Beirut 1991. Intervista a Gabriele Basilico. FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma 2005

Roma. Milanese, classe 1944, Gabriele Basilico è a Roma per l’inaugurazione di “Beirut 1991″ alla Galleria VM21, a cui seguirà la mostra “Laboratorio Beirut 1991″ nell’Atelier del Bosco a Villa Medici (entrambe nel circuito del Festival Internazionale di Fotografia). La nostra chiacchierata inizia passeggiando davanti alle grandi fotografie – nove foto in bianco e nero e otto a colori – della Beirut appena uscita dalla guerra civile (1975-1990). Le tracce delle ferite sono ancora lì, evidenti. Echeggiano gli spari e l’atmosfera è densa e sospesa. Tutto è fermo, come cristallizzato, nell’attesa di un nuovo futuro in cui credere. Le fotografie di Basilico, fortemente riconoscibili, raccontano le ferite di guerra nell’area centrale della capitale libanese. Città risplendente, un tempo considerata la Parigi del Medio Oriente per la sua effervescenza e la disinvolta apertura cosmopolita.

 
Come mai presenta un lavoro “datato”?


Mi chiedono queste fotografie sia per esporle in mostre d’arte, sia per pubblicarle allo scopo di documentare le vicende dell’architettura, più in questi ultimi anni che all’epoca. Forse perché è un lavoro che si è storicizzato. E’ diventato un simbolo.


Per quanto tempo è rimasto a Beirut nel 1991? C’era mai stato prima?


Sono rimasto tre settimane. No, non c’ero mai stato prima. Però avevo visto alcune cartoline della Beirut favolosa da “Mille e una Notte”, soprattutto degli anni Venti e Trenta. René Burri, che faceva parte del gruppo di fotografi coinvolti nel progetto, (eravamo sei in tutto: Robert Frank, René Burri, Josef Koudelka, Raymond Depardon, Fouad Elkoury, e io) e stava nel mio stesso albergo, aveva portato con sé delle fotografie di Beirut degli anni ’50. In quelle foto si vedevano alberghi lussuosi, tipo il Fenix, con colonne e mosaici, tante persone, bellissimi abat-jour e night club. Mentre io due anni fa ho sono tornato sul posto e ho fatto il lavoro sulla Beirut del dopo, lui aveva quello sulla Beirut di prima della guerra. E’ fantastico! Sarebbe interessante vedere le tre sezioni del tempo: la Beirut favolosa, quella della guerra, e quella attuale dalla dimensione post moderna, una sorta di Las Vegas.


A parte con Burri, ha avuto modo di confrontarsi con gli altri fotografi?

No, perché non eravamo lì contemporaneamente. Ci avevano dato un limite di tempo – l’autunno del ’91, senza superare il mese di dicembre – perché era in programma un libro e una mostra, finanziati dalla Fondazione di Rafik Hariri, l’ex primo ministro morto di recente nell’attentato, su progetto della scrittrice libanese Dominique Eddé. Eravamo liberi di andare dove volevamo all’interno di un perimetro, che era quello della distruzione. Ai bordi di questo perimetro la distruzione era sempre meno evidente, finché come in una specie di tessuto cicatriziale diventava un tessuto normale, quello del Mediterraneo. Del resto anche in molte città italiane è così. Nella stessa Milano ci sono ancora oggi delle cicatrici della città che risalgono alla seconda guerra mondiale.


Si era documentato prima di partire?


Nel 1991 o nel 2003? La seconda volta c’era la mia esperienza precedente e avevo ancora le carte, poi devo dire che la Fondazione Rafik Hariri, su mia richiesta, ci aveva messo a disposizione un autista, i plastici, insomma un’organizzazione che non ho mai visto altrove. Nel ’91, invece, non sapevo nulla, tranne dov’era il Libano. Però c’era Dominique e alcuni suoi amici giornalisti e scrittori che ci hanno accompagnato. Ricordo il giorno in cui sono arrivato. Malgrado fosse pomeriggio era tutto buio. Ho comunque chiesto di fare subito un giro per la città. C’era un silenzio profondo e ogni tanto il rumore dei generatori elettrici di qualche albergo. Si vedevano i contorni degli edifici. Era una specie di cimitero imponente. Era anche pericoloso, perché il terreno non era stato ancora completamente bonificato dalle mine. Si percepiva un’incredibile densità dell’aria. Questo ha creato un doppio sentimento, da una parte un po’ di paura, dall’altra di eccitazione. Credo che la fotografia si muova sempre intorno a questi due elementi.

Quando è tornato a Beirut nel 2003 ha trovato una città molto diversa. Cosa ne pensa dei lavori che sono stati fatti?


