; aveva poi frequentato anche il celebre ateneo di Parigi, a lei più congeniale, l’influenza della cui impostazione, le avrebbe in seguito fruttato una fama di intellettuale “european-style”.
Nel 1959 il suo matrimonio con il docente di sociologia Philip Rieff – da cui nel ’52 aveva avuto il figlio David, ora noto scrittore -, durato nove anni, si concludeva col divorzio. Ancora nel fior degli anni, Sontag si trovava a cominciare una nuova vita, avendo realizzato quanto l’ambiente universitario di Chicago fosse stato opprimente per lei e le sue aspirazioni, che stentavano ancora a prender una chiara forma; si era trasferita allora col figlio nella città natale, New York, dove aveva vissuto all’inizio in ristrettezze economiche, lavorando presso la Columbia University, come insegnante di Storia della Religione.
Ben presto però aveva iniziato a scrivere saggi per il famoso “Partisan Review”, il più influente giornale letterario d’America, orientato verso la sinistra e noto per aver lanciato vari scrittori ed intellettuali, principalmente d’origine ebraica. E proprio sul “Partisan” nell’autunno del ‘64 era apparso il già citato “Notes on Camp”.


Le sue prese di posizione “anti-accademiche” e il suo modo di scrivere semplice e diretto, l’avevano subito resa interprete ideale dei fermenti di quel particolare momento storico, e complice l’attenzione dei media in un periodo, come quello degli anni Sessanta e del primo femminismo, “alla disperata ricerca di un volto femminile”, Susan Sontag era divenuta presto arbitro del gusto e guida per l’opinione pubblica degli anni della contestazione.


©CultFrame 07/2005

 

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