Forme dell’impronta. Cinque fotografie di Brandt, Cartier-Bresson, Doisneau, Stieglitz, Strand. Un libro di Jean-Marie Floch

jean_marie_floch-forme_improntaIl libro si propone, secondo la prospettiva semiotica, la descrizione di cinque fotografie. Afferma Jean-Marie Floch, nell’introduzione: “Lasciando che lo sguardo le investa e ci obblighi ad andare avanti nell’analisi. Vogliamo rendere conto della particolarità di una fotografia e non convincere (e convincerci) della specificità della Fotografia“. L’ analisi ad opera di Floch, secondo l’approccio semiotico strutturale, che deriva dagli studi di Saussure, Hjelmslev e Greimas, si concentra sulle forme significanti, sui sistemi di relazione che fanno di una fotografia, ne costituiscono un oggetto di senso. Il noema della fotografia secondo la riflessione di Roland Barthes, “la cosa è stata là”, o quella di Dubois sul doppio principio della fotografia, di distanza e di prossimità, di connessione e divisione del segno col suo referente o l’essere della fotografia effettivamente e tecnicamente un’impronta, vengono accantonati. L’analisi di Floch si concentra sulle possibili forme dell’impronta e su come queste forme la rendano un oggetto di senso possibile, generato dal rapporto tra l’occhio e la mente.

La prima immagine che viene presa in esame è una foto di Robert Doisneau, Il Fox-terrier sul Pont des Arts, del 1953. Nella scena compaiono un pittore che sta dipingendo un nudo, per così dire fuori contesto, con tela, tavolozza e pennelli in direzione di una scena urbana, un piccolo borghese che si incuriosisce al nudo ed un fox terrier come elemento di incoerenza sovversiva. Il racconto si basa “sulla connessione di due manipolazioni (la prima fa di un passante lo spettatore di una scena di strada, la seconda fa in modo che questo spettatore trovi somigliante, conforme alla realtà, l’immagine che guarda)”.

“Ogni analisi geometrica, ogni riduzione a uno schema può essere prodotta, ovviamente, soltanto dopo che la foto è fatta, sviluppata e stampata e può servire solo come materia di riflessione. Spero di non vedere mai il giorno in cui i mercanti venderanno schemi incisi su lastre traslucide”

afferma Henri Cartier-Bresson ribadendo implicitamente che quello che conta è il risultato, il risultato della visione. L’arena di Valencia è una fotografia che si presenta come la giustapposizione di tre elementi: un ragazzo, un numero dipinto su una staccionata, un guardiano (si suppone dal cappello che indossa) con una lente dell’occhiale che riflette luce bianca. Questa fotografia non può essere considerata né la riproduzione della realtà, né la registrazione di una messa in scena. “Se quest’immagine è narrativa, se c’è in essa il racconto di un flagrante reato, è perché la fotografia è innanzi tutto una composizione plastica. L’implicazione di chi la guarda non dipende tanto dal credito, dato ad ogni fotografia, di una fedeltà passiva alla realtà, quanto di una costruzione geometrica rigorosa, sebbene fatta al centesimo di secondo”.

Nel Confronto tra Il ponte di terza classe, di Alfred Stieglitz, del 1907 e La cancellata bianca di Paul Strand, del 1916, l’intento dell’autore è quello di mostrare come due prodotti della Straight Photography, senza ritocchi, né artifici potessero dar vita a due modi di vedere.


Il nudo di Bill Brandt è una fotografia basata sui bianchi ed i neri, sul disegno, sul suo essere modo di vedere la forma, sulla costruzione, la selezione, la gerarchia. E se nell’impostazione dell’autore il movimento delle linee ascendenti e discendenti del braccio e dell’avambraccio conferiscono effetti di senso “passionali”, la prova di Floch nel ribaltare orizzontalmente la fotografia finisce per privare di senso l’immagine, gettandola nella confusione di linee e rimandi che spingono l’occhio fuori dalla immagine stessa.

Il libro si conclude con la Postfazione di Luisa Scalabroni nella quale vengono presi in esame, seppur per cenni, le posizioni di Barthes, Kraukauer, Metz, Eco, Bourdieu e dello stesso Floch ribadendo il concetto per cui “solo una teoria dei discorsi, di tutti i discorsi- linguistico, visivo o architettonico può permettere di descrivere una particolare fotografia, di simulare il percorso generativo della sua significazione come della sua espressione plastica”.

© CultFrame 05/2004

 

 

CREDITI

Titolo: Forme dell’Impronta – Cinque fotografie di Brandt, Cartier-Bresson, Doisneau, Stieglitz, Strand / Autore: Jean-Marie Floch / Editore: Meltemi, Roma, 2003 / Collana: Segnature / 114 pagine / 17,00 euro / Edizione Originale: Les formes de l’empreinte / Editore: Pierre Fanlac, Périguex, 1986

 

INDICE DEL LIBRO

Introduzione / fotografie-Fotografia / Capitolo primo Robert Doisneau, Fox-terrier sul Pont des Arts, 1953 / Capitolo secondo Henri Cartier-Bresson, L’arena di Valencia, 1933 / Capitolo terzo Alfred Stieglitz, Il ponte di terza classe, 1907 / Paul Strand, La cancellata bianca, 1916 /  Capitolo quarto Bill Brandt, Nudo, 1952 / Bibliografia / Postfazione Luisa Scalabroni / Opere di Jean-Marie Floch