Il mio punto di vista sui cantieri in generale, non solo su Beirut, è molto soggettivo. Se la domanda aspetta una risposta all’interno della piattaforma del dibattito architettonico, le dico che non mi assumo questa responsabilità. Sia perché considero il mio un lavoro di osservazione, sia perché – per come la mia vicenda di fotografo si è svolta nel tempo – non mi interessa dare un giudizio. Anzi prendo tutta la distanza. Spesso il mio lavoro – a parte Beirut – contiene modelli di architettura colta e non-modelli, ovvero architetture di una mediocrità diffusa. La città per me è questo. L’incarico di documentare la ricostruzione del centro di Beirut arrivava da una rivista di architettura – Domus – e sono partito da un sopralluogo direttamente legato agli edifici e ai luoghi già fotografati nel 1991. E’ una pratica classica della fotografia: si è fatto ad esempio nel dopoguerra con fotografi celebri, a Berlino o Colonia, per vedere come le città hanno ripreso forma. A Beirut in alcuni punti lo spazio coincideva perfettamente, nel senso che sembrava che ci fossero stati interventi di restauro, ma in realtà gli edifici erano ricostruiti con un linguaggio retorico finto. Credo che i restauri veri siano pochi, e la zona dei ministeri, dove c’è anche l’Ambasciata d’Italia, è stata ricostruita rispettando molto la forma del passato. Altre parti, invece, sono sparite. Parlo delle zone che vanno oltre questo spazio – in particolare Place des Martyrs, che era la piazza principale della Beirut vecchia – dove non c’è più niente. Grandissimi spazi vuoti che arrivano al mare. Proprio vicino al mare è stato rifatto un tracciato planimetrico con un nuovo piano regolatore che prevede nuovi edifici, alberghi, luoghi per il turismo e un’enorme darsena. Quindi c’è un ridisegno della città in funzione di un interesse turistico culturale d’espansione – speculativo – come avviene dappertutto.


Emotivamente che impressione le ha fatto Beirut?


Con che coscienza posso dire che la mia Beirut è quella del 1991, legata alla morte e allo stesso tempo ad un passato che non c’è più? L’esperienza é stata molto forte, perciò rivedere una Beirut – un po’ di plastica, diciamo – è stata molto diversa. E’ un discorso che può sembrare snob, lo so, perché la vita continua ed è giusto che sia così. Però vedere le auto dei ricchi o i negozi degli stilisti italiani mi ha fatto un certo effetto, sembrava di stare a Parigi, in una parte di Saint-Germain. Nel ’91, invece, non c’era niente, ogni tanto passava qualche carretto. E’ chiaro che la città vuole tornare agli splendori di una volta. E provo un dispiacere molto soggettivo che si nasconde in quella zona tumultuosa in cui i sentimenti devono rimanere inespressi. Sentimenti legati non tanto alla nostalgia, quanto ad un’esperienza che, essendo stata forte, ha lasciato una traccia altrettanto forte. La Beirut di oggi è, se non ci fossi stato prima, una città normale con le sue vicende di identità contemporanea. A me interessano molto le periferie e i condomini di periferia, e quindi, da questo punto di vista, Beirut non è meno interessante di altre città, ma il confronto con l’esperienza e la memoria precedente tocca delle corde speciali.

Come nasce, invece, l’idea della mostra a Villa Medici, in cui saranno esposti i provini dei 578 scatti che ha fatto a Beirut?


Nella mostra alla galleria VM21 c’è il corpo del lavoro. Il progetto della mostra di Villa Medici, invece, è nata successivamente. Mi era stato chiesto di estendere il lavoro di Beirut, un lavoro poderoso che nessuno ha mai visto nella sua totalità perché le foto non sono mai state stampate tutte. Perciò ho pensato ad una mostra di provini a contatto. Tra l’altro essendo di formato 10×12 le fotografie sono visibili anche ad occhio nudo. L’idea è quella di un fiume di immagini che abbiamo chiamato “Atelier Beirut 1991″.

Come mai ha pensato di usare anche il colore?


Se glielo dico non ci crede! Potrei inventarmi una storia di tipo concettuale sulla fotografia a colori dei luoghi. La realtà è che, essendo alla fine del mio soggiorno, avevo usato tutte le pellicole in bianco e nero che mi ero portato. Il giorno in cui sarei dovuto ripartire, però, c’era un vero e proprio nubifragio e dato che non mi piace troppo volare ho fatto di tutto per rimandare la partenza. In quei quattro giorni in più in cui sono rimasto a Beirut ho usato il colore. Non l’avevo mai usato fino a quel momento.


Quanto è stata libera da condizionamenti la scelta delle immagini?


Nel caso di Beirut la scelta è stata totalmente libera. Il condizionamento sono io, nel senso che il mio lavoro è fortemente legato alla riconoscibilità. Appartiene, cioè, a quella definizione che si chiama “stile documentario” – una coniazione di Walker Evans – che vuol dire documento, ma sottintende l’intenzionalità estetica. Quindi a Beirut non ho avuto nessun limite se non quello geografico e topografico.

© CultFrame 05/2005

 

IMMAGINI

1 2 3 © Gabriele Basilico. Beirut, 1991. Courtesy Galleria VM21, Roma

 

INFORMAZIONI MOSTRE

 

Beirut 1991

Dal 19 aprile all’8 luglio 2005

Galleria VM21 Artecontemporanea / Via della Vetrina 21, Roma / Telefono: 0668891365

Lunedì – venerdì 11.00 – 19.30 / sabato 16.30 – 19.30

Ingresso libero

 

Laboratorio Beirut 1991

Dal 21 aprile al 22 maggio 2005

Atelier del Bosco – Vila Medici / Viale della Trinità dei Monti / Telefono: 066761291

Tutti i giorni 11.00 – 19.00 / chiuso martedì

Biglietto: intero 8,00 euro / ridotto 4,50 euro

 

LINK

FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma

Il sito di Villa Medici