Videoartisti tredici anni dopo. Reportage di Roberto Cavallini

roberto_cavallini-theo_eshetu2Tutta la colpa è di Zbig Rybczynski e della rassegna dei suoi video all’Istituto Polacco di Roma e della British School at Rome, perché proprio in quella occasione ho sentito riecheggiare la parola videoarte, termine ormai dai connotati più archeologici che futuristici.

Ho ripensato alla mia vecchia ricerca del ’91 sui videoartisti, diapositive in 35 mm. che riesaminate una ad una con il lentino sul tavolo luminoso, mi hanno dato la sensazione di stare a sfogliare un album di famiglia, con il suo corollario di ricordi di fatti e di accadimenti che nulla hanno a che fare con le immagini sotto gli occhi, ma che hanno contribuito segretamente alla loro realizzazione.

Anni fa, tre giornate sul cinema elettronico e sull’alta definizione, di respiro internazionale, organizzata dall’Università la Sapienza di Roma da Guido Aristarco mi aprirono gli occhi su un mondo a me sconosciuto spingendomi alla ricerca dei videoartisti italiani.

La rozza giustapposizione dei significati dei termini video e arte mi sembrava che funzionasse bene per definire pittori, grafici, cineasti, scultori, realizzatori di effetti speciali, teatranti e scenografi che avevano contaminato la loro produzione artistica col mezzo elettronico e nessuno degli autori incontrati imbastì questioni “teoretiche”.

roberto_cavallini-ida_gerosa1Il viaggio cominciò con Mario Sasso che all’epoca aveva realizzato, tra l’altro, la testina rotante della macchina da scrivere che si trasformava progressivamente in un mondo per la sigla del TG3. Per parlare del suo lavoro e delle elaborazioni elettroniche usava carta e penna, disegnava story-board, impastava colori e proiettava ombre con lampade a mano su tele stratificate di cibachrome, acrilici, omini per plastici, ecc., ecc… Prima di cominciare quel lavoro avevo in mente le foto di Mulas sugli artisti della pop-art, ma soprattutto il taglio di Fontana: la foto di una messa in scena. Cercai anch’io di costruire le mie immagini, coinvolgendo i miei soggetti in un gioco di rappresentazione e autorappresentazione, non volevo realizzare ritratti psicologici, ma immagini in cui l’autore e l’opera, in una sorta di sovrapposizione di piani che restituissero il senso di quello che il mezzo elettronico, così come era usato dallo stesso videoartista, era in grado di generare. Fissare in una fotografia un flusso continuo di discorsi e di immagini composite, comporta delle scelte e la meraviglia della situazione, non sempre genera altrettanta fotogenia. Mario Sasso è stato fotografato, all’opera e simulando azioni ma l’immagine che più rendeva il senso di allegra profondità del suo lavoro e la comunicativa dell’uomo fu quella nella sua poltrona imbrattata di colore. Con Theo Eshetu, nato a Londra nel 1958, da padre etiope e da madre olandese, ma attivo in Italia, trascorremmo un pomeriggio che definerei di gioco e mentre mi mostrava il suo lavoro, il rapporto con l’Africa, con Roma, con l’elettronica, gli proponevo le foto e lui, immedesimandosi anche nel mio ruolo per i difficili problemi tecnici che avrei dovuto affrontare, scovava nel suo studio sostegni, cavalletti e diaproiettori.

Non sempre si ha a disposizione molto tempo per un lavoro e non è detto che la fretta generi sempre fotografie mal riuscite, non ci sono regole fisse. Mi verrebbe da affermare che, forse, la cosa che conta è la comunicazione tra fotografo e soggetto, ma rivedendo alcune tra queste fotografie, alle quali sono affezionato e che mi sono servite da esempio per altre immagini, devo proprio ribadire, con paradossale certezza, che non ci sono regole fisse.

roberto_cavallini-fabrizio_plessiEro stato dal poetronico (la definizione è sua) Gianni Toti, da Ida Gerosa, da Quartucci, da Baruchello che aveva invitato per l’occasione Lombardi e Laiolo, da Alba D’Urbano fra un arrivo ed una partenza per Berlino, da Lorenzo Taiuti che aveva in quei giorni sue istallazioni attive al Palazzo delle Esposizioni, dall’esplosivo Italo Pesce Delfino, accumulando parecchio materiale che, se anche in fase di lavoro, venne proposto a Sette – Corriere della Sera. Il lavoro piacque e mi chiesero di completarlo con altri nomi tra Venezia e Milano. Borse a tracolla e valigia con lampade e treppiedi mi inoltrai per ponti e calli, convinto, tra le nebbie mattutine, di incontrare ad ogni svolta Corto Maltese. Niente. Approdai nella principesca casa di Fabrizio Plessi che aveva un cagnolino pezzato chiamato Sony, (un vecchio modello in bianco e nero, così mi disse), poi a Milano dal gruppo Metamorphosi, da Correnti Magnetiche ed infine da Studio Azzurro. Capitai nel peggior momento, De Rosa e Cirifino avevano mille cose da fare (non ci sono regole, ma la fretta non aiuta), Sangiorgi non era in sede (l’assenza per la fotografia è un problema quasi irrisolvibile, un referente ci vuole) trovai un surrogato. Meno male che con la proiezione di un video realizzato all’infrarosso dove gli oggetti prendevano forma visiva dal calore che le mani gli trasferivano toccandoli, si riuscì a montare qualche immagine. Ma conoscendo il lavoro di Studio Azzurro e ripensando alle istallazioni che il gruppo ha realizzato negli anni a seguire, quelle fotografie mi hanno lasciato ed oggi più di ieri, un forte senso di delusione. D’altronde in ogni album di famiglia, c’è la foto di qualche caro che proprio non corrisponde al ricordo che abbiamo di lui. L’attimo è passato, non rimane che cercare l’occasione per nuove immagini.


©Roberto Cavallini

CultFrame 01/2004

 

IMMAGINI

1 Theo Eshetu. ©Roberto Cavallini

2 Ida Gerosa. ©Roberto Cavallini

3 Fabrizio Plessi. ©Roberto Cavallini