Intervista a Caio Mario Garrubba. FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma 2005

caio_mario_garrubba-casablancaRoma. L’ironia discreta di Caio Mario Garrubba (Napoli, 19 dicembre 1923) è quella della persona colta che sa guardare la realtà con spirito acuto, anche un po’ romantico. Lo sguardo di chi ha creduto nei cambiamenti, politici e sociali, fotografandoli per più di quarant’anni. Il primo giornale con cui collabora è Il Mondo, altri suoi reportage famosi sono quello sulla Polonia del ‘57, l’Urss di Krusciov o la Cina di Mao. Autore di vari libri fotografici, il primo é Le due Germanie (1963), Garrubba ha pubblicato anche due cartelle di grande formato sui manifesti della rivoluzione russa e su quelli del cinema degli anni Venti. Da una decina d’anni ha smesso di usare la macchina fotografica, semplicemente perché si è stancato. Ora osserva con disincanto il presente.


Come è nato l’amore per la fotografia?


Non parliamo di amore. Il lavoro non si ama, si fa. Lavoravo da un po’ all’INCA, l’Istituto di Assistenza Confederale della CGIL, ero capo dell’ufficio stampa e dirigevo un giornaletto. Ma mi annoiavo terribilmente. In precedenza avevo lavorato in un settimanale della CGIL, dove mi occupavo di foto, ma non mi era mai venuta in mente di fare il fotografo. Anzi, la prima volta che sono stato in Spagna da solo, nel ’47, portai una piccola macchina fotografica, ma non feci neanche una foto.


Quindi arrivò alla fotografia casualmente?


No, casualmente proprio no. C’era una preparazione visiva notevole. A casa, in Calabria, avevamo una biblioteca d’arte molto vasta. In quei quattro, cinque anni che ho vissuto a Strongoli, l’antico paese della Magna Grecia, in provincia di Catanzaro, non facevo che cibarmi dalla mattina alla sera di libri d’arte. Poi, negli anni ’50, conobbi De Martiis che all’inizio faceva il fotografo, poi ha dato vita alla Galleria La Tartaruga. Gli comprai anche alcune foto dell’alluvione del Polesine. Plinio, però, era più interessante come gallerista che come fotografo. Tutta l’arte contemporanea è venuta dalla sua galleria, da Ceroli a Schifano. Anche gli americani sono stati esposti lì per la prima volta, Rauschenberg e gli altri protagonisti della pop art. Insieme creammo una cooperativa di fotografi di tipo sovietista, dove ognuno lavorava quanto poteva e prendeva quello che gli serviva. Eravamo io, De Martiis, Nicola Sansone e Franco Pinna. Fu una cooperativa notevole per l’epoca. Durò un anno.


L’incontro con Plinio De Martiis, quindi, fu decisivo.


Si. C’era stata, innanzi tutto, una grande simpatia. Lui mi ha incoraggiato ad aprire questa strada. Quindi mi sono dimesso dal posto che avevo e me ne andai in Spagna con una Rolleiflex che mi cadde il secondo giorno che ce l’avevo, a Largo Chigi, ma per fortuna si ammaccò solo un po’. Era il 1953 ero già grande, avevo trent’anni.

 
Parliamo di Cartier-Bresson, che lei ha conosciuto personalmente.


Sì, ho conosciuto personalmente Cartier-Bresson. Una volta ero a Parigi, gli telefonai e ci vedemmo. Gli feci vedere quel libro che non ho mai pubblicato sul socialismo reale. Lui mi consigliò di mettere in copertina la foto della colomba. Lo stimo moltissimo perché è stato un fotografo eccezionale di grande intelligenza e cultura. Cartier-Bresson è letterario, sublima al massimo la cultura. Una sua fotografia è un racconto, potrebbe essere anche una poesia concentrata. Forse non è stato un fotografo di lotta. Ma poi perché bisogna essere un fotografo di lotta? Chi lo è veramente? Cartier-Bresson non si è fatto minimamente influenzare dall’esterno. In questo è un prodotto tutto suo personale. E’ stato sicuramente uno dei miei punti di riferimento, anche se in realtà mi sono sempre sentito più vicino a Eugene Smith.


L’incontro più significativo?


Con mia moglie Alla Folomietova, mia compagna, amica, assistente da 43 anni. Sul lavoro? Devo dire la verità che le persone importanti che ho fotografato mi stavano sempre antipatiche. Tant’è vero che ho tutta una serie di scatti, ad esempio di Breznev, che se le avesse viste mi avrebbe preso a calci nel sedere… Cercavo di fotografarlo nei momenti più fetenti. Se invece parliamo al di fuori dell’aspetto professionale, mi è capitato spesso di fare incontri significativi. Soprattutto a Napoli, sarà pure un fatto sentimentale perché sono nato lì. Incontri di strada, camminando con la macchina fotografica.


