Le invasioni barbariche. Un film di Denys Arcand

denis_arcand-invasioni_barbariche1Due premi a Cannes, migliore sceneggiatura e migliore attrice (questo meno condivisibile), Le invasioni barbariche è un grande, sofisticato calderone (a tenuta stagna) di tutti i massimi sistemi che possono arrovellare un individuo: l’amore per la vita e la necessità, ad un tratto, di morire, la fedeltà e il tradimento, l’amore-odio tra genitori e figli, le grandi famiglie degli affetti – perduti, ritrovati, mai veramente sopiti – e le tensioni cultural-politiche.
Tutti questi massimi sistemi si incontrano in una scena nitidissima ma non per questo mancante di elementi grotteschi e aggrovigliati, tanto da sembrare involuti.
E’ una scena molto reale, di vita di provincia canadese, in cui i mali dell’uomo, da sempre civiltà portatrice di sciagure e massacri, arrivano al termine della vita a rappresentare la propria, privata summa peccatorum. Le invasioni barbariche è un film magico e sospeso: riesce a giocare così bene con le emozioni da strappare risa e subito dopo pianti, non per la storia di una malattia quanto per l’impossibilità ad arrendersi al trapasso. Non è un inno all’eutanasia, è un inno all’intelligenza.

denis_arcand-invasioni_barbariche2Ci sono molti piani per godersi questo film, non fosse altro perché il plot è talmente scientemente congegnato che aziona una serie di reazioni umorali a cascata. Ma quello più bello è il trapasso del figlio nell’età adulta, anzi dei figli. Il broker londinese, oltre a smuovere mari e monti per curare un padre riottoso, difficile, iroso e non collaborativo come tutte le persone intelligenti e passionali che scoprono di avere un grave cancro e vogliono continuare a curarsi nell’ospedale pubblico (caustica e graffiante la scena iniziale del nosocomio canadese similissimo a uno africano per affollamento), ripopola l’ultimo suo scampolo di presenza con i vecchi amici di una vita. Compra tutto: una stanza d’ospedale migliore, la compiacenza degli ex allievi del professore universitario mediocre che fu il padre, dosi di eroina per ricchi, per farlo stare meglio di quanto farebbe la morfina. Gli compra persino Nathalie, una sua vecchia amica di infanzia, eroinomane, per garantire al padre la dose quotidiana di assenza di dolore. La giovane, dura e segnata da una madre assente (ex amante ed amica ritrovata di sua mano per il padre), decide di disintossicarsi proprio grazie all’uomo morente: prende il posto di chi lo lascia vuoto e fa in qualche modo sua l’incrollabile gioia di vita del paziente incurabile. Lei gli somministrerà le dosi fatali, tante, a ripetizione, nella casa al lago dove, citando  Il Grande Freddo, tutti gli amici e le amanti di gioventù del malato si ritrovano, orchestrati dal figlio, in una passionale riunione dei bei tempi andati. Aspettando solo la sua morte.
La scena finale è di una bellezza incredibile. Citando personalissimamente il Sam Mendez di American Beauty, il regista sceglie la natura che circondava il morto in vita per staccare la spina. Il bosco di conifere attorno alla casa diventa un ambiente enorme, sviluppato in altezza, la nuova casa della pace.

Va detto che il film non ha una grande resa filmica, predilige la storia ed i dialoghi, ricchi e colti, mai noiosi o ridondanti rispetto a qualche volta in cui le immagini invece lo sono. Troppo poco delineati alcuni personaggi, come Gael, la donna francese di Sebastien, o sua madre Louise, che sembra essere dotata di una gran personalità all’inizio del film e poi via via scompare sotto l’effervescenza donata ad altri personaggi. Che il regime e la cadenza del film siano un vezzo, un tic abbastanza tipico nelle storie e sceneggiate franco-canadesi?
Gli attori non sono tutti bravissimi, o forse sono i personaggi ad essere troppo giganti per uscire sempre bene dal foglio e dalla penna. E’ un film che va assolutamente visto nonostante sia nato forse da troppo personalismo, peccato che in mezzo alla già insopportabile quantità di pubblicità prima del suo inizio… ci si debba sorbire anche un video promozionale per i venti anni della società che lo distribuisce. Ma che modo strano di fare corporate image….

© CultFrame 12/2003


TRAMA

Un giovane finanziere della City riceve una telefonata: dall’altro capo dell’Atlantico, nel Quebec, sua madre lo informa dell’aggravarsi delle condizioni di salute del padre, quasi moribondo per un tumore. Il figlio, complice il fatto che sua sorella, una velista che si trova dall’altra parte del mondo, non sarebbe mai accorsa in tempo, decide di andare ad assistere suo padre in un momento terminale. Recupereranno, prima che sia troppo tardi, un rapporto di affetto e di amore che non avevano mai avuto, in corsa contro il tempo, a ruoli invertiti: il figlio che bada al padre: da ogni punto di vista, sino alla fine.

CREDITI
Titolo: Le invasioni barbariche / Regia: Denys Arcand / Sceneggiatura: Denys Arcand / Montaggio: Isabelle Dedieu / Scenografia: François Séguin / Fotografia: Guy Dufaux / Musiche: Pierre Aviat / Interpreti: Rémy Girard, Stéphane Rousseau, Marie-Josée Croze, Marina Hands, Dorothée Berryman / Produzione: Denise Robert, Daniel Louis / Distribution: BIM / Paese: Canada, Francia, 2003 / Durata: 99 minuti

LINK
Sito ufficiale del film Le invasioni barbariche di Denys Arcand
Filmografia di Denys Arcand
BIM