Antonella Monzoni – Lalibela. Primo premio Portfolio in Villa – Solighetto 2004

“Per lo spessore contenutistico, la complessità dell’ambiente rappresentato e l’indagine di carattere antropologico. Elementi perfettamente armonizzati da un linguaggio espressivo di raffinata intensità”. Con queste motivazioni la giuria del Festival Internazionale di Fotografia di Solighetto (IX edizione) ha attribuito il primo premio ad Antonella Monzoni.

La fotografa emiliana è ormai una certezza del panorama italiano. Con la forza delle sue immagini, la profondità dei suoi lavori, la curiosità visiva che la contraddistingue e la personale ed anticonvenzionale interpretazione del reale è riuscita a dare una nuova (e insperata) vitalità al fotoreportage, genere fin troppo inflazionato e imprigionato in schemi espressivi, narrativi e commerciali ormai datati ed artisticamente inefficaci.

Con il portfolio presentato a Solighetto, realizzato in Etiopia presso Lalibela (città santa della comunità cristiana ortodossa), è penetrata con abilità in un universo segreto e misterioso nel quale il rituale religioso si contraddistingue per un’atmosfera archetipica. L’occasione era la veglia pasquale del sabato santo, evento mistico vissuto in un’atmosfera caratterizzata da una fede arcana, in una sorta di incontrollabile (e allo stesso tempo composta) vertigine dello spirito.


Ebbene, il dispositivo ottico è diventato semplicemente il prolungamento dell’occhio di Antonella Monzoni, il suo sguardo denso di umanità uno strumento di racconto non concentrato, però, sulla mera rappresentazione realistica ma sull’impressione interiore, sull’emozione catartica. Le sue immagini colgono delle situazioni indefinibili, lampi sfuggenti di luce, figure fantasmatiche, corpi eterei leggerissimi che sembrano materializzarsi improvvisamente.

Il bianco e nero è usato in modo quasi pittorico: ombre che diventano pennellate, flebili fiammelle che lasciano scie dell’anima, la sgranatura della stampa che introduce il fruitore in abisso arcaico di sensazioni interiori. Ed ancora: i forti chiaroscuri dal tono espressionistico, l’uso sapiente della sfocatura, il dettaglio improvviso. Un libro illuminato da una luce incerta, mani nodose poggiate su una veste bianca, volti caratterizzati da espressioni sognanti, visi colti nel precipizio del pensiero, occhi neri che guardano in macchina. Sono tutte aperture dell’animo, palpiti del cuore, emersioni irrefrenabili di un sentimento di vicinanza. Viene colta l’essenza più stratificata della vita di questa popolazione descritta, dunque, più con la sensibilità creativa della pittrice che con la vibrante e narcisistica verve della fotoreporter.


Proprio per i fattori contenutistici e stilistici appena elencati rifiutiamo di considerare il lavoro di Antonella Monzoni sulla comunità cristiana di Lalibela semplicemente e rigidamente di tipo etno-antropologico, tanto meno sociale. Si coglie, infatti, nei suoi scatti un distacco “genetico” e salutare da una concezione banalmente documentativa e culturalmente e ideologicamente limitata della fotografia. All’artista modenese non interessa l’esteriorità dei soggetti ma ciò che di simbolico essi rappresentano. Non cerca la bellezza o l’effetto estetizzante, la stucchevole e ovvia raffigurazione del contento socio-ambientale, ma la poesia della esistenza e quanto di arcano ogni popolo conserva nel suo patrimonio. Intende far venire alla luce le radici più nascoste della civiltà umana per farci comprendere come spesso ciò che appare distante da noi geograficamente sia in realtà molto vicino dal punto di vista puramente interiore. Basta volgere verso “gli altri” il nostro sguardo e lasciare che la nostra mente assorba rumori, odori, suoni e produca l’ubriacante percezione del sogno ad occhi aperti, l’unica possibilità di avvicinarsi alla reale (in)consistenza della vita.


© CultFrame 07/2004

 

IMMAGINI
Antonella Monzoni. Lalibela