Back to the Sea. Padiglione Israele. 9a Mostra Internazionale di Architettura di Venezia

ran_slavin-metamorph1Il Padiglione Israeliano per la Biennale Architettura è una tra le proposte più interessanti – dove si giustappongono mature tendenze culturali, fatte di densi incroci tra le tante anime del paese, ed interessanti esplorazioni su temi crossing (tra arte, attualità, utopie e scenari). Anche per la 9a edizione, curata da Kurt Forster, il Padiglione si rivela tra le migliori proposte tra quelli visitati. Oltre Israele, da visitare quello Giapponese (trasformato in un gigantesco megastore dedicato ai games e ai manga della generazione Otaku), quello Taiwanese, poco fuori dai Giardini, al Palazzo delle Prigioni, oltre che il premiato Padiglione Lussemburgo (Ca’ del Duca).


Come per gli altri progetti invitati da Forster, anche la partecipazione israeliana, curata da Yael Moria Klain e Sigal Barnir rappresenta un coacervo di studi, partecipazioni artistiche, progetti e montages che ruotano attorno a un’idea di mondo perfettibile che si vuole tangibile e non solo da sognare. In cui sia progettisti che urbanisti si interessano alle derive delle arti visive, alle problematiche sociali, ad un’analisi rinnovata della storia del territorio, dei popoli – andando alle radici economiche e politiche di sconfitte, vittorie, crisi sociale, memoria e futuro.

In questo ed altri Padiglioni, una critica, niente affatto occasionale, a posizioni, status, icone proprie della sociologia e dell’agire politico, viene massicciamente incontro allo spettatore, sia esso interessato al tema principale della Biennale (le metamorfosi), sia soltanto curioso per le installazioni di arte scelte dai curatori per completare il percorso degli architetti, dei designer, degli urbanisti selezionati.


Klain e Barnir presentano una mostra dal titolo “Back to the Sea”. Il percorso esamina l’evoluzione architettonica della fascia litoranea della città di Tel Aviv, toccando anche questioni di interesse globale quali le spinte del mercato immobiliare, l’ecologia, la realizzazione di isole artificiali e la preservazione del litorale. La mostra usa linguaggi complessi: la grafica, l’installazione, la videoarte ed una sorta di spazio relazionale curato da un’artista: tutte le espressioni sono state esposte con lo stesso piano di visibilità ed autonomia ed insieme esse concorrono abilmente a rendere il tema della ricerca. Che è una nuova interpretazione del mare e della sua metamorfosi: il ritorno al mare, il vivere con il mare dietro (back to the sea), oppure un andare verso il mare.

I curatori dichiarano: “lo scopo della mostra è rievocare il movimento del pendolo, oscillante fra il significato di due frasi: “Di ritorno al mare” e “Con le spalle al mare”. Tale movimento ha ispirato nel ventesimo secolo una lunga serie di progetti architettonici: piani regolatori, grattacieli, isole artificiali, prosciugamento di tratti di mare, distruzione di case, riassetto di spiagge e di spazi pubblici. Alcuni di questi progetti sono stati trasformati in realtà, altri – la maggior parte – sono rimasti sulla carta a causa di cambiamenti culturali, economici, politici o mutamenti della moda architettonica. Impiegando tali materiali la mostra traccia la metamorfosi della sfida architettonica di fronte al mare – così come trova espressione nello spazio fisico e in quello architettonico virtuale – e i meccanismi di creazione di ordini politico-architettonici a fronte di forze anarchiche operanti nello spazio costiero.”


Difficile trattenersi dal leggere i progetti presentati in chiave non architettonica, ma artistica: tralasciamo quindi i progetti di studio e, sovvertendo l’ordine di visita, andiamo dritti a cercare gli stimoli artistici più prepotenti anche se siamo in una Biennale Architettura. Ne troviamo tre, che rappresentano l’esplosiva congiunzione di videoarte, critica urbanistica e public art.


ran_slavin-metamorph2
ran_slavin-metamorph3ran_slavin-metamorph4

Appena dopo l’entrata, un video wall presenta l’opera video più bella, Insomniac City (dvd loop, 27 minuti) dell’artista Ran Slavin. E’ un incredibile report audio-visivo sperimentale in cui l’uso di effetti grafici e di sincroni con il suono, narrato in soggettiva, crea e presenta una realtà futura, virtuale e onirica, a fianco della realtà moderna di Tel Aviv. Il film sembra voler riscrivere, tra realtà ed utopia, uno spazio urbano contemporaneo (la città presente e quella immaginata) visto dall’alto. I toni predominanti – il grigio, il violetto e i toni cangianti di oggetti stravolti dalla videografica – inchiodano lo spettatore, grazie soprattutto al sound design ossessivo e lancinante, ad atmosfere che, secondo i curatori vengono da “realtà, architetture radicali, sogni, presente, futuro, isole artificiali.”