Culturalmente, invece, quale è stato il personaggio più importante?

Hemingway. Prima ancora, perché durante il fascismo Hemingway non era ancora stato tradotto, c’erano altri americani che pubblicava Bompiani. Mio fratello portava a casa libri di James Cain, Cane, Faulkner, Saroyan, Steinbeck e io li leggevo. Ricordo, poi, che nell’antologia Americana curata da Vittorini c’era una fotografia che mi colpì moltissimo, forse addirittura mi ha condizionato. La foto di una donna seduta su un letto, con un volto e una luce formidabili, che dice “Domani è un altro giorno”. Non ho mai saputo chi fosse l’autore di quella foto, perché Vittorini non lo indicava. Quindi la letteratura americana è stata importante, insieme ai classici russi. A casa avevamo anche una collezione della rivista Slavia e di Russia. Mio padre aveva studiato un po’ di russo, io invece ho sposato una russa!

caio_mario_garrubba-madrid

 


E’ stato definito il fotografo del comunismo…


E’ molto vago. In che senso? Nel senso di propagandista del comunismo o di un critico del comunismo? Lei si riferisce alla frase di Goffredo Parise, ma lui aveva specificato che era il comunismo della speranza, non quello reale. Del resto la verifica della speranza era un titolo che ero stato io a suggerirgli. Parliamo di quel comunismo che si è realizzato in Unione Sovietica e nei paesi dell’est, come speranza di giustizia, di un mondo migliore. Purtroppo i problemi posti da quest’esigenza non sono stati risolti, sono ancora qui. La gente oggi non si meraviglia più dei bambini che muoiono di fame. Prima c’era la speranza che tutto questo potesse cambiare. Oggi non ci si pone più il problema della fame del mondo, oppure se qualcuno lo fa è in maniera assolutamente risibile. Concretamente non succede nulla. Si usa il termine “solidarietà”, che francamente vuol dire “elemosina”. Ad esempio ricordo che negli anni ’50 quando morivano gli operai per incidenti sul lavoro la notizia usciva in prima pagina sui giornali. Oggi c’è sì e no un trafiletto, spesso solo in cronaca locale. E’ un grande problema, anche questo degli incidenti sul lavoro, parliamo solo in Italia di migliaia di morti ogni anno.


Le è mai successo di non poter fare un servizio fotografico per problemi burocratici?


Una volta, in Unione Sovietica, chiesi i permessi per un servizio sulla Caccia alla tigre siberiana. Mi risposero, però, che erano molto dispiaciuti, ma non c’era neanche più una tigre. Possibile che erano sparite all’improvviso tutte le tigri? Naturalmente ero molto arrabbiato, ma non potevo neanche non ridere di fronte ad una tale assurdità. Un’altra volta, nel ’68, avevo visto il reportage su una miliziana. Era una bella ragazza bionda, tenente di polizia. Chiesi i permessi per poterla fotografare. Il giorno dopo ci vennero a prendere con una macchina e ci portarono in un commissariato. Al posto della bella ragazza, però, comparve una donna più vecchia, brutta e con i capelli cotonati. Mi alzai subito, ringraziai, e dissi che ci saremmo risentiti per il servizio, ma non richiamai mai più. Era una provocazione da parte loro, forse non volevano che la ragazza si montasse la testa, coltivando il culto della personalità. Cose del genere succedevano ogni tanto.


Perché in Italia non ha avuto successo, invece all’estero era molto conosciuto?


Chi è che ha avuto successo in Italia? Bavagnoli e Cagnoni erano conosciuti soprattutto all’estero. Chi sono gli altri? L’unico giornale che usciva con le foto era il grande Espresso di Benedetti. Forse anche L’Europeo. C’è stato un tentativo quando Mondadori ha fatto Epoca, chiamando fotografi americani. Voleva essere una sorta di Life. Ma dopo poco si rivelò un fallimento economico totale. L’Italia non ha avuto una cultura fotografica. Non ce l’ha tuttora. In Italia non sono esistiti i picture editor. Il fotografo è stato considerato sempre un mezzo paparazzo, o comunque uno che fa clic. Né si sono tentate strade anche minime con piccoli successi. No, era un partito preso. In Italia il fotogiornalismo non è mai interessato. Tant’è vero che i grandi fotografi italiani non hanno lavorato per i giornali. Berengo Gardin, ad esempio, che inchiesta ha mai fatto? Oppure qualcuno che ha fatto un viaggio che non fosse turistico, ma socio-culturale. Dove stanno i reportage? I tentativi sono stati pochi, De Biasi o anche Cascio, che però dopo pochi anni non ha fatto più foto. Pinna poverino è morto. Oppure Mulas e Giacomelli, che sono bravi ma hanno fatto tutt’altra cosa. Insomma in Italia il reportage classico non è mai stato fatto. Anche perché non c’è stato mai alcun responsabile dell’immagine che abbia dato delle direttive al fotografo. Perché di solito i grandi reportage sono suggeriti dal photo editor. Mai in Italia sarebbe potuto succedere come in Germania, dove un giornale come Stern è stato diretto per anni – anche molto bene – da un fotografo, Gilhausen.