Al primo piano del Padiglione, sulla sinistra, è ospitato il progetto Neuland (curatori: Ganit Mayslits Kassif, Ehud Kassif). Fortemente intriso di rimandi socio-politici nella scelta delle grafiche e dell’impaginazione degli splendidi cataloghi di cui è composto, il progetto si sfoglia, si ascolta e si guarda con 5 monitor che contengono dozzine di videodocumenti (interviste, immagini di repertorio, che vanno ascoltati e guardati insieme al catalogo posto innanzi, in stile Documenta). Perché si chiama Neuland? Il nome Tel Aviv deriva dalla traduzione ebraica del titolo del libro di Theodor Herzl Altneuland (traduzione letterale: Terra antica e nuova) in cui Herzl predisse la fondazione dello stato ebraico.

L’approccio è strabiliante ed iper-contemporaneo: peccato che alcuni video siano solo in ebraico (senza sottotitoli in inglese), come la esilarante intervista ad un gruppo di writers israeliani mentre compongono un’insolita slam session (poesia improvvisata a ritmo di rap) e dipingono una facciata, presenti alcuni dj che mixano tracce, nel cortile del campus dove avvengono i loro incontri. I curatori propongono la creazione di uno spazio nuovo, Neuland appunto, posto sul mare e speculare alla città di Tel Aviv – come base per la realizzazione di sei progetti di giovani architetti. Neuland, forte critica alla realtà in cui vivono gli autori, è sì una sagace, dolce-amara utopia, ma propone anche strumenti concreti per elaborare una nuova concezione dello spazio urbano e sociale. Audaci alcune proposte per quartieri residenziali, re-interpretati con piccoli interventi urbanistici (come Urban Quilt, dedicato a Hatikva, di Oren Ben Avfraham e Maor Roytman) oppure “Suede, all-in-out” (Roee Hemed e Jonathan Dror) che incentiva la qualità e quantità della vita in strada, in contrapposizione alla progressiva interiorizzazione forzata e conseguente perdita della socialità propria di spazi pubblici da parte di molti cittadini.


Sea & Sun, è forse la provocazione meglio riuscita degli interventi selezionati a Back to the Sea. L’artista Shelly Federman, presente all’inaugurazione, in collaborazione con Yehoshua Simon e tanti altri, ha creato un’opera da vivere, in cui permanere, gustando una limonata, acquistando gadget… e guardando da un peep-show (costo 1 euro) il tramonto di Tel Aviv…. L’opera è situata nel cortile del padiglione: si compone di sabbia di Tel Aviv, sdraio, ombrelloni e tavoli colorati. Affronta il tema della speculazione immobiliare lungo la fascia costiera e la salvaguardia dell’ambiente. Se infatti il mare è di tutti come mai intere zone litoranee vengono confiscate a favore di progetti architettonici per soli ricchi o per turisti? La spiaggia di Tel Aviv è ormai resa “privata” a causa dell’abbondanza di edilizia privata di fascia lussuosa: nel giardino del padiglione, è necessario pagare per vedere il tramonto (1 euro) per simulare la realtà turistica della costa israeliana: in questo caso il contributo raccolto nella mostra sarà dedicato alla salvaguardia delle coste mediterranee.

Shelley Federman, che vive tra Tel Aviv e New York, distribuisce a Sea&Sun dei bigliettini da visita in cui lei stessa, da art contractor, si finge sub-agente della principale immobiliare israeliana, e vende lussuosi appartamenti. Non nuova a sottili provocazioni, recentemente ha esibito in una collettiva (dal titolo Sharon, finita a giugno scorso, alla Rachel&Israel Pollack Gallery) in cui il subvertising, la critica alle incessanti edificazioni ed ai roboanti pick-up usati dalla generazione Sharon (da cui il titolo della mostra), lo sfondo delle tensioni del paese, alcuni clip delle soap opera israeliane, si mischiavano schizofreniche alle utopie che l’artista puntella in ogni sua apparizione.


Il bel catalogo della mostra è una scatola bianco-blu contenente due raccolte di articoli, il volume riassuntivo di Back to the Sea e 68 cartoline della dimensione della scatola che ripropongono i progetti esposti (compresi Neuland e Sea&Sun).


©CultFrame 09/2004

 

 

IMMAGINI

Ran Slavin. Insomniac City. Dvd loop, 27’

 

INFORMAZIONI

Dal 12 settembre al 7 novembre 2004

Giardini della Biennale, Venezia / Telefono: 0415218828

Orario: Tutti i giorni 10.0 – 18.00

Biglietto: intero 12 euro / ridotto 10 euro

Cura: Yael Moria Klain, Sigal Barnir

 

LINK

Il sito di Ran Slavin