caio_mario_garrubba-moscaCi racconti la storia di due fra le sue fotografie più significative, scattate a Casablanca e a Mosca…


Casablanca l’ho scattata nel quartiere chiuso, abitato solo dalle prostitute, che allora – siamo nel 1954 – era controllato dalla polizia. Scattai due foto di nascosto con la Rollei. Tra la ragazza e il soldato c’era una certa intimità, sembrava che i due si conoscessero già. Forse lei cercava di convincerlo. Affari loro. Comunque mi è andata bene, perché il soldato si accorse che avevo fatto le foto e mi si avvicinò di corsa, ma negai l’evidenza. Insomma feci una cosa alla napoletana… La foto è bellissima, lo sapevo anche mentre la scattavo. Questa è la prima fotografia che ho venduto ad un collezionista. Luisa Spagnoli la comprò alla mostra “Un punto di vista”, che feci nel ’61 alla Galleria La Tartaruga, pagandola 80.000 lire. All’epoca era tanto! L’altra è stata scattata a Mosca, nel 1957, al mercato degli uccelli. Giravo accompagnato da una guida. Il posto era straordinario, un mercato dove ogni domenica si vendono e comprano uccelli, animaletti, cani, gatti, galline… Feci un reportage molto lungo. Ho avuto la fortuna di fare questa foto. Perché di fortuna si parla, infatti se la testa del colombo si fosse spostata di poco, non sarebbe mai uscita una foto del genere.


Il suo archivio è a Spoleto?


Sì. Ci sono soprattutto negativi e stampe a colori. Non è molto numeroso, perché ho sempre puntato alla qualità più che alla quantità. Quando ho iniziato a fotografare, mi ricordo che uscivo per Napoli e tornavo dopo quattro/cinque ore con massimo sei scatti. Ricordavo esattamente ogni scatto. Però ho sempre avuto il terrore, finché non avevo in mano le stampe, che non si vedesse nulla. Mi ricordo, in particolare, quando tornai dalla Cina portai subito le foto dallo stampatore. Capirai, ero stato fuori due mesi! Ero il secondo fotografo, dopo Cartier-Bresson, ad essere entrato in Cina nel 1959. Un’altra paura che avevo, ricorrente nei sogni, era insieme alla licenza liceale, il terrore di dimenticare le macchine fotografiche.

Lei ha viaggiato molto. Quale è stato il viaggio che ricorda con maggior piacere?


Il posto dei divertimenti è sempre stato la Spagna. Questo paese è legato ad una sorta di allegria intellettuale. Gli spagnoli stessi sono allegri, hanno un buon cognac, si mangia, si beve…


C’è una foto che non ha mai fatto, ma che le sarebbe piaciuto fare?


Non so. Scoop certamente no. Del tipo Mao Tze Tung che prende a pugni Krusciov. No, il discorso commerciale non mi interessa. Certe immagini che è impossibile rendere fotograficamente, forse si. Mi ricordo un fatto che successe mentre mi trovavo a Barcellona nel ‘47. Dovevo andare in treno a Madrid, perciò ero alla stazione. Veramente erano tre giorni che tornavo alla biglietteria della stazione, per prenotare il posto, ma ogni volta tornavo indietro perché era sempre tutto pieno. L’ultima volta c’era un signore in fila, era vestito molto modestamente e aveva la faccia grigia. Insieme a lui c’era una ragazza molto bellina che avrà avuto dodici/tredici anni e un bambino piccolo. Non facevano che discutere. Ad un certo punto l’uomo se ne andò via e la ragazza lo seguì. Era dietro di lui e gli sputava sulla nuca. Ecco, un’immagine del genere come si può fotografare? Era un fatto strano. Mi sono sempre chiesto che si saranno mai detti. Lui, rigido, sapeva che la ragazza gli stava sputando, ma camminava come impalato. Vedo benissimo tutta la scena davanti a quel botteghino che era di una miseria e uno squallore incredibile. Un’immagine del genere si può solamente raccontare per scritto, o riprendere con una macchina da presa.

©CultFrame 03/2005

 

IMMAGINI

1 Caio Mario Garrubba. Casablanca 1954

2 Caio Mario Garrubba. Madrid 1955

3 Caio Mario Garrubba. Moskva 1957

INFORMAZIONI MOSTRA

Caio Mario Garrubba – Fotografie 1953-1990

Dal 17 aprile al 26 giugno 2005

Cinecittàdue Arte Contemporanea

 

LINK

FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma

 